dossier piano regolatore

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Piano Attuativo Comunale
Ambito del Centro Storico
osservazioni nel metodo e nel merito

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Al Signor Sindaco del Comune di Cividale del Friuli

Oggetto: osservazioni al Piano Attuativo Comunale “Ambito del Centro storico”, art. 16 del Regolamento attuativo della parte 1^ Urbanistica della L.R. 23.02.2007, n. 5, adottato con Delibera consiliare di data 26.03.2010.

Il sottoscritto Pinto Domenico, nato a Udine il 18 marzo 1961, residente in Cividale del Friuli, via Scipione da Manzano, 22, [...] visti i contenuti del Piano Attuativo Comunale “Ambito del Centro storico” di cui all’oggetto, [...] formula le seguenti osservazioni:

Nel metodo:
A.A. La relazione si riferisce al Piano Regolatore Generale Comunale, la cui esecutività, si ricorda, “è stata parzialmente confermata con l’introduzione, con D.G.R. n° 019/Pres dd. 31.01.2007, di alcune modifiche necessarie a superare le Riserve Regionali”, che prevede “di coinvolgere in un unico ambito i perimetri di Piano Particolareggiato del Centro Storico, di Borgo Brossana, di Via Verdi e di Via Manzano”. Si afferma che “la presente Variante n°1 ha l’obiettivo di recepire tale previsione, modificando ed armonizzando in un unico strumento urbanistico, l’assetto normativo delle aree interessate, attuando così le direttive formulate per la formazione del P.R.G.C. vigente”, che sono di seguito riportate e fra le quali si indica come rilevante la prescrizione: “A.4) La revisione del Piano Particolareggiato del Centro Storico dovrà contenere una riflessione sul ruolo della città, rapportato anche al contesto territoriale più vasto. Particolare attenzione dovrà essere posta alla valorizzazione delle valenze storiche e culturali, delle valenze paesaggistiche ed ambientali del centro città, in un’ottica di compatibilità con l’organizzazione viabilistica e commerciale. Dovrà essere migliorata la vivibilità complessiva e la fruizione dei servizi anche attraverso un contenimento del traffico veicolare, con la creazione di una viabilità alternativa di supporto”. In altro luogo, al punto “Viabilità e infrastrutture territoriali, la “salvaguardia e la riqualificazione del Centro storico” risultano affidate “alla previsione di un sistema circolatorio che permetta una corretta circolazione del traffico”, con riferimento a un circolo evidentemente assonante con il “ring” espunto dal PRGC per effetto dell’intervento degli Uffici tecnici della regione Friuli Venezia Giulia.

Si osserva:
la premessa di cui sopra introduce, nemmeno surrettiziamente, l’ipotesi espunta dal PRGC di una viabilità “alternativa” all’esistente, il cui elemento portante risultava essere, nella progettazione urbanistica proposta in origine, un nuovo ponte “urbano” sul Natisone. Rievocare in questa sede una simile ipotesi risulta capzioso e di fatto invalidante della previsione di un “contenimento del traffico veicolare” nel Centro storico, poiché la mancata realizzazione di detta viabilità, di principio irrealizzabile, potrebbe risultare essere elemento condizionante rispetto a eventuali interventi di regolamentazione del traffico veicolare, che ricadono sotto la specie delle scelte politiche. In altre parole, qualsiasi amministrazione potrebbe trincerarsi dietro la suddetta impossibilità a realizzare una viabilità alternativa per giustificare la mancanza di un qualsiasi intervento teso a limitare il traffico in Centro storico, sollevandosi pretestuosamente da ogni responsabilità politico-amministrativa in tal senso. Si suggerisce pertanto di indicare come obiettivo cardine del progetto urbanistico la riduzione del traffico veicolare nel centro storico sulla base dello status quo della viabilità e dei parcheggi esistenti.

A. Il richiamo alla candidatura di Cividale del Friuli all’iscrizione nella lista dei luoghi patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO costituisce un elemento accostato congiunturalmente a altri motivi che hanno dettato la stesura del PAC. Risultano così acquisiti al Piano gli obiettivi funzionali a “valorizzare maggiormente il patrimonio artistico, le aree verdi pertinenziali delle vecchie mura, realizzando così, oltre ad un parco urbano, anche un percorso museale all’aperto, unitamente ad uno studio dell’accessibilità per la creazione di nuovi spazi per parcheggi, in previsione della pedonalizzazione del Centro storico, nonché di un progetto di definizione dell’arredo urbano” (Punto 3. della Relazione - “Contenuti della variante”).

Si osserva:
il richiamo alla candidatura UNESCO è assunto a elemento giustificativo dell’ipotesi di “pedonalizzazione del Centro storico”, ipotesi che a sua volta induce la previsione di nuovi parcheggi per i veicoli a motore, da realizzare, come si evince dalla documentazione di progetto, anche e proprio nel Centro storico. Si rileva come ciò sia in contraddizione con l’assunto della riduzione, fino all’eliminazione, implicitamente evocata dal termine “pedonalizzazione”, del traffico veicolare. Si sottolinea, inoltre, come una tale impostazione sia in controtendenza rispetto a quanto l’esperienza di altri centri, in Italia e in Europa, consiglia in relazione alla necessità di orientare verso alternativi utilizzi del trasporto, potenziando, favorendo e incentivando lo spostamento con mezzi pubblici, in bicicletta e a piedi su percorsi pedonali, cose che a Cividale sarebbero quanto mai raccomandabili, anche in relazione alla limitata estensione del centro storico.

B. L’analisi dell’evoluzione storica del nucleo antico centrale e delle tappe del suo sviluppo insediativo, rappresentata nella Tav. 4A e sostenuta da una “descrizione”, prodotta, si dice impropriamente, “ad implemento”, non va oltre il 1866, anno in cui, si dice ancora impropriamente, Cividale sarebbe tornata all’Italia.

Si osserva:
il limite temporale surrichiamato esclude dall’analisi il periodo che culmina con i giorni nostri, profilando una sorta di damnatio memoriae non senza ripercussioni sull’impianto progettuale, nella presentazione del quale in sede di Consiglio comunale è spiccata la frequente ricorrenza del concetto di gradevolezza riferito a luoghi e edifici. Si nota in particolare come tale concetto sia stato applicato per deprecare proprio gli edifici e i luoghi che sono testimonianza di interventi novecenteschi, senza alcuna considerazione della matrice storica e degli effetti determinatisi sulla fisionomia di una Città che anche degli aspetti sgradevoli ha fatto elementi della sua identità odierna. Si eccepisce dunque in merito all’assunzione di un punto di vista parziale, unilateralmente valutativo di un periodo storico, il Novecento, sul quale il giudizio è implicitamente espresso in senso negativo, per farsi esplicito nella ricognizione degli edifici da indicare alla soppressione o all’intervento di rifacimento. Inoltre si sottolinea come l’oblio riservato al Novecento sollevi dall’onere, culturalmente impegnativo, di un’analisi degli interventi compiuti negli ultimi 150 anni, interventi che hanno modificato in maniera consistente l’assetto urbano del centro storico: a titolo di esempio si considerino le innumerevoli demolizioni che, a causa di guerre (edifici prospicienti la sede della Questura) o di demolizioni promosse dall’amministrazione pubblica (piazza Ristori, Posta, Cassa di Risparmio, Belvedere), hanno segnato in maniera consistente il disegno e la percezione della città. Si segnala pertanto la necessità di una riconsiderazione generale dei parametri valutativi dell’impianto urbanistico-architettonico del contesto oggetto di progettazione.

C. Nella relazione di progetto si legge: “Si è cercato di pensare ad un piano “realistico”, strutturato attorno a scelte azzonative calibrate e “sostenibili”, che consentono alla popolazione, agli operatori ed alla stessa Amministrazione Comunale di poter operare ed avviare concrete opportunità di interventi di restauro e ristrutturazione edilizia, assicurando nel contempo anche la possibilità, in casi ben definiti, di procedere anche a processi di trasformazione e risanamento urbanistico, sempre comunque riconducibili ad un processo “controllato e condiviso” di valorizzazione e miglioramento funzionale del tessuto storico, al quale viene riconosciuto un ruolo politico e territoriale di importanza strategica”.

Si osserva:
dal punto di vista formale, l’uso delle virgolette è indicato, di norma, per le citazioni o per le evenienze in cui si rimandi a una accezione non letterale o impropria di un termine o di una espressione. Nei casi che compaiono nel brano succitato, ricorre, fra le virgolette, il termine “sostenibile” in riferimento alle scelte azzonative, ulteriormente definite - senza le virgolette - “calibrate”. Si tratta di termini che rimandano a usi linguistici diversi da quello assunto e la loro collocazione fra virgolette nel contesto di una progettazione urbanistica determina una certa evanescenza di significato, tale da rendere poco determinabili i criteri di quello che potrebbe o dovrebbe essere un “piano “realistico””. Nello stesso passaggio, si fa riferimento a un processo “controllato e condiviso” di valorizzazione del tessuto storico: non è chiaro chi possa essere il soggetto capace di controllare e di condividere il processo indicato. Qui il rimando dei termini fra le virgolette è persino vacuo, essendo obliterata già a priori, per le scelte protocollari dell’Amministrazione comunale, la connotazione possibile di un soggetto collettivo, come quello che si mette in atto nei processi partecipativi della cittadinanza nella determinazione delle scelte urbanistiche.

Nel merito:
A. La cosiddetta “armonizzazione” di tre vecchi Piani particolareggiati nel nuovo strumento urbanistico produce nuove edificazioni, determinando consumo di territorio e deturpando il paesaggio, come in strada delle Mura, dove la strada attualmente delimita l’edificato lasciando verso nord-est una zona verde. L’individuazione puntuale dell’area, marcata in pianta con il n. 42, collocata in zona B2 e soggetta a modifica zonizzativa, determina che la modifica abbia “l’obiettivo di consentire il completamento del disegno urbanistico di questa parte del territorio (Borgo Brossana), rispetto ai contigui insediamenti di recente edificazione, attraverso la realizzazione di una quinta edificata a delimitazione della zona agricola”.

Si osserva:
la previsione di un’edificazione in quel luogo diviene il corollario di un esempio oltremodo sprezzante della mancanza di rispetto per il patrimonio ambientale, paesaggistico e culturale quale è stata la realizzazione della strada delle mura, intervento che ha visto dapprima l’imbrigliamento del rugo Emiliano in una struttura di dubbia qualità e che ora si rivela funzionale a una edificazione nei prati prospicienti le mura venete, l’altezza e volumetria della quale dovrebbero ulteriormente preoccupare, dopo avere già determinato la distruzione della piazzetta che ospitava la croce commemorativa del terremoto del 1511;
se, come si legge, “la modifica ha l’obiettivo di consentire il completamento del disegno urbanistico in questa parte del territorio (Borgo Brossana), rispetto ai contigui insediamenti di recente edificazione, attraverso la realizzazione di una quinta edificata a delimitazione della zona agricola”, si deve segnalare che il Borgo Brossana assume valore tipologico proprio per il suo svilupparsi lungo una via stretta che da una parte costeggia il Natisone e dall’altra è segnata dalla struttura compatta dell’abitato, alle cui spalle, verso nord, si stendono gli appezzamenti, con un andamento allungato e segni di demarcazione che hanno la larghezza delle unità abitative di cui sono pertinenze, sulla base di una suddivisione catastale che eredita antichi tracciati. Nella cartografia tale andamento risulta evidente, ma è anche apprezzabile allo sguardo del passante, che oggi gode di questo effetto collaterale positivo di una scelta a suo tempo snaturante, effetto che sarebbe obliterato da una “quinta” di case la cui giustificazione ex post è pretestuosa e rispondente non certo a una esigenza di qualità urbanistica e ambientale, ma a un disegno speculativo che oggi verrebbe a compimento;
l’edificazione prevista produrrebbe un aggravio di traffico per il Centro cittadino: tale area sarebbe raggiungibile con la viabilità esistente, per la quale non è previsto alcun intervento, solamente effettuando un ampio giro su viale Libertà, impegnando la già congestionata area Despar-Mobilificio Fasano o impegnando direttamente le vie Monastero Maggiore e/o via Monte Nero attraverso la Porta San Giovanni. Si ritiene fondamentale per la vivibilità, la qualità, il rispetto e la valorizzazione del Centro storico evitare il più possibile l’attraversamento veicolare dello stesso. Si indica pertanto l’opportunità di non prevedere edificazione nell’area indicata. Si indica altresì l’opportunità di sottoporre tale previsione di Piano alla competente Sovrintendenza, nonché, per conoscenza, al competente Ministero. Si segnala contestualmente la trasmissione del presente documento alle summenzionate Istituzioni, sottolineando il potenziale effetto deturpante delle opere in previsione.

B. Nella zona A/A1 di conservazione Il PAC ammette “interventi di adeguamento fisico e funzionale, eliminando le parti incongruenti e consentendo trasformazioni e integrazioni volumetriche nel rispetto degli elementi tipologici e formali dominanti”.

Si osserva:
il riferimento agli “elementi tipologici e formali dominanti” è tale da condizionare ogni intervento all’adesione alla tipologia che definiremmo della casa rurale nel Centro storico, con i profili in pietra alle finestre, il tetto a falda, le travi a vista in legno, per esempio, introdotta e prescritta da una scelta datata e discutibile, non certamente in continuità e perfino in contrasto, sempre esemplificando, con lo “sviluppo settecentesco” della città fortificata.

C. Il PAC individua alcuni “edifici di contrasto” cui sono riferite “Unità minime di intervento” volte a avviare in prospettiva futura azioni “di trasferimento o di sostituzione”.

Si osserva:
i criteri applicati sono discutibili e non coerenti. È discutibile la scelta dell’edificio che ospita l’attività commerciale di Vidussi, collocato accanto all’edificio dell’Hotel Roma, al quale si disconosce valore architettonico, ancorché in vista del recupero del tratto di cinta muraria cui detto edificio è addossato. È incoerente la scelta di non includere fra gli edifici di contrasto i palazzi più alti che si trovano sul lato nord-est della piazza A. Picco e lungo via Manzoni, la cui qualità è certamente inferiore al summenzionato palazzo Vidussi;
non sono chiari i criteri di scelta dei palazzi soggetti a riqualificazione e trasformazione, fra i quali sono compresi il condominio su via Santo Stefano, indicato anche come “edificio di contrasto”, e il complesso delle palazzine facenti parte della cosiddetta “Città Giardino”, ma fra i quali non è annoverato, per esempio, il condominio sito in Borgo di Ponte, a fianco della chiesa di San Nicolò;
l’acquisizione da parte del Comune di degli edifici marcati con i numeri 597 e 598 nel documento “Planimetria espropri”, non è condivisibile per ragioni di principio, con una spesa di € 3.200.000 per l’acquisizione di beni che si prevede di distruggere. Non è condivisibile per i termini progettuali che prevedono la realizzazione di “una piazza di connessione” tra l’erroneamente indicata, nel documento “Piano finanziario e planimetria degli espropri”, “Piazza A. Ristori” per piazza Foro Giulio Cesare e la piazza San Francesco. Lo slargo che si produrrebbe sarebbe un non senso urbanistico, con l’apertura di una prospettiva del tutto impensabile in un tessuto urbano caratterizzato certamente da interventi successivi, che in alcun modo sarebbe oggetto dell’attenzione filologica retoricamente enunciata in diversi punti dei documenti di Piano.

D. Nella zona A/B2 di riqualificazione e di trasformazione, caratterizzata “dalla presenza di costruzioni che nel tempo hanno sostituito l’assetto edilizio-urbanistico preesistente snaturando, in parte, i valori storico morfologici ambientali del centro antico”, si prevede di “ricreare una omogeneità tipo-morfologica per giungere alla formazione di un sistema urbano integrato all’adiacente zona di conservazione”.

Si osserva:
il concetto di “omogeneità tipo-morfologica” è discutibile, per i motivi già esposti precedentemente, e il perseguimento di un obiettivo simile a quello indicato risulta contraddetto di principio e di fatto, laddove, per esempio, si preveda l’abbattimento di edifici, come è il caso del palazzo delle Poste e del palazzo Lunazzi-Vidussi, per esempio. Nella fattispecie, si addiverrebbe alla realizzazione di uno slargo che negherebbe ogni riferimento all’assetto preesistente, perpetrando uno snaturamento di secondo livello, piuttosto che il ripristino dei “valori storico morfologici ambientali del centro antico”. Una tale ipotesi non è congruente in alcun modo con l’idea di ripristinare una struttura edilizio-urbanistica “preesistente”, peraltro largamente testimoniata da documenti scritti e iconografici.

E. Nella zona A/B2 di riqualificazione e di trasformazione è indicato l’edificio che ospita laboratori e officine didattiche dell’I.P.S.I.A. “A. Mattioni”, in piazzetta Chiarottini, per il quale è prevista la demolizione, per la realizzazione di parcheggi per automobili.

Si osserva:
la realizzazione di una tale previsione progettuale tende a snaturare ulteriormente un luogo che per effetto degli interventi novecenteschi ha obliterato un impianto urbanistico caratterizzato da un edificato di una certa intensità e da vie strette, che circondavano il complesso dell’antico ospedale. La realizzazione del Belvedere sul Natisone, con l’abbattimento degli edifici afferenti alla chiesetta di San Martino e il mantenimento di un tracciato di muro di quota molto bassa ha negato un effetto di apertura della visuale sulla Città provenendo dall’angustia di una stretta fra alte mura sul lato nord del complesso suddetto. Ora l’abbattimento e lo spianamento dell’area dei laboratori dell’I.P.S.I.A. determinerà un effetto analogo sul lato sud, con l’aggravio di avere entro la cinta muraria e a ridosso di essa un’area dequalificata e di scarso valore come un parcheggio. Anche in questo caso, come in quello già citato di Largo Boiani, una contraddizione rispetto all’istanza, enunciata con rafforzata evidenza solo retoricamente, della “pedonalizzazione” del Centro storico. La proposta di Piano, inoltre, contrasta anche su questo punto con la tipologia di un centro medioevale, dove non esistono piazze delle dimensioni che risulteranno dall’abbattimento dei laboratori di cui sopra.

F. Nella Relazione di Piano, art. 9 - Ambito del centro storico del Capoluogo, si sostiene il ”ruolo primario nel settore commerciale e dei servizi, recuperando l’antico modello economico-insediativo e funzionale (botteghe a contatto con luoghi e spazi di relazione”.

Si osserva:
le affermazioni summenzionate risultano in netto contrasto con l’ampia concessione di aree commerciali esterne al centro. Allo stato attuale è evidente, e non è una novità di questi due anni, la crisi nella quale versa il settore commerciale cividalese, che risulta caratterizzato da esercizi che fanno registrare aperture e cessazioni di attività nell’arco di un breve volgere di tempo, accanto a attività storiche in crisi. Quando l’unica eccezione parrebbe essere costituita dai bar, tali affermazioni risultano retoriche, mancando un sostanziale piano di sostegno alle attività del Centro storico, che saranno molto penalizzate nella prospettiva di una affermazione degli esercizi dislocati nelle realizzande aree nella zona omogenea “O”.

G. Il PAC ammette in zona A/A1 di conservazione: “attività commerciali al dettaglio con superficie di vendita (SV) <400 mq (fatte salve le preesistenze e nei limiti consentiti dagli strumenti comunali di settore”.

Si osserva:
c’è incompatibilità tra gli obiettivi dichiarati, indicati nel recupero dell’“antico modello economico-insediativo e funzionale (botteghe a contatto con luoghi e spazi di relazione)” e alcune concessioni commerciali così come ammesse per la zona. Tale norma rende possibile l’apertura di attività di ogni genere, che nulla hanno a che vedere con la valorizzazione enunciata, come è già accaduto per esempio con la sala scommesse oggi esistente, che espone su una vetrina di grande superficie un pannello video rivolto verso la strada.

H. Il PAC prevede, in zona A/A1 di conservazione: “Le attività commerciali al dettaglio dovranno garantire un’area per parcheggi di uso pubblico pari almeno il 60% della superficie di vendita da ritrovarsi entro un raggio non superiore a 100 metri di persorso, salvo il caso di edifici preesistenti alla data del 18.6.2003 per i quali volgono le deroghe previste dall’art.110 II comma, della LR 5.12.2005 n.29”, idem per quanto riguarda “le attività di somministrazione di alimenti e bevande”.

Si osserva:
La Legge regionale 29/2005, all’art. 110, comma 2, recita: “Le prescrizioni di cui all'articolo 18, comma 1, in materia di aree da riservare a parcheggi in edifici preesistenti e già con destinazione d'uso commerciale alla data del 18 giugno 2003, così come definita agli articoli 73 e 74 della legge regionale 19 novembre 1991, n. 52 (Norme regionali in materia di pianificazione territoriale e urbanistica), e successive modifiche, non trovano applicazione. Qualora gli edifici, comunque preesistenti alla data del 18 giugno 2003, siano localizzati all'interno del centro storico, così come definito dagli strumenti urbanistici comunali, la destinazione d'uso commerciale può anche essere successiva a tale data”. Se ne deduce che la summenzionata norma di Piano non si applica mai nel Centro storico, il che si traduce, nella fattispecie del PAC in questione, nella realizzazione di parcheggi pubblici nell’ambito del Centro storico, con sacrificio dell’edificato, alti costi a carico dell’Amministrazione pubblica, snaturamento del tessuto urbanistico-edilizio e incentivo al traffico veicolare. La qual cosa rende evidente la dimensione prettamente retorica degli asserti riferiti alla limitazione del traffico veicolare in Centro storico.

I. Nel capitolo “Conclusioni”, alle pp. 36-37 della Relazione si legge: “La flessibilità interna, prevista dal Piano regolatore Generale tra le varie zone che compongono l’Ambito, è demandata al PAC di iniziativa pubblica che ha facoltà di modificare i singoli perimetri per consentire miglioramenti volumetrici e soluzioni insediative più funzionali calibrate alle caratteristiche peculiari delle zone stesse con gli stessi obiettivi qualitativi. La medesima flessibilità permette di sostituire zone a vantaggio di altre comprese nel perimetro dell’ambito del centro storico, al fine di una più calibrata e rispondente zonizzazione che tenga in considerazione gli elementi peculiari delle singole situazioni edilizie e architettoniche, nonché paesaggistiche”.

Si osserva:
la flessibilità interna pone il problema di chi gestirà e deciderà modifiche e aggiustamenti, alla luce di criteri che appaiono generici. Si veda quanto affermato nelle norme che riguardano la Zona A/A1 di conservazione e la Zona A/A” di protezione, dove, a corollario dell’indicazione degli indici urbanistici e edilizi per gli interventi ammessi per “nuovi edifici pertinenziali e volumi tecnici”, si stabilisce che “tali volumi dovranno essere realizzati secondo una soluzione compositiva che tenda il più possibile alla loro aggregazione in un’unica localizzazione planimetrica nel punto di minore impatto”. Tale prescrizione, all’apparenza stringente, risulta invece molto generica e effettivamente molto flessibile, nel lasciare ampia discrezionalità, di cui sarà titolare un organo tecnico, in assenza di un organo con funzioni almeno consultive, quale la commissione urbanistica, che contemplasse competenze ampie e consentisse un dibattito arricchito di diversi apporti. Vi è la riduzione a fatto tecnico di una questione eminentemente politica, con conferimento di un potere autocratico di decisione agli Uffici tecnici, laddove le decisioni in merito allo spazio urbano, pubblico per definizione, dovrebbero essere il più possibile condivise entro una visione della Città stratificata e culturalmente qualificata, alta.

Un dettaglio:
La tavola P.1 non riporta le case edificate in sponda sinistra del fiume Natisone, sull’attacco sud del nuovo ponte urbano, a una quota inferiore a quella del piano stradale, sul lato destro della carreggiata afferente al ponte stesso in direzione sud-nord.

Considerazioni conclusive:
A. Si segnala l’esigenza metodologica di una progettazione che preveda per i singoli interventi puntuali una scala di tale da considerare edifici, monumenti e siti di interesse storico e culturale nel contesto migliore per la valorizzazione dell’insieme.
B. Si indica l’opportunità del recepimento nel PAC della cartografia archeologica più recente, di cui la fonte più autorevole risulta essere una recente pubblicazione, di grande valore scientifico, a firma del prof. Sandro Colussa, “Cividale del Friuli. L’impianto urbano di Forum Iulii in epoca romana - Carta archeologica”, Mario Congedo Editore.
C. Si segnala l’opportunità di improntare il PAC al principio di non consumare il territorio con nuove edificazioni, anche e soprattutto nel Centro storico, anche in considerazione dell’andamento demografico, che certamente non induce nuove richieste abitative.
D.Si richiama l’art. 9 della Costituzione italiana, che recita: “[La Repubblica] Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”.

Cividale del Friuli, 4 giugno 2010

Domenico Pinto

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