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la minoranza slovena
nella stampa locale - 2009

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- 22 dicembre 2009 - Messaggero Veneto - Lettere - Slavia friulana 1 - Muro di gomma che permane La lettera pubblicata il 24 novembre a firmata Giovanni Rossi evidenzia, e in modo ben articolato, le odierne grosse difficoltà anche identitarie presenti nelle Valli del Natisone. Eugenio Segalla, giornalista che quindici anni fa fece per il Messaggero Veneto un’ampia e approfondita “Inchiesta sul presente e futuro della montagna friulana”, parlando delle Valli del Natisone scrisse: «L’identità, questo è il muro di gomma contro il quale si scontra la gente delle Valli. La connotazione culturale è infatti considerata dai sociologi la premessa per l’avvio di un processo di sviluppo “autocentrato”». Si era allora in attesa delle leggi di tutela della minoranza slovena che secondo alcuni avrebbero risolto il problema anche economico delle Valli, per come avevano fatto in Alto Adige quelle che tutelano il tedesco. Si trascurava però il fatto che lassù l’identità tedesca è percepita da oltre il 50% degli elettori, mentre nella nostra regione il partito della minoranza slovena non supera l’1,5% e nella circoscrizione di Udine nemmeno lo 0,3%. Nel 1999 e nel 2001 sono state approvate le attese leggi di tutela della minoranza linguistica slovena, poi localizzate con provvedimenti non corretti, per ultimo anche in 16 comuni della Slavia friulana (Valli del Natisone, del Torre e di Resia), dove detta minoranza non è, come le leggi richiedono, né “storicamente radicata” né tanto meno “tradizionalmente presente”. Cioè provvedimenti forzati al limite dell’imposizione che le comunità slavofone locali non hanno logicamente accettato non riconoscendosi nella minoranza slovena perché di patria italiana. Perciò il “muro di gomma”, oramai ottantenne, permane. Come rimediare a tale oramai insostenibile situazione che continua a ostacolare lo sviluppo complessivo della Slavia friulana? Per prima cosa, in provincia di Udine, andrebbe rivista la delimitazione degli ambiti territoriali di tutela della minoranza slovena con la conseguente esclusione dei comuni che non riconoscono nello statuto il presupposto richiesto dalla legge, cioè la presenza della minoranza slovena sul territorio. Poi, sempre nel rispetto degli statuti comunali che invece riconoscono e tutelano le lingue e tradizioni locali variamente definite, chiedere alla Regione una specifica legge che, con riferimento all’articolo 9 della Costituzione, tuteli le peculiarità locali certificate dalla millenaria loro storia. Solo così, nel rispetto delle leggi e degli statuti comunali, anche i sindaci e i consiglieri comunali potranno ritrovare la consapevolezza della storica identità della propria comunità e tradurla nella volontà comune di sopravvivenza, nel suggerito condiviso processo di sviluppo. Sergio Mattelig (presidente “Lega della Slavia friulana” - San Pietro al Natisone)

Slavia friulana 2 - Più presenza sul territorio Riporto il virgolettato conclusivo dell’articolo apparso nella pagina culturale “Album” nel Messaggero Veneto del 15 dicembre a proposito della legge 482/99 inerente alle minoranze linguistiche, cioè: il presidente provinciale Fontanini afferma che «Dal 2001 al 2006 ho tentato di modificare la 482 (pro resiano)...» e il senatore Saro evidenzia che «Bisogna prendere atto dell’esistenza di questa lingua (resiano) e della cultura che esprime»; aggiungendo – bontà sua! – «E così pure va affrontato il tema della Slavia friulana». Quindi, il presidente provinciale nei cinque anni da parlamentare non è riuscito a fare nulla e l’attuale senatore friulano fa, mi pare, solo auspici fatti anche per iscritto; il che sembra troppo poco da entrambi. Inoltre l’assessore regionale Molinaro lamenta la disparità di trattamento nella distribuzione delle risorse che privilegiano – complice la legge 38/01, slovenofila al 100%, quasi non bastasse la precedente 482 – gli sloveni anziché i friulani. Si aggiungono, pertanto, solo parole forse anche per riempire in qualche modo il vuoto operativo; intanto chi agisce fors’anche sotto banco riesce a spillare soldi statali e regionali che nei Paesi della montagna friulana potrebbero essere impiegati più utilmente, specie laddove c’è carenza di beni e servizi sociali che contribuiscono all’impoverimento della montagna e al suo definitivo spopolamento. Forse ci sarebbe anche da ridire sul corretto impiego dei fondi ricevuti; infatti recentemente un ex amministratore comunale mi ha detto che i fondi ricevuti sono ben graditi, ma “girati” pro parlata locale; non c’è niente di male, ma sono soldi di tutti, buttati però via come quelli inerenti ai cosiddetti “sportelli sloveni”, come nel mio natìo comune dell’Alta Val Torre ove dei 75 mila euro richiesti (150 milioni di vecchie lire) alcuni sarebbero impiegati per il preventivato corso di formazione linguistica e di terminologia slovena. Cioè i due bravi impiegati rimasti in municipio, perché gli altri sono andati al comune capofila di Nimis (anche questa è un’assurdità!), dovranno imparare una lingua nuova che non ha nulla da spartire con la parlata locale “po nasin”. Se tutti sono contrari ai tagli dei fondi in argomento io personalmente taglierei, metaforicamente, le manine e le lingue di chi non conosce effettivamente le realtà locali della nostra montagna; quindi meno chiacchiere e convegni e più presenza sul territorio! (Lidio Buttolo - Udine)

 

- 12 dicembre 2009 - Messaggero Veneto - San Pietro al Natisone - Tagli, proteste dal Forum per la Slavia - Il Forum per la Slavia grida allo scandalo: in un panorama di tagli a 360° – nota l’organismo - «sono stati confermati i 4 milioni di euro per le organizzazioni della minoranza nazionale, vengono assegnati 140 mila euro alla cultura germanofona ma i 100 mila destinati alle minoranze di Resia e delle Valli del Natisone, del Torre e della Val Canale sono stati cancellati». Un provvedimento “vergognoso”, dice il Forum, che aggiunge: «I 100 mila euro stanziati nei due anni precedenti per Resia e le altre Valli possono essere considerati un’umiliazione, se non avevano il senso di costituire un punto di partenza per l’avvio di una politica culturale alternativa, democratica, popolare e pluralista a quella calata dall’alto ed estranea al comune sentire della popolazione locale. Il Consiglio regionale non può lasciar passare una tale proposta. È giunto il momento di una presa di posizione chiara, precisa, definitiva: la Regione deve garantire la democraticità della politica culturale e linguistica nelle aree in questione, senza dimenticare gli iscritti all’Aire di quel comprensorio. Il Forum per la Slavia chiede dunque il ripristino in bilancio regionale dello stanziamento, portandolo a 250 mila euro: 50 mila andrebbero assegnati al Comune di Resia, la rimanenza allo stesso Forum per le attività da promuovere nelle Valli del Natisone, del Torre e Val Canale e per gli iscritti all’Aire dei Comuni del territorio interessato». La copertura del finanziamento richiesto, si precisa, andrebbe trovata «nella riduzione per un pari importo dello stanziamento di 4 milioni di euro previsto in favore delle organizzazioni della minoranza nazionale, che godono di consistenti finanziamenti (svariati milioni di euro all’anno) da parte della Repubblica di Slovenia. 

 

- 2 dicembre 2009 - Il Gazzettino - San Pietro al Natisone - Il Forum della Slavia protesta per i tagli - Il “Forum per la Slavia” chiede il ripristino in bilancio regionale dello stanziamento per le espressioni linguistiche locali di Resia, Valli del Natisone, del Torre e Val Canale, previsti dalla legge regionale 205/2007. «Fondi che sono stati tutti cancellati - dice Ferruccio Clavora del Forum -. È una vergogna. Già i 100mila euro assegnati nei 2 anni precedenti per Resia e le altre valli erano un’umiliazione se non avevano il senso di costituire un punto di partenza per l’avvio di una politica culturale alternativa, democratica, popolare e pluralista a quella calata dall’alto, con la forza dei cospicui finanziamenti a disposizione, ed estranea al comune sentire della popolazione locale. Il Forum chiede un contributo di 250mila euro; 50mila per Resia, 200mila per il Forum per le attività da promuovere nelle Convalli, del Torre e Val Canale, e iscritti all’Aire di questi comuni. «Il Forum è stato riconosciuto “d’interesse primario della minoranza slovena” nel 2002; beneficiò per 2 anni di 35mila, somma che non comprometteva la finanza regionale. Nel 2004, l’assessore Antonaz, forse su richiesta delle organizzazioni della minoranza nazionale slovena, decise la cancellazione del Forum dall’elenco delle associazioni riconosciute pur rappresentando un alto numero di organizzazioni culturali, sociali e sportive attive e quindi, una componente largamente maggioritaria della popolazione delle vallate». (p.t.)

 

- 24 novembre 2009 - Messaggero Veneto - Dibattito - Individuare un modello di autonomia istituzionale - La situazione di grave degrado demografico, sociale, economico, politico e culturale della Slavia friulana non necessita di dotte argomentazioni, è sotto gli occhi di tutti: senilità galoppante, nascite quasi azzerate, giovani coppie in fuga, scuole in chiusura, interi paesi abbandonati, campi incolti, boscaglia sempre più invadente, artigiani in disarmo, piccoli imprenditori allo stremo, esercizi pubblici che sopravvivono a stento, patrimonio immobiliare in rapida svalutazione eccetera. Di fronte a questa drammatica situazione, al fallimento dell’azione della Comunità montana, destinata a essere cancellata nell’ambito del più ampio disegno di riforma delle autonomie locali, e all’assordante silenzio delle residue formazioni politiche locali, solo il Forum per la Slavia si è preoccupato di elaborare una proposta di soluzione alternativa al completo annullamento dell’individualità istituzionale della specifica comunità della Slavia friulana o Schiavonia veneta. Innanzi tutto vorrei sottolineare che il Forum per la Slavia (avanzando l’ipotesi della costituzione di una “Comunità autonoma della Schiavonia veneta” o della “Slavia friulana” o ancora delle “Valli del Natisone” – non importa tanto la denominazione dell’istituzione quanto la definizione della sua territorialità e delle competenze primarie a essa attribuite –) non intende rivendicare paternità sul progetto. È pronto a farsi da parte se qualche altro soggetto intendesse farsi carico dell’iniziativa: un gruppo di consiglieri comunali, un gruppo di cittadini, o altri ancora... L’unica condizione posta è quella dell’assoluta trasversalità politica dei promotori: l’importanza vitale di una soluzione positiva al mantenimento di un’unità politica e istituzionale della nostra comunità esige che non diventi strumento di contrapposizione partitica o di schieramento, ma si trasformi in elemento coagulante tra uomini e donne di buona volontà, esclusivamente preoccupati del futuro della loro comunità. Da questo disegno, coinvolgente e impegnativo, rimarranno estranee solo le lobbies estreme: da una parte quella interessata al mantenimento dello status quo per continuare a usufruire degli incredibili privilegi di cui gode e, dall’altra, quella irrimediabilmente incapace di guardare avanti e di immaginare un futuro. Per questi soggetti, la conservazione del drammatico presente e la sua naturale evoluzione verso l’estinzione fisica e/o identitaria della genuina comunità della Slavia è l’unica garanzia per assicurare la propria sopravvivenza. In realtà, il movimento d’opinione che sta prendendo corpo si inserisce nella linea tracciata – forse con qualche leggerezza – in occasione della tradizionale commemorazione dell’Arengo, svoltasi il 29 giugno scorso a San Pietro al Natisone con la partecipazione di rappresentanti di tutte le amministrazioni comunali delle Valli del Natisone. In quella sede fu solennemente letto un documento che ricordava non solo «che le Valli del Natisone hanno una storia particolare, che differisce da quella del Friuli in maniera notevole per usi, costumi, tradizioni locali e lingua, che rende le Valli del Natisone un territorio unico nell’ambito del Friuli Venezia Giulia» ma anche che «per molti secoli, durante il governo del Patriarca di Aquileia e della Serenissima Repubblica di Venezia, le Valli del Natisone hanno goduto di grande autonomia amministrativa e politica fornendo nel contempo la difesa dei confini orientali». In forza di quanto sopra affermato, altrettanto solennemente, gli amministratori locali si impegnavo a tutelare il «patrimonio linguistico, storico e culturale delle Valli del Natisone» e a «farsi promotori, con gli enti superiori», di una richiesta di «maggiore autonomia decisionale e maggiori finanziamenti per poter dare al territorio una nuova spinta per il rilancio culturale, economico e turistico». Gli elettori che hanno cambiato il volto politico delle amministrazioni locali non potrebbero capire ulteriori dilazioni nella definizione, da parte degli eletti, di una strategia di sviluppo alternativa a quella, comunque inconcludente, portata avanti dagli amministratori di sinistra. Non capirebbero nemmeno che si ripetesse il gioco, usuale nel passato, che consisteva nell’andare a verificare preliminarmente ai livelli politico-amministrativi superiori quello che si poteva chiedere. È chiaro che di una vertenza politica si tratta, della comunità della Slavia, nel suo complesso, con la Regione e lo Stato. Accelerata e rafforzata dalla crisi internazionale, la presa di coscienza dei cittadini della Slavia friulana, della necessità e dell’urgenza di un’azione che coinvolga tutte le forze vive e responsabili della comunità locale, si sta già diffondendo, coinvolgendo tutte le fasce della società: dagli artigiani, imprenditori, piccoli esercenti al personale della scuola, dagli amministratori ai semplici cittadini, dai dipendenti pubblici agli sportivi e al mondo della cultura, dai giovani agli anziani, dai cittadini “nativi” a quelli di più recente insediamento, ivi compresi gli extracomunitari, i proprietari di beni immobili e di terreni eccetera. In sostanza, tutti coloro i quali hanno un qualche interesse, anche materiale, a non vedere il loro territorio precipitare in una definitiva emarginazione ed essere fortemente declassato anche dal punto di vista socio-economico. Il Forum per la Slavia ritiene che l’unica via praticabile per bloccare il degrado e poter progettare un futuro per le Valli del Natisone sta nell’individuazione di un modello di autonomia istituzionale che tenga conto non solo delle caratteristiche morfologiche del territorio, ma anche dell’unicità storica, culturale e linguistica del popolo che le abita. «We can because we care». (Dino Chiabai - Forum per la Slavia - Moimacco)

 

- 24 novembre 2009 - Messaggero Veneto - La rappresentanza politica non c’è - La stimolante proposta del Forum per la Slavia sul futuro istituzionale delle Valli del Natisone dopo la cancellazione delle Comunità montane dal sistema delle autonomie locali sta suscitando un dibattito tanto ampio e coinvolgente quanto sotterraneo e indeterminato. Tre sono i tipi di reazione che si registrano. La prima, la più superficiale e semplicistica – emanazione dei gruppuscoli marginali sempre pronti a urlare la loro contrarietà a qualsiasi proposta, ma incapaci di formularne una –, tende a negare, a priori, la possibilità di un approdo positivo dell’elaborazione del Forum. La seconda – di assoluta indifferenza, se non di fastidio – è quella delle strutture estranee alla comunità locale, ma lautamente sostenute finanziariamente dallo Stato centrale italiano, dalla Regione Friuli Venezia Giulia e dalla Repubblica di Slovenia, che preferiscono continuare a operare indisturbate a sola giustificazione del consumo fatto delle ingenti risorse a disposizione, senza mai dover rispondere del loro operato a qualsiasi verifica democratica. La terza e la più interessante è di stizza – avremmo dovuto pensarci noi! – e proviene da quelle frange socio-politiche coscienti della gravità, per le Valli del Natisone, di un assetto istituzionale privo di una dimensione comunitaria sovra-comunale specifica, con competenze, mezzi e rappresentanza politica democratica e autonoma, ma finora confinate in un improduttivo immobilismo, da alleanze e interessi che portano in tutt’altra direzione. Il problema che si pone oggi alla Comunità delle Valli del Natisone è essenzialmente di rappresentanza politica. Alle ultime consultazioni elettorali, le forze moderate – apertamente contrarie alla slovenizzazione propagandata dalle organizzazioni della minoranza nazionale slovena – hanno ottenuto uno straordinario consenso proprio a supporto di questa loro posizione. Il comune sentire che ha sbaragliato il campo elettoralmente si trova, oggi, senza una rappresentanza politica in grado di offrire un progetto alternativo a quello della lobby slovena clerical-comunista, sonoramente sconfitta. La sfida, per le Valli del Natisone, è quindi, oggi, rappresentata dalla necessità di dotarsi di una classe dirigente politica, culturale, sociale ed economica autoctona e libera da condizionamenti esterni, in linea con quelle che sono le reali aspettative dei cittadini. La guida politica della comunità – e non solo quella burocratico-amministrativa – deve essere ripresa in mano dagli eletti dal popolo, come si addice a ogni realtà democratica e non lasciata manipolare da frange marginali, democraticamente irresponsabili. Se i Partiti di riferimento – in senso lato – dell’elettorato moderato delle Valli non si decidono a intervenire con proposte alternative a quelle portate avanti dal nazionalismo sloveno locale, potrebbe anche nascere e svilupparsi un vero e proprio movimento politico autonomo della Slavia friulana sul modello già sperimentato negli anni 80 dal gruppo dei giovani cattolici-democratici in contrasto con la vecchia Democrazia cristiana locale, collegato a livello nazionale con la Lega democratica di Scoppola, Gorrieri, Ruffili e Ardigò. La sfida, per i cittadini delle Valli del Natisone che non si rassegnano a diventare gli sconfitti di una Storia più che millenaria, è quella di guardare oltre alle strette e desuete appartenenze ideologico-partitiche per osare avventurarsi nel campo aperto di una sperimentazione post-ideologica al servizio della comunità. Si tratta, in altre parole, di uscire dalla supina accettazione del tradizionale ruolo di docili “contribuenti elettorali a fondo perso” per assumere quello, più impegnativo, di “partner” consapevoli e responsabilizzati, nella definizione di nuove regole e l’individuazione di innovate istituzioni per il governo di un territorio la cui specificità culturale è evidente per tutti. In questo contesto di ripristino di un quadro generale di democrazia sostanziale troverà adeguata soluzione anche il problema della qualità della tutela culturale e linguistica della società locale, oggi colpevolmente lasciata nelle mani di interessi poco coincidenti con quelli reali di una comunità che, nonostante i sostanziosi investimenti, non si riconosce e non può riconoscersi nella nazione slovena. In realtà, la proposta autonomistica elaborata dal Forum per la Slavia intende rimettere in moto, dopo anni di apatia e di delega, un processo che rivitalizzi gli essenziali meccanismi di partecipazione democratica e restituisca dignità politica alla volontà dei cittadini. (Giovanni Rossi - San Pietro al Natisone)

 

- 6 novembre 2009 - Messaggero Veneto - Lega della Slavia: no all'ente autonomo al posto della Comunità montana - Una proposta «come tante, che però non è assolutamente attuabile»: la Lega della Slavia friulana valuta così l’idea espressa dal Forum per la Slavia, che ha caldeggiato l’istituzione – al posto della Comunità Montana – di un ente autonomo (simile ad un organismo operante nella Valle d’Aran, in Catalogna), capace di «restituire dignità politica alla comunità locale e di migliorare i servizi offerti alla popolazione». Ipotesi di difficile attuazione, replica la Lega della Slavia, «principalmente perchè - dice - qui è stato ingiustamente frazionato il senso di appartenenza alla propria storia, certamente compatto in Catalogna. La Slavia friulana – si prosegue – è oggi un territorio composto da sedici Comuni in cui è tutelata la minoranza linguistica slovena, in realtà inesistente. Alcuni amministratori comunali sono anche arrivati a dichiararsi eletti di lingua slovena, pur non essendosi candidati come tali. Altri sindaci hanno chiesto addirittura il bilinguismo italo-sloveno sulla carta ufficiale e sulle insegne dei pubblici uffici, in chiara violazione degli statuti comunali. Con una situazione locale così disarticolata e falsa come può sorgere la volontà popolare di un’autonomia politica e amministrativa? No: serve prima ricreare un substrato culturale comune, sulla base della millenaria storia di queste terre, e ridimensionare poi gli interventi avvertiti dalla popolazione come estranei alla propria sensibilità». Alla vigilia del riordino della Comunità Montana la Lega della Slavia friulana invita dunque i sindaci a ricordare «i consuntivi delle molte esperienze amministrative del passato e a superare le ingiustificate contrapposizioni identitarie, tenendo presente la necessità del contenimento delle spese». (l.a.)

 

- 3 novembre 2009 - Messaggero Veneto - Tutela della minoranza slovena: domani il ricorso in Consiglio di Stato - Il Consiglio di Stato esaminerà domani, il ricorso straordinario presentato al presidente della Repubblica dalle associazioni culturali e da alcuni residenti dei Comuni della Slavia friulana - Valli del Natisone, del Torre e di Resia - per l’annullamento di una parte del decreto datato 12 settembre 2007, quella, cioè, relativa all’inclusione nell’ambito di tutela della minoranza slovena di sedici Comuni della Slavia «storicamente privi della presenza, sul loro territorio, di tale minoranza». Il 5 maggio 2004, ricordano i promotori dell’iniziativa, il Consiglio di Stato sostenne che spettava al Comitato paritetico verificare se i siti proposti per l’inclusione nell’area di tutela fossero territori in cui la minoranza linguistica slovena era tradizionalmente presente: «L’accertamento, però – spiegano le associazioni della Slavia – non fu fatto, e pur in sua assenza il Governo Prodi adottò, nell’agosto 2007, il proposto ambito di tutela della minoranza slovena, includendovi i 16 Comuni in questione. Ma a testimoniare che nella Slavia friulana non esiste una minoranza slovena - si continua - era intervenuta, 11 giorni prima della pubblicazione del decreto sulla Gazzetta Ufficiale, anche la legge regionale 26/07, che tutela, come varianti dello sloveno, le lingue locali (resiano, natisoniano e torriano), smentendo la liceità dell’inclusione dei 16 Comuni delle tre vallate nel decreto». In occasione delle ultime elezioni regionali e comunali, sottolineano dalla Slavia friulana, la minoranza slovena è risultata «inconsistente in provincia di Udine: alle regionali del 2008 - si rimarca - il partito Slovenska Skupnost ha ottenuto nei Comuni inclusi nel decreto 233 voti, pari all’1,5% dei votanti e in 5 di tali Comuni non ha superato i 5 consensi. Alle comunali del 2009 non vi è stato poi nessun candidato sindaco o consigliere dichiaratosi di minoranza slovena. I Comuni in oggetto non hanno finora recepito nei propri statuti la legge 38/01: un chiaro rifiuto di essere tutelati per una minoranza inesistente e un ulteriore motivo, per i ricorrenti, per attendere con fiducia la decisione del Consiglio di Stato». (l.a.)

 

- 9 ottobre 2009 - Messaggero Veneto - Fondi per le imprese dirottati, è polemica - Quattrocentomila euro «che per legge dovevano essere impiegati in azioni tese a favorire lo sviluppo sociale ed economico del territorio, cioè l’occupazione locale», destinati alla costituzione di un Centro culturale per la minoranza slovena nelle Valli del Natisone: la Lega della Slavia Friulana punta l’indice contro una deliberazione assunta (con sette voti favorevoli, sei contrari e quattro astenuti) dal consiglio dell’ormai commissariata Comunità montana del Torre, Natisone e Collio. E si rivolge, in un volantino, ai giovani del territorio: «Vi sembra giusto – chiede il sodalizio –, in particolare con la crisi in corso, finanziare una inesistente minoranza slovena a scapito delle locali piccole e medie imprese? Rimanendo indifferenti quale futuro vi aspetta? Rifiutate lo spreco di denaro pubblico diretto alla slovenizzazione delle Valli e chiedete con noi il censimento degli sloveni e il rispetto delle leggi, delle promesse elettorali e delle aspirazioni dei cittadini che, orgogliosi della propria millenaria storia e identità italiana, reclamano il diritto di rimanere sul territorio non assimilati». Si elencano poi i nomi dei consiglieri che hanno deliberato a favore, degli astenuti e di chi invece ha votato contro: questi ultimi sono i sindaci di San Pietro al Natisone, Tiziano Manzini, di Torreano, Paolo Marseu, l’ex primo cittadino di Stregna, Claudio Garbaz, il sindaco di Savogna, Marisa Loszach, e quello di Taipana, Elio Berra. Per il sì, si sono invece espressi Piergiorgio Domenis, sindaco di Pulfero, e i consiglieri Gabriele Verona, di Attimis, Marino Perabò, di Faedis, Andrea Romito di Povoletto, Camillo Zanuttig (Prepotto) e Pasquale Petricig (Savogna). «Si sono astenuti, fra gli altri – si conclude –, favorendo l’approvazione, Carlo Biasizzo, di Cividale, e Renato Picogna, di Nimis». Un progetto inaccettabile, insiste la Lega della Slavia Friulana: i fondi derivano dalla legge 38/2001 di tutela della minoranza slovena ed erano finalizzati, appunto, a stimolare lo sviluppo socio-economico ed ambientale del territorio. «La Comunità Montana, cui sono stati assegnati – rilevano dal sodalizio –, ha però deciso di usare il denaro per realizzare il citato centro culturale per la minoranza slovena, che sorgerebbe negli spazi del complesso che accoglie la Comunità stessa. A nostro avviso si tratta di un’operazione illecita, di un abuso». (l.a.)

 

- 8 ottobre 2009 - Messaggero Veneto - Lettere - Italianità e valori - La posta dei lettori è un luogo curioso. Ci fai un giro cercando fiori e finisci per raccogliere le erbacce. Giorni fa, per esempio, non si poteva non cogliere l’erbaccia piantata da Covacig. È un’erbaccia che non lascia indifferenti, nemmeno se l’argomento non ti tocca direttamente. Ci inciampi e non puoi fare a meno di guardarla, perché non ti piace. E una volta raccolta, l’erbaccia, devi metterci qualcosa per risistemare il prato. E cosa ci metto? Intanto ci metto che è una teoria curiosa quella dell’italianità nelle valli del Natisone. Quell’italianità non è una pianta autoctona, per cominciare, c’è una data certa in cui è stata piantata. E che dire delle mire espansionistiche slavo-titine? L’italianità dell’epoca ne era immune? Ma la mia perplessità sul senso della lettera non nasce da considerazioni storiche. Cosa determina e l’italianità e la non italianità in un fazzoletto di terra di relativamente pochi chilometri? Dunque qui c’è italianità e immediatamente dopo il confine, che peraltro non c’è più, c’è cosa? Slavità? Ma qual è, soprattutto, l’italianità che si vuole difendere dall’orda barbarica slava? Forse si rivendica l’italianità prendendo a esempio virtuoso chi affonda una nave zeppa di rifiuti tossici nel mare dove sguazzano i propri figli? È questa l’italianità che si rivendica? Ci sono così tante italianità con cui il sottoscritto si sente distante anni luce che il termine assume la sostanza di un contenitore vuoto. Un feticcio. Un simulacro. Proprio un simulacro che non dice nulla. E allora, mille chilometri a sud, e non vi è alcuna allusione leghista in quanto dico, c’è la stessa italianità che si respira a Stupizza e poi più nulla? Siamo così sicuri che il denominatore comune dell’italianità sia così robustamente solido sino al confine? Cosa abbiamo da offrire, oggi, in termini di italianità, al resto del mondo? Agitare quel feticcio in termini geografici «gli slavi del Friuli non vogliono avere nulla a che fare con quella gente» è retorico e privo di senso. Bisogna riempirlo, invece, questo contenitore di italianità con quelle peculiarità che dovrebbero renderci apprezzati: con il rispetto, con l’etica, la responsabilità, il dovere, il sacrificio, la morale, le idee, la tolleranza, con ancora mille altre cose e infine il rispetto. E non è un refuso, il rispetto ci va due volte. Chi lo riempie di valori può estrarne all’occorrenza, qui, a Lampedusa o a Caporetto, risorse infinite. Quindi accetterei una presa di posizione contro i razzisti, i delinquenti, i bugiardi, insomma con delle categorie che non sono portatori di principi, e non con una genericità, gli slavi appunto, che, come gli italiani, rappresenteranno equamente valori più o meno buoni. E questa non è una considerazione sociale o politica, ma semplice insiemistica. Chi brandisce così l’italianità per farne pregiudizio la usa dissennatamente. Ma non scambiatemi per un buonista: sono pluralmente accondiscendente, ma singolarmente cinico. E non voglio avere a che fare e condividere nulla, in primis questa sua italianità, con Covacig. (Bruno Roiatti - Cividale del Friuli)

Minoranze e Costituzione - Sono lieto di leggere delle lettere come quella scritta dal signor Archinto P. Anzil di Treppo Grande. Ho apprezzato la serenità con cui egli cerca di spiegarsi e spiegare la realtà linguistica della Slavia friulana. Ma con altrettanta serenità devo informarlo che la Costituzione repubblicana non parla di minoranze etniche o nazionali, ma solo di minoranze linguistiche (articolo 6). (Remo Brunetti - Cavazzo Carnico)

Non derivate dallo sloveno - Si continua a sostenere che le comunità linguistiche di antico insediamento presenti da 14 secoli nelle valli del Natisone, del Torre e di Resia sono slovene perché parlano dialetti che hanno dato origine alla lingua slovena. Lo ha fatto su questa pagina anche il signor Anzil di Treppo Grande. Sono argomentazioni fuori tema se riferite alla tutela delle minoranze e anche presuntuose. Le minoranze nazionali, oggi chiamate linguistiche, sono tutelate da precise leggi che non fanno riferimento alle origini delle lingue, ma tutelano quelle materne attualmente parlate. Infatti, quelle che riguardano la nostra regione precisano che a chiederle può essere o il 15% degli elettori o il terzo dei consiglieri comunali, logicamente di minoranza slovena e solo dove la minoranza stessa è o storicamente radicata oppure tradizionalmente presente. Presupposti che nelle precitate valli, come più volte scritto, non sono presenti, tanto che i consiglieri comunali richiedenti dette leggi non li hanno citati. L’inclusione nell’ambito di tutela della minoranza linguistica slovena da parte di un decreto presidenziale di ben 16 comuni della Slavia friulana risulta pertanto ingiustificata, anche perché la storia locale è stata sempre profondamente diversa da quella degli sloveni rimasti oltre le Alpi. Lo testimoniano gli stessi comuni che in realtà hanno rifiutato la tutela degli sloveni non avendo recepito nei propri statuti i contenuti delle relative leggi. Così stando le cose, sembra che Anzil voglia convincere, con riferimento alla lingua e non ai diritti fondamentali dell’uomo, gli slavofoni del Friuli a essere sloveni, cioè minoranza slovena e non più di patria italiana scelta e vissuta con orgoglio dai loro antenati. Comunque egli fa anche riferimenti storici non precisi. È infatti noto a tutti che i dialetti slavi ancora oggi parlati nella Slavia friulana sono antecedenti alla lingua slovena di circa un millennio e pertanto non possono essere derivati da quella lingua. (Sergio Mattelig - presidente Lega della Slavia friulana - San Pietro al Natisone)

Siamo qui da 1.400 anni - Ahimè, non ci lasciano proprio in pace! Dopo i signori Pascolo e Turello (lettere del 25 agosto) ora spunta anche il signor Anzil (4 ottobre) a dirci cosa siamo noi delle valli del Natisone, del Torre e di Resia e quindi quale dovrebbe essere la nostra lingua. Sembrano tutti ossessionati a convincerci che siamo “minoranza slovena”, tanto che mi viene il sospetto che una simile caparbietà nasconda qualcosa. Evidentemente questi signori non ci calcolano friulani, anche se siamo qui da millequattrocento anni, ancora prima che questa terra si chiamasse Friuli. E se siamo minoranza slovena come loro vorrebbero, gli altri friulani che cosa sono? Poiché in Friuli si sono susseguiti veneti, celti, romani, visigoti, unni, ostrogoti, longobardi, avari e via discorrendo, non è pensabile che questi popoli siano spariti nel nulla senza lasciare traccia e sia sorto d’incanto il popolo friulano, li esorterei a cercare le loro radici etniche e quando le avranno trovate a dichiararsi minoranza di Tizio, Caio o Sempronio. Vi sembra ridicolo? Allo stesso modo è ridicolo che si parli di minoranza slovena nelle valli del Natisone, del Torre e di Resia. Vi ringrazio se pubblicando quanto sopra mi aiuterete a difendere la mia appartenenza al Friuli e all’Italia, di cui mi sento parte integrante a pieno titolo, nonostante la lingua che parlo. (Magda Succaglia - San Pietro al Natisone)

 

- 22 settembre 2009 - Messaggero Veneto - Toni che sono vergognosi - Sul foglio locale “Dom” del 15 settembre compare un articolo che definisce «Vergognosa campagna del quotidiano udinese...» il fatto che il Messaggero Veneto abbia pubblicato molte lettere di chi non vuole essere definito “minoranza slovena”, come evidentemente sarebbe desiderio dell’autore. Direi che sarebbe stato vergognoso se non l’avesse fatto! Direi che sia vergognoso che si usino simili toni per sindacare l’operato di un giornale che ha tutto il diritto e il dovere di ospitare le opinioni dei suoi lettori nella pagina a loro dedicata e dove, democraticamente, trovano spazio anche le sue. Infine, basandomi sulla mia esperienza personale, voglio ricordare all’autore che non tutte le lettere sono pubblicate e se succede altrettanto a tutti quelli che scrivono sull’argomento avrebbe di che leggere opinioni che non lo soddisfano. (Magda Succaglia - San Pietro al Natisone)

Comportamento ingiustificato - Persiste l’atteggiamento arrogante e spavaldo del quindicinale Dom – Foglio culturale religioso – edito a Cividale e diretto dallo sloveno (si dichiarò tale su questa pagina nel 1991) monsignor Marino Qualizza che, rifiutando di confrontarsi con le posizioni altrui, punta esclusivamente a spacciare per minoranza slovena le comunità slavofone storicamente presenti nelle Valli del Natisone, del Torre e di Resia, che, con riferimento alla propria millenaria storia profondamente diversa da quella degli sloveni, non si riconoscono in tale minoranza. Sul numero del 15 settembre corrente il citato quindicinale ha addirittura scritto nella lingua slava locale: «Vergognosa campagna del giornale udinese, che tenta di rubarci l’anima e strappare quello di più caro e bello che ci hanno lasciato i nostri antenati». Il riferimento è rivolto chiaramente al Messaggero Veneto che anche in luglio e agosto ha pubblicato non già articoli suoi, ma alcune lettere scritte dai suoi lettori originari delle Valli del Natisone, del Torre e di Resia in risposta a lettere che li avevano definiti ingiustamente minoranza slovena. In tali lettere gli slavofoni chiarivano il perché non si riconoscevano nella minoranza slovena e chiedevano anche loro, nel rispetto della Costituzione, una tutela specifica delle proprie peculiarità storicamente acquisite. Chiarivano cioè che i loro antenati era immigrati nelle Valli precitate a partire dal VII secolo e che poi i loro discendenti avevano sempre partecipato alle vicende storiche prima del Patriarcato, poi della Repubblica Veneta, del Regno d’Italia e infine della Repubblica italiana e sempre nell’ambito della popolazione friulana. Si sentono perciò profondamente orgogliosi italiani e non sloveni addirittura di animo e tradizioni. Incomprensibile e ingiustificato appare perciò il comportamento del direttore Qualizza nel definire l’ospitalità del Messaggero Veneto come «Vergognosa campagna...». Avrebbe fatto meglio a spiegare perché egli si sente sloveno e su quali tradizioni locali e della sua famiglia si basa tale suo sentire. Nella Slavia friulana la minoranza slovena non è presente come testimoniano gli statuti comunali e definire “vergognosi” quanti alla fine difendono la propria identità nazionale italiana anche con lettere che giustamente il Messaggero Veneto pubblica risulta veramente arrogante e comunque non confacente a un “Foglio culturale religioso” come è definito il Dom. (Sergio Mattelig - presidente Lega della Slavia friulana - San Pietro al Natisone)

 

- 5 settembre 2009 - Messaggero Veneto - Lettera - In attesa di tutela Il signor Pascolo di Udine è tornato il 24 agosto su questa pagina per sostenere nuovamente (lo aveva fatto già il 30 giugno scorso) che i parlanti i dialetti sloveni nella Slavia friulana della provincia di Udine sono sloveni perché parlano un dialetto sloveno. Cita in proposito «l’ampia pubblicistica scientifica esistente sull’argomento» e conclude che «se la maggioranza di quella popolazione (slavofona) decidesse democraticamente di non accettare l’appartenenza slovena delle loro parlate e di non ritenersi sloveni»... «i tanto giustamente apprezzati dialetti locali sarebbero facilmente destinati a rapida estinzione». Quindi secondo Pascolo distruzione rapida se non si accetta di ritenersi sloveni. Non sa che in realtà la distruzione non solo dei dialetti locali, ma anche della millenaria storia delle Valli è prevista con l’applicazione forzata delle leggi che tutelano la minoranza slovena. L’apertura di sportelli sloveni e l’uso dello sloveno sulle insegne pubbliche e sui gonfaloni è solo l’inizio. Il Pascolo ignora poi che nelle Valli del Natisone, del Torre e di Resia è la millenaria storia che non riconosce la presenza della minoranza slovena sul territorio (non sono infatti presenti associazioni di minoranza slovena) e che i locali statuti comunali tutelano la lingua materna, cioè i dialetti di origine slava, chiamati anche dialetti sloveni, avuti tramandati dagli antenati. Dialetti che sono in attesa dell’approvazione di una legge nazionale che li tuteli come «lingue slave denominate natisoniano, po-nasen e resiano», nel rispetto dei principi costituzionali e della millenaria storia, alla pari di quelle germaniche della Valcanale, ora tutelate. (Sergio Mattelig - Lega della Slavia friulana - San Pietro al Natisone)

 

. 4 settembre 2009 - Messaggero Veneto - No all’eutanasia della parlata locale - Sembra che qui nell’Alta Val Torre stiano letteralmente “dando i numeri” metaforicamente e non del lotto perché la realtà linguistica locale è travisata con apparentemente innocue mosse che la gente non riesce a percepire. Mi riferisco a due recenti accadimenti. Sta per essere distribuita la ristampa – luglio 2009 Agraf – del libro “Lusevera. Nell’Alta Val Torre” in cui l’autrice dell’aggiornamento, dopo una ventina d’anni dalla prima edizione, si permette di fare una grave e arbitraria affermazione citando l’inesistente “minoranza slovena locale”, che oltre a essere etnicamente falsa e antistorica è anche offensiva nei confronti della gente indigeno-autoctona locale che si vorrebbe così classificare come minoranza nazionale. Detta curatrice avrebbe dovuto ponderare bene e meglio queste parole soprattutto alla luce del contenuto preponderante del libro originario in cui il noto valente scrittore e giornalista don Ottorino Burelli, già parroco in gioventù a Villanova delle Grotte (quindi conoscitore della peculiarità idiomatica locale), cita il termine uomini “slavi”, quindi non sloveni. Secondo fatto, molto più grave, sta (camuffato) nel generico oggetto del verbale di deliberazione della giunta comunale di Lusevera – numero 88 del 28 luglio 2009 – per la richiesta di contributo ai sensi della legge 38/2001 articolo 8 e Legge regionale 26/2007 articolo 19 in cui il “responsabile del servizio” (in questo caso l’assistente segretario comunale) propone, con proprio favorevole parere tecnico, di approvare, come poi la giunta fa, l’istituzione dello sportello linguistico (ovviamente sloveno) con 39.910,72 euro di spesa, l’intervento per la segnaletica stradale istituzionale plurilingue (30.758,40 euro), svolgimento di corso di formazione linguistica e di terminologia tecnico-giuridica per il personale (2.700,00 euro), gestione e poteziamento sito web istituzionale con l’uso della lingua slovena (2.419,20 euro); il tutto pari a 75.788,32 euro, che, tradotto in vecchie lire, ammontano a oltre centocinquanta milioni a carico del solito “pantalone”, cioè del contribuente. Ma non è in questa cifra il problema, bensì nel proseguire a volere più o meno surretiziamente inquinare, quindi “eutanasiare”, la parlata locale slovenizzando l’Alta Val Torre, il cui comune di Lusevera è compreso tra quegli 11 della provincia di Udine individuati (da chi?) ad aver diritto (?!?) di usare la lingua slovena e come meglio ancora precisa Sergio Mattelig sul Messaggero Veneto (e che tutti dovrebbero leggere e capire bene) il 21 agosto, cioè «il cosiddetto bilinguismo visivo, nelle insegne degli uffici pubblici, nella carta ufficiale, nei gonfaloni e nella segnaletica stradale». A quando la “stella” di Tito, che voleva arrivare al Tagliamento? Roba da matti: il comune di Lusevera, quindi, come appendice slovena con uno sportello ad hoc, che i due impiegati rimasti dopo l’esodo del tutto nel comune capofila Nimis dovrebbero gestire; ma per chi? Se nell’Alta Val Torre si parla il “po nasin” e non ci sono sloveni! Spero proprio che nella discussione alla Presidenza del consiglio dei ministri del 4 novembre prossimo sia recepito il ricorso straordinario presentato da un gruppo di elettori della Slavia friulana. Intanto, secondo me, dovrebbero darsi una mossa in proposito, come già annunciato, il consigliere regionale Novelli e il senatore Saro nonché il governatore Tondo! (Lidio Buttolo - Lusevera)

 

- 25 agosto 2009 - Messaggero Veneto - Volontà politica e stato di fatto - I firmatari delle cinque variegate lettere, pubblicate nel numero del 14 luglio ultimo scorso, sembrano comunque concordi nel rifiutare la collocazione dei dialetti della “Slavia friulana” nell’area linguistica slovena, rifiuto peraltro non sorretto da ragioni scientifiche, ma suggerito da motivazioni per lo più di carattere ideologico. Tuttavia essi sembrano riconoscere il carattere slavo dei loro dialetti ed esprimono la volontà di salvaguardarli. A questo proposito vorrei citare alcune parole dell’illustre linguista professor Giovanni Battista Pellegrini pronunciate alla Conferenza sui gruppi etnico-linguistici della provincia di Udine svoltasi a Udine nel 1978: «Sembra a me... che in molti cittadini della Slavia friulana sia risorto un più convinto desiderio e orgoglio di difendere le proprie origini... Ma dalle varietà locali sarà utile risalire alla lingua ufficiale con l’aiuto di insegnanti esperti. Agli sloveni del Friuli capita una fortuna certamente maggiore (si riferisce a una sua proposta fatta ai parlanti un dialetto albanese in Calabria di imparare l’albanese ufficiale), e cioè di conoscere una lingua che dà loro la possibilità di apprendere o di capire con discreta facilità un gruppo di lingue parlate da milioni di europei e tra esse vi sono lingue di grande prestigio e utilità pratica e scientifica». Mi permetto infine di suggerire l’opportunità, per potersi formare un’opinione più comprensiva, di consultare, oltre che i numerosi scritti del professor Pellegrini, tutta l’ampia pubblicistica scientifica esistente sull’argomento. In particolare cito alcuni autori fra i più importanti: Jan Baudouin de Cortuenay, Carlo Podrecca, Francesco Musoni, Ivan Trinko, Fran Ramovs, Jernej Kopitar, Milko Maticetov, Roberto Dapit, Tine Logar, Han Steenwijk, Breda Pogorelec, Milko Kos, Ziva Gruden. In un’intera paginata del numero del 19 agosto si rinnova il coro del rifiuto allo sloveno e ciò mi dà l’occasione per un breve codicillo. Come si vede, il Pellegrini, come del resto gli altri studiosi della materia, non mettono neppure in discussione il fatto che quei dialetti locali non siano dialetti sloveni e pertanto i parlanti non siano sloveni. Certo, se la maggioranza di quella popolazione decidesse democraticamente di non accettare l’appartenenza slovena delle loro parlate e di non ritenersi sloveni, si dovrà accettare tale determinazione, a dir poco curiosa, con la quale una volontà politica smentisce uno stato di fatto. Peccato, perché, se accadesse questo, i tanto giustamente apprezzati dialetti locali sarebbero facilmente destinati a rapida estinzione. (Enzo Pascolo - Udine)

 

- 25 agosto 2009 - Messaggero Veneto - Si comincia dando il buon esempio - Devo proprio dirlo: «Ma guarda chi parla»! Mi riferisco alla lettera pubblicata il 7 agosto a firma Vera Iussa e che solo l’altro giorno ho avuto l’opportunità di leggere. Si dà il caso che conosca la signora da quando era ragazzina e mai, dico mai, l’ho sentita usare la nostra lingua, men che meno quella slovena, nemmeno quando colloquiava con sua madre! Se davvero ci tiene alla nostra parlata, cominci a dare il buon esempio, invece di incolpare tutti fuorché se stessa. Le altre considerazioni sono le solite lagne della stampa slovenofila locale, che non rispecchiano la realtà dei fatti, ma fanno solo del vittimismo che alla lunga ha stufato, come si evince dai risultati delle ultime elezioni comunali. (Magda Succaglia - San Pietro al Natisone)

 

- 25 agosto 2009 - Messaggero Veneto - Comportamenti da evitare - Mi ero ripromesso di non tornare più sull’argomento, ma poiché il dibattito continua ed è quasi patologico mi siano consentite un paio di considerazioni cercando di tenermi sulle linee generali. L’attuale governo italiano si tiene un po’ indietro perl’innesto delle parlate locali o dei dialetti o delle lingue minoritarie (friulano compreso) che dir si voglia in un contesto pedagogico a livello scolare e quindi a un’assunzione ufficiale della lingua “modello” a cui ci si ispira. È una decisione che condivido, anche perché permette in ogni caso un sufficiente sostegno finanziario destinato alle rispettive tradizioni, ai costumi, all’uso delle parlate locali, preziosa eredità dei nostri avi. È ovvio che l’interesse rivolto ai gravi problemi nazionali e all’insegnamento della lingua italiana sia preminente (è risaputo quanto l’italiano sia parlato male e quanto le metodologie e i materiali didattici siano carenti). Oltre a ciò, penso che sia l’ora di affrontare con un certo impegno l’apprendimento della lingua inglese, lingua d’Europa, che pochi conoscono. Nello specifico, bisogna convincersi a tutti i livelli che esistono una netta “presa di coscienza” e un “sentimento o senso di appartenenza” inequivocabili verso lo Stato costituito e i suoi valori, ben radicati e coesi al presente. La storia e i vari mutamenti linguistici sono testimonianze pregne di significato: gli Stati più evoluti continuano a dare lezioni di etica e di convivenza pacifica in questo senso. Tutto il resto: le varie ipotesi, le paventate certezze, i proclami mediatici e quant’altro generano confusione, inquietudine, acrimonia ormai alla noia. Uomini illustri, non autoctoni, che rivestirono e rivestono ruoli di potere autorevoli, anche ai massimi vertici, ce lo insegnano. Per concludere, una comunità etnica, o gruppo etnico, o gruppo etnico-linguistico e le condizioni necessarie, previste da linguisti di fama mondiale, quali per esempio T. Veiter, R. Breton, A.D. Smith e altri per una collocazione in una realtà etnica, sono sottese alla seguente, universale definizione: «Una comunità umana, legata al suo interno dalla coscienza di avere un comune patrimonio storico e da vincoli culturali così forti e tali da improntare in modo significativo la maniera di pensare e il comportamento di tutti gli appartenenti alla stessa, questa è definita “comunità etnica” o gruppo etnico o gruppo etnico-linguistico (in quanto normalmente alla comune cultura di base corrisponde l’uso di una stessa lingua)». (Cfr. G. Barbina, La geografia delle lingue, Nis, 1993, Roma, p. 37). (Marino Droli - Udine)

 

- 25 agosto 2009 - Messaggero Veneto - Concordanze di termini - Il signor Lidio Buttolo da anni va dicendo che i dialetti sloveni della provincia di Udine (che lui e altri chiamano “natisoniano” o “po nasin”) e lo sloveno non hanno niente a che fare tra loro. Nella sua ultima lettera dice addirittura che tra il suo dialetto di Pradielis e quello del comune di Drenchia la comprensione reciproca risulta impossibile perché non c’è «neppure qualche parola in comune». Eppure si calcola che ci siano almeno 1.500 vocaboli panslavi, cioè presenti in forma identica o molto simile (e comunque facilmente riconoscibile) in tutte le lingue slave. E che i dialetti del Torre e del Natisone siano slavi lo ammettono anche gli anti-slovenisti. Per fare un confronto, nel lessico tradizionale delle lingue neolatine le concordanze sono solo 500. Quindi i casi sono due: o il signor Buttolo ha straordinarie difficoltà di comprensione, che non può attribuire al resto del mondo, oppure non capisce perché non vuole capire. (Davide Turello - Udine)

 

- 25 agosto 2009 - Messaggero Veneto - La realtà del territorio - Il gruppo di mamme di Stregna, citate nella lettera pubblicata il 4 agosto a firma del signor Riccardo Ruttar (capogruppo di minoranza del Comune di Drenchia), in risposta a una precedente lettera delle stesse, nonostante il linguaggio poco elegante e alquanto offensivo che rimandano al mittente, non essendo condizionate da alcuno, ed essendo “loro” prive di interessi personali legati all’argomento e in grado di rispettare il pensiero e le vedute di tutti, gli ricordano che a Drenchia, a Stregna e in ogni altro comune delle Valli del Natisone il suo pensiero è quello della minoranza e non della maggioranza della popolazione. Il signor Ruttar ne è la dimostrazione vivente, essendosi candidato per due volte alla carica di sindaco andando ben lontano dall’esito sperato. Pertanto il signor Ruttar, che con le sue dichiarazioni ha dimostrato di non conoscere la realtà del territorio e la sua storia, dovrebbe imparare a rispettare il pensiero e le vedute degli altri accettando il fatto che non si può attribuire ad altri pensieri e/o appartenenze che non sentono propri. Chi si sente una minoranza slovena, come il signor Ruttar, ha in ogni caso il sacro santo diritto di dichiararsi tale, ma non per questo tutti gli altri (maggioranza della popolazione) devono portare a vita un “bollino” non sentito e non gradito. Vivi e lascia vivere...! (Un gruppo di mamme - Stregna)

 

- 21 agosto 2009 - Messaggero Veneto - Identità linguistiche e delibere illegittime - Dibattito Il consigliere comunale di Drenchia Riccardo Ruttar mi indica come stucchevole ripropositore di argomentazioni che indirettamente danno «... del deficiente a fior fiore di studiosi...», con chiaro riferimento alle mie note affermazioni secondo cui le comunità linguistiche slavofone presenti da 14 secoli nelle Valli del Natisone, del Torre e di Resia non sono una minoranza slovena, principalmente perché esse stesse non si riconoscono in tale minoranza, nel rispetto della propria storia. I due diversi modi di vedere la storia della Slavia friulana non sembrano poi tanto importanti, a parte il termine riferito all’intelligenza. Diventano invece determinanti quando sono posti alla base della distinzione dell’identità nazionale italiana o slovena delle popolazioni ivi residenti. Su questo versante rimane allora una sola possibilità di chiarimento: seguire fedelmente le previsioni delle leggi preposte a garantire la tutela della minoranza slovena (la 482/99 e la 38/01) e rispettare i princìpi fondamentali che tutelano i diritti naturali di ogni individuo. Per primo è da tenere presente che per minoranza linguistica (linguistica corrisponde a nazionale) si intende normalmente un gruppo di persone che vivono in una determinata località aventi una lingua e delle tradizioni proprie e che manifestano un sentimento di solidarietà allo scopo di preservare la loro lingua, la loro cultura e le loro tradizioni. Non è pertanto vero, come sostiene Ruttar, che è la legge che impone alla persona di fare parte di una minoranza, ma è la persona a scegliere se farne parte o meno. Le citate due leggi precisano inizialmente dove la tutela può essere applicata e a richiesta di chi. Può essere applicata solo dove la minoranza slovena è logicamente già presente. In particolare, per la legge 482 dove essa «è storicamente radicata e in cui la lingua ammessa a tutela è il modo di esprimersi dei componenti della minoranza linguistica». Per la 38 dove la minoranza «è tradizionalmente presente». Nella Slavia friulana la lingua parlata non è quella slovena tutelata dalle leggi. Invece per la richiesta di applicazione della tutela le due leggi corrispondono sostanzialmente tra loro nel senso che prevedono entrambe che a chiedere la tutela possa essere almeno il 15% dei cittadini iscritti nelle liste elettorali, ovvero un terzo dei consiglieri comunali dei medesimi comuni. Sorge logica la domanda: in provincia di Udine, lungo la fascia confinaria con la Slovenia, è veramente “storicamente”, oppure “tradizionalmente”, presente la minoranza linguistica (nazionale) slovena per come le leggi richiedono? Per la risposta non andrebbero trascurate le giustificazioni della distinzione tra lingua slovena e dialetti slavi fatta dalla stessa Associazione italiana slavisti nel 1989 che è questa: «Dall’insediamento (VII secolo) fino al 1866 gli sloveni dell’odierna provincia di Udine rimasero isolati dal resto della nazione slovena a causa sia di barriere naturali sia dell’appartenenza di essi nel tempo a unità statali diverse (Venezia, Austria, Province illiriche); con il passaggio nel 1866 al Regno d’Italia il distacco dal resto della nazione slovena (all’epoca inserita nell’impero austro-ungarico) diventa definitivo». Chiariti così anche i principali due presupposti previsti dalle leggi, proseguiamo nella descrizione dell’iter applicativo di dette leggi. Nel 2000, senza attendere il regolamento di applicazione della 482 il previsto terzo dei consiglieri comunali di 15 comuni della Slavia friulana chiese al consiglio provinciale di Udine l’applicazione della legge precisando però che così intendevano tutelare le lingue locali chiamate dialetti, parlate o altro e non la lingua slovena. Il consiglio provinciale poi, il 26 aprile 2001, con delibera 33, delimitò l’ambito di applicazione della legge, senza tenere conto di tali richieste e in assenza del regolamento, definendolo «di tutela della lingua slovena». Una delibera chiaramente illegittima. Illegittimità che poi alcuni Comuni inclusi in detto ambito addirittura utilizzarono chiedendo e ottenendo contributi finanziari per aprire sportelli bilingui e per tradurre atti comunali in lingua slovena, pur sapendo di non avere sul territorio la minoranza slovena. Un classico assalto alla diligenza dei contributi con ingiustificato spreco di denaro pubblico. Poi, nel 2002, sempre il solo terzo dei consiglieri comunali di ben 18 comuni (i 15 della 482 più 3) sempre della provincia di Udine proposero, senza però certificare il previsto requisito della “tradizionale” presenza, l’applicazione sul proprio territorio della legge 38/01. Questa volta, il preposto Comitato paritetico accolse tali proposte senza alcuna verifica, nonostante nel frattempo fosse stata suggerita addirittura dal Consiglio di Stato, e le incluse in un decreto poi firmato dal presidente della Repubblica il 12 settembre 2007. Così fu decretata ufficialmente, per la prima volta nella millenaria storia della Slavia friulana, la presenza della minoranza slovena anche in 18 comuni della provincia di Udine, oltre che in 6 della provincia di Trieste e in 8 di Gorizia. Un decreto contro il quale un gruppo di elettori della Slavia friulana che non si sente sloveno ha presentato ricorso straordinario che sarà discusso dalla Presidenza del Consiglio dei ministri il 4 novembre prossimo. Comunque le negative conseguenze applicative di tale decreto sono in corso. Sono stati infatti individuati 11 comuni della provincia di Udine che avranno diritto di usare la lingua slovena, il cosiddetto bilinguismo visivo, nelle insegne degli uffici pubblici, nella carta ufficiale, nei gonfaloni e nella segnaletica stradale. Sono state anche regolamentate le modalità per la concessione dei finanziamenti per l’uso della lingua slovena nella Pubblica amministrazione. Non si esclude che qualche sindaco, trascurando le promesse elettorali, il contenuto dello statuto comunale e il giuramento di fedeltà alla Costituzione italiana, chiederà anche tali finanziamenti. E tutto ciò nell’indifferenza dello Stato che dovrebbe tutelare tutte le minoranze presenti sul proprio territorio nel rispetto dell’unità nazionale, dei princìpi costituzionali e delle norme europee e internazionali. Emerge comunque chiaro che non si tratta, come dice Ruttar, di mantenere aperta per divertimento la questione slovena nelle Valli del Natisone, del Torre e di Resia, bensì di informare l’opinione pubblica sull’illegittimo tentativo in atto di distruggere mediante assimilazione le comunità linguistiche di antico insediamento presenti da 14 secoli nelle precitate Valli. Si vorrebbe anche sensibilizzare il Governo e il Parlamento nazionali perché sostengano il citato ricorso e il disegno di legge 697 comunicato alla Presidenza del Senato della Repubblica dal senatore Ferruccio Saro il 27 maggio 2008, proponente l’aggiunta all’articolo 2 della legge 482/99 della previsione di tutela anche delle «lingue slave denominate natisoniano, po-nasen e resiano». Le comunità slavofone storicamente presenti sul territorio della Slavia friulana chiedono in sostanza di rimanere italiane nel rispetto della propria millenaria storia. (Sergio Mattelig - presidente Lega della Slavia friulana San Pietro al Natisone)

 

- 19 agosto 2009 - Messaggero Veneto - Lingua staccata dallo sloveno - Abbiamo letto con molta attenzione quanto scritto dal signor Riccardo Ruttar, capogruppo di minoranza al Comune di Drenchia, sul Messaggero Veneto del 4 agosto, in cui finge di non conoscere, o realmente non conosce la storia, la lingua e la cultura delle Valli della Slavia friulana e manifesta un atteggiamento di superiorità e di disprezzo nei confronti di chi “osa” esprimere punti di vista diversi dai suoi. Il signor Ruttar sostiene che gli sloveni «impiegano il loro tempo (molto ben remunerato!, ndr) per scrivere cose sensate in favore della minoranza cui appartengono, per organizzare e realizzare iniziative di promozione del patrimonio culturale, linguistico, economico...». Benissimo, ma non può pretendere che tutti la pensino come lui, che si sentano sloveni! Quindi lui può parlare solo per sé e per gli sloveni come lui e non ha il diritto di insultare chi non vuole appartenere a tale minoranza, ma vuole continuare a far valere la propria identità, a usare la propria più che millenaria parlata derivante da una storia che non si è mai intrecciata con quella degli sloveni e quindi lotta per poterla conservare. Al signor Ruttar che ci invita a parlare di «contenuti amministrativi e propositivi per il bene economico e sociale delle popolazioni» delle Valli interessano i milioni di euro che la minoranza slovena percepisce annualmente da Stato, Regione, Provincia e Slovenia e che non hanno portato alcun benessere alle comunità locali, ma solo alle tasche di chi lavora nel settore. Finalmente i valligiani hanno cominciato a conoscere chi sono i beneficiari di tanto ben di Dio e perché non sono stati interpellati per esprimere la propria volontà di appartenenza o meno alla minoranza slovena. È vero che l’articolo 6 della Costituzione «tutela con apposite norme le minoranze linguistiche», ma dove esse esistono effettivamente. Le parlate slave delle Valli erano state riconosciute da leggi regionali, ma con la legge 482/99 le cose sono state modificate: in Fvg tale legge è applicata in modo diverso rispetto al rimanente territorio nazionale. In Puglia, a esempio, è riconosciuto e protetto il grico, in Molise lo stokavo che non sono certamente le lingue nazionali greca e croata. In Friuli invece si è voluto introdurre forzatamente la lingua nazionale slovena, che, converrà il signor Ruttar, non è mai stata parlata nelle Valli, se non attualmente da coloro che l’hanno studiata appositamente. Ecco quindi perché ci battiamo: perché le nostre parlate, resiano, po-nasem e natisoniano, siano tutelate e non annientate dall’introduzione artificiosa dello sloveno. Non possiamo essere d’accordo con lei, signor Ruttar, sull’«ovvietà storica e linguistica delle nostre valli», in quanto la nostra storia non ha mai avuto niente a che vedere con quella della nazione slovena, avendo la nostra popolazione sempre partecipato alle vicende storiche della pianura friulana e mai a quelle slovene e mantenendosi la nostra lingua, nei secoli, completamente staccata dallo sloveno. Inoltre la lingua usata nelle nostre valli per stilare documenti pubblici e privati è stata quella italiana e non quella slovena. E ora due domande, signor Ruttar. Se nel 1866 a Stregna tutti erano sloveni, come mai quegli abitanti hanno optato per l’Italia quando avrebbero potuto, al plebiscito, scrivendo no, rimanere con l’Austria ed essere agganciati quindi alla Regione slovena? E «a chi mettiamo sulla coscienza» tutti gli abitanti che mancano in tutti i paesi di montagna non solo del Friuli, ma di tutte le regioni italiane? Signor Ruttar, meno spocchia, meno sicumera e più rispetto per la verità e per le persone! (Alessandra Manzini - Pagnacco, Giovanni Micelli - Resia, Luciano Santoro - Cividale, Adriano Clemente - Resia)

 

- 19 agosto 2009 - Messaggero Veneto - E’ necessario un censimento - Desidero esprimere la mia solidarietà alle mamme di Stregna che sono state trattate in maniera incivile dal signor Riccardo Ruttar. Si consolino, perché lo stesso trattamento è stato riservato anche a me, sempre dal signor Riccardo Ruttar, che, in sloveno su un quindicinale locale, poco più di due anni fa aveva scritto, riferendosi a me, «... è difficile mettere insieme tante stupidaggini in così poco spazio...». Ecco: a coloro che non condividono le sue idee il signor Ruttar riserva insulti gratuiti. Io avrei «messo insieme tante stupidaggini in così poco spazio»: può darsi, ma non mi ha dimostrato perché, mentre io posso dimostrare che proprio lui aveva scritto e continua a scrivere stupidaggini, queste sì storicamente provate. Aveva infatti affermato che Cividale del Friuli aveva ricevuto il nome di Civitas Austriae dai tedeschi, ritenendo che tale nome significasse Città dell’Austria (fra l’altro provi a dire agli austriaci che sono tedeschi!) e non Città Australe, cioè orientale, perché situata ai confini orientali del regno dei franchi, ignorando quindi la storia di Cividale del Friuli. Ecco come si comporta il signor Ruttar: chi non la pensa come lui o dice stupidaggini o ha bisogno di uno psicoterapeuta. Non è in grado di usare un linguaggio rispettoso dell’interlocutore per sostenere le sue tesi, ma scade in offese sul piano personale, anche nei confronti di altre persone (fra l’altro, signor Ruttar, il detto latino non recita «repetita manent», bensì «repetita iuvant», mentre «scripta manent»!) che si sono “permesse” di esprimere la loro opinione sul problema “sloveno” nelle valli friulane. E allora vorrei porre alcune domande al signor Ruttar. Alle elezioni comunali di Drenchia si è presentato come rappresentante della minoranza slovena? Ha presentato il suo programma anche in sloveno? Spero di non dire altre stupidaggini affermando che non lo ha fatto. Come mai? Se nelle valli ci sono tanti che si ritengono sloveni e che quindi parlano lo sloveno, perché non si è presentato come paladino della minoranza slovena? D’altra parte il signor Ruttar ha perfettamente ragione a sostenere le sue tesi: i finanziamenti che le associazioni slovene, di cui anche lui fa parte, ricevono da parte dello Stato italiano, della Regione, della Provincia e anche dalla Slovenia, ammontano a svariati milioni di euro, ripeto, milioni di euro, l’anno! E anche nell’applicazione della legge 482/99, che riserva fondi alle minoranze linguistiche regionali, non si capisce perché questi sono ripartiti, in proporzione, a tutto vantaggio degli sloveni e non dei friulani che sono la stragrande maggioranza! Da tener presente che questo denaro è utilizzato dalle associazioni slovene come meglio credono! E allora non sarebbe il caso di conoscere quanti sono gli sloveni in Fvg? Non si può, perché gli sloveni non vogliono essere contati. Chissà perché. È giusto essere fieri della propria nazionalità e quindi conoscere la propria consistenza numerica, come si è fatto non solo in Alto Adige, ma anche per gli sloveni in Austria e per gli italiani in Croazia e in Slovenia. Un dato di fatto certo però è questo: il partito della Slovenska Skupnost (partito della minoranza slovena che si è presentato in tutta la regione) ha raccolto, nelle ultime elezioni regionali, 7.008 voti su 597.790 votanti (1,17% circa): non è certo questo il numero di coloro che si sentono sloveni, ma per arrivare agli 80-100 mila proclamati dai rappresentanti della minoranza slovena ce ne vuole! E allora, perché non fare un censimento, così finalmente potremmo sapere quanti sono i friulani, quanti gli italiani, quanti gli sloveni e quanti i tedeschi, come ha suggerito anche la vedova dell’importante rappresentante della minoranza slovena Spacapan? In questo modo si potrebbe avere anche un altro vantaggio: in un momento di crisi economica, cioè, si potrebbe, forse, risparmiare denaro che sarebbe elargito solo sulla base della reale, e non su quella dichiarata dagli interessati, consistenza numerica della minoranza slovena! (Piera Specogna - Cividale)

 

- 19 agosto 2009 - Messaggero Veneto - L’identità non può essere imposta - Vorrei dare delle spiegazioni al signor Ruttar che in questo giornale mi accusa di contraddittorietà senza averlo provato. Entrambi sappiamo che l’identità la si sceglie e che non può essere imposta né dagli Stati, né da leggi o trattati. La lingua per contro è una convenzione e come tale può essere imposta, oppure, come più auspicabile, un popolo può accogliere una o più lingue (oltre alla parlata materna) per cause o scopi diversi. È indifferente il fatto che il resiano o le parlate delle Valli possano essere ascritte all’area dialettale slovena. Per esempio, le genti in questione hanno sempre usato l’italiano come lingua scritta e poco lo sloveno per ovvie ragioni storiche; tuttavia se loro oggi volessero davvero usare lo sloveno come lingua-tetto più vicina per meglio proteggere le loro parlate nessuno lo vieterebbe, deciderebbe il popolo. Parimenti, nessuno vieterebbe loro di sentirsi anche sloveni nazionalmente, ovvero, di sentire come loro madrepatria la Slovenia. L’identità che una comunità o il singolo decidono per sé non sempre marcia di pari passo con la parlata materna. Lei signor Ruttar ne è un chiaro esempio: si sente sloveno. È indifferente il fatto che parli o no lo sloveno letterario, o che la sua comunità si senta o no slovena, noi tutti rispettiamo la sua scelta, anzi, se quelli come lei dovessero arrivare al 15% (come vuole la legge) dichiareremo allora che in queste zone vi è anche una presenza slovena. Voglia accordarci la medesima cortesia, la prego. Lei ha schernito le opinioni di noi “italiani” e ha addirittura dato delle malate di mente alle mirabili madri di Stregna che con semplicità, cuore e testa, mai come altri prima d’ora, spiegavano al Friuli la “questione slava”. I metodi suoi la connotano anche politicamente signor Ruttar. I diritti costituzionali di cui parla garantiscono innanzi tutto la democrazia, ovvero quel sistema che fa stabilire alla maggioranza del popolo cos’è bene per sé. Non è la legge a fare l’uomo, ma è l’uomo a fare la legge, quindi la legge è fallibile, modificabile e di conseguenza non sarà la 38/01 a rendere sloveno chi sloveno non vuole essere. Il termine “sloven” in tutte le lingue slave significa “slavo generico”. Gli sloveni sono dunque slavi privi di nome tribale (al contrario di croati, serbi...) che si sono uniti nella seconda metà del XIX secolo, in Austria, nella nazione denominata “slovena” (non essendo l’Austria uno stato nazionale). I popoli slavi del Veneto confluiti nel Regno d’Italia hanno cominciato a sentirsi e sono voluti essere italiani (pur parlando, come per altro valdostani o friulani, linguaggi diversi dalla maggioranza degl’italiani). L’errore che fate voi “sloveni” è quello di parlare di “comunità slovena” riferendovi alle popolazione delle Valli e di Resia, se vi foste limitati a parlare di “italiani di lingua slovena” probabilmente a quest’ora la lingua-tetto per tutte le varietà di slavo resiano o valligiano sarebbe stato lo sloveno. Avete tentato e tentate di sradicare l’identità italiana della maggioranza della popolazione volendo far sentire quest’ultima “minoranza nazionale slovena”, mentre sarebbe potuto benissimo essere “minoranza linguistica slovena”. Avete voluto vedere o bianco o nero e vi siete meritati questa reazione. Avete marciato sull’antico pericoloso assioma sangue = nazione = lingua = (magari) Stato. Se presto saranno dichiarate lingue dallo Stato italiano anche il resiano, il torriano e il natisoniano lo avrete voluto voi. Sarete voi i veri responsabili del mancato utilizzo dello sloveno in quelle zone. Per far diventare queste popolazioni di frontiera vero ponte verso la Slovenia non serve slovenizzarle. Esse sono già il perfetto punto d’unione tra mondo latino e mondo slavo parlando dialetti affini a quelli sloveni di Slovenia, avendo sangue slavo, sentendosi nazionalmente italiani. Credo invece che a voi faccia comodo creare una minoranza “nazionale” antistorica perché i soldi verrebbero da Lubiana e da Roma e potreste andare a piangere dalla madre e dalla matrigna a seconda del capriccio o controllare meglio il popolo delle Valli dicendo di fare il suo bene. No, voi un ponte non lo volete. (Massimiliano Verdini - Lega nazionale 1891 - San Daniele del Friuli)

 

- 12 agosto 2009 - Messaggero Veneto - Minoranze e polemiche - È risaputo da tutti che nelle Valli del Natisone vive una popolazione di antica origine slava che ancora parla la originaria lingua slava tramandata oralmente fino ai giorni nostri di generazione in generazione. È questa la lingua materna dei nostri avi e non quella slovena che Vera Iussa ha esposto nella lettera di ieri. Lettera che fa riferimento agli emigranti e alle guerre, all’evidente scopo di sensibilizzare sul piano morale il lettore. In realtà l’emigrazione ha interessato tutta la montagna e anche gli sloveni dell’attuale Slovenia, mentre le guerre non hanno modificato gli originari confini nazionali della provincia di Udine, anche grazie all’estremo sacrificio di molti soldati italiani. Circa l’uso della lingua slovena in chiesa, è da dire che anche oggi in nessuna chiesa viene celebrata la messa in tale lingua. Risulta, poi, che nel 1976 la messa in lingua slovena che monsignor Battisti aveva autorizzato fu addirittura respinta. Comunque è per difendere la lingua dei propri avi, cioè quella materna storicamente presente nelle Valli del Natisone, che oggi la popolazione originaria, che non si riconosce nella minoranza slovena, rifiuta il bilinguismo italiano-sloveno previsto dalle leggi di tutela degli sloveni. Quindi nessun ripudio della lingua degli avi da parte degli autoctoni. Invece chi oggi l’utilizza per fare apparire slovene le citate Valli lo fa ingiustamente e senz’alcun sostegno storico e della popolazione interessata. (Sara Chiacig - San Pietro al Natisone)

 

- 4 agosto 2009 - Messaggero Veneto - Nulla di disdicevole a essere minoranza - Ho l’impressione che qualcuno si diverta in modo pervicace a mantenere costantemente aperto un clima di polemica sulla questione slovena nelle valli del Natisone e Resia. L’antologia di “esperti” di turno a pagina XIX del Messaggero Veneto del 24 luglio sembra rispondere proprio a una logica provocatoria. Non voglio entrare in merito alla stucchevole riproposizione periodica delle argomentazioni di Sergio Mattelig che indirettamente dà del deficiente a fior fiore di studiosi, politici, esperti. Neppure voglio soffermarmi sulle contraddizioni dell’esponente sandanielese della Lega nazionale. Come ben appare scorrendo gli annali del giornale gli “sloveni” del Friuli non intendono perdersi nelle stupidaggini di questi buontemponi, ma lo impiegano per scrivere cose sensate in favore della minoranza cui appartengono, per organizzare e realizzare iniziative di promozione del patrimonio culturale, linguistico, economico, e chi più ne ha più ne metta, in favore della gente che abita questo territorio di confine. Al signor Buttolo col suo latinorum (repetita manent!) chiederei di definire una volta per tutte quale sia la “sua” di identità e solo dopo di sentenziare su quella altrui. Di difficile comprensione appare invece la lettera del gruppo di mamme di Stregna. Qui c’è materia abbondante per diverse sedute di pacata riflessione se non di interventi da psicologia del profondo. L’intervento sa tanto di strumentale, ma vi si legge comunque il profondo disagio che comporta questa diatriba infinita dove termini come identità, minoranza, lingua, dialetto, cultura eccetera sono caricati di significati volutamente equivocanti. Ci si sarebbe aspettati, a proposito delle recenti elezioni amministrative, che a Stregna e in altri comuni della Slavia il tema politico vertesse su contenuti amministrativi e propositivi per il bene economico e sociale delle popolazioni e invece siamo ancora lì, nel 2009, a creare stupidi steccati su questioni etnolinguistiche che un po’ di buon senso rivaluterebbe come valori positivi intrinseci. Fa tenerezza materna l’immagine da Eden con cui è presentato, dalle sconosciute madri di Stregna, l’ambiente. Ma c’è la terribile frastornante voce dell’orco (leggasi l’amministrazione precedente a quella attuale) a rompere l’idilliaca pace. Tramando nell’ombra la passata amministrazione, all’insaputa di tutti, «dichiarava il nostro territorio minoranza slovena». Questa l’onta denunciata dalle solerti madri, che sognando arcobaleni multicolori auspicano dissolvenze di abbracci pacificatori. Al di là della garbata ironia sarebbe il caso di porre dei punti fermi o meglio delle domande alle madri giustamente preoccupate del futuro dei loro pargoli. Cosa c’è di tanto disdicevole o di cui vergognarsi per essere definiti minoranza linguistica? La definizione è della nostra Costituzione (articolo 6) «La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche», che specifica il senso dell’articolo 3: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua...». Che nelle Valli sui parli una lingua diversa pare assodato. Una comunità che parla una lingua diversa dall’italiano, nel momento in cui è riconosciuta tale da parte dello Stato, assume il titolo di minoranza linguistica, che sia tedesca, francese, ladina, friulana o slovena ed è con questo atto pubblico che le sono riconosciuti i diritti previsti dalla Costituzione e dalle normative che ne derivano. Cosa c’è di disdicevole in questo? Sebbene con oltre mezzo secolo di ritardo la legge 482 del 1999 ha riconosciuto una dozzina di comunità linguistiche tra cui quella slovena. Nemmeno a me piace definirmi di “minoranza”, ma è la legge che me lo impone; io parlo sempre di “Comunità slovena”. Non piace alle madri la parola “sloveno”? Possono trovare una definizione che dica la stessa cosa... senza dirla? Meglio dire: comunità slava? Di popoli slavi ce ne sono quanti se ne vuole. Gli Stati connotati dal loro specifico linguaggio “slavo” sono almeno una quindicina. È ovvio che un nome per il nostro linguaggio minoritario ci vuole e non occorre cercare nuovi vocaboli (privi di senso come l’infelice “po naœin”) di fronte all’ovvietà storica e linguistica slovena delle nostre valli. Consiglio quindi alle madri di Stregna, invece di prendersela con la precedente amministrazione, di ringraziarla per aver permesso alla comunità di Stregna di usufruire di un diritto costituzionale italiano, regolato da leggi italiane. E, va precisato una volta per tutte: in tutta questa faccenda la Slovenia non centra nulla. Io sono “sloveno” non perché vivo o tifo per la Slovenia, ma per diritto costituzionale italiano e vorrei anche continuare a essere orgogliosamente “italiano”, perché l’essere sloveno nulla toglie alla mia italianità. E chi lo mette in dubbio mi offende! Basta quindi con questi stupidi equivoci e confusioni tra slavo, sloveno, cittadinanza, nazionalità, identità strampalate che vogliono dimezzare il cittadino italiano di lingua slovena. Non piace alle madri che si insegni, per chi lo desidera, la lingua slovena standard in aiuto al dialetto locale? Mi indichino con quale metodo innovativo ed efficace intendono preservare per se stesse e per loro figli il “dialetto slavo” locale che dicono di difendere contro attacchi esterni, e mi indichino anche quali sono gli “altri fini” nascosti e pericolosi dei “filoslavi”, sostenitori dei diritti costituzionali previsti per le “minoranze linguistiche”. Qui regnano disinformazione e manipolazione e latita il buon senso. Purtroppo questo è il risultato drammatico dell’opera del nazionalismo italiano, che ha condotto la nostra gente a diventare nemica di se stessa in nome di una falsa e immatura identità italiana che vuole contrapporre i termini sloveno e italiano invece di accoglierli come espressione di un’identità doppiamente positiva e da difendere. Fino al 1866 a Stregna non si parlava di Italia, ma allora lo stesso comune contava 1.600 abitanti. A chi mettiamo sulla coscienza i mille abitanti che mancano oggi? Essi, fino a quell’anno, non erano italiani e neppure appartenevano a uno Stato slavo. Erano sloveni e basta. Con buona pace di tutti prendiamo atto del progresso che anche l’Italia ha fatto da allora, riconoscendo i diritti delle comunità linguistiche e non sputiamo sul piatto che ci è offerto dalle leggi, rare, che ci sono favorevoli. (Riccardo Ruttar - Capogruppo di minoranza del consiglio comunale di Drenchia)

 

- 28 luglio 2009 - Messaggero Veneto - A difesa di una lingua - In riferimento all’articolo “Storia di Resia e di altre valli”, apparso il 18 luglio nella quinta pagina del Messaggero Veneto in cui è stata pubblicizzata la presentazione del libro “Tre vallate, tre culture...” rileviamo che si ripetono volutamente gli stessi errori quando l’argomento riguarda Resia e la sua cultura. Nel succitato articolo si scrive che la Val Resia, la Val Sarmento (abitata dalla comunità arberesch) e la vallata dell’Amendolea (composta dalla comunità grecanica) godono tutte e tre dei benefici che ne derivano dalla legge numero 482/1999 che tutela le loro lingue minoritarie. Grave errore! La lingua resiana, purtroppo, non compare nella suddetta legge tra le lingue minoritarie nazionali come invece lo sono l’albanese e il grecano, ma è tutelata dalla legge nazionale numero 38/2001 e dalla legge regionale nº 26/2007 che la classificano come dialetto sloveno, pur non essendo mai esistita una minoranza slovena in valle e pur essendo la nostra lingua del tutto estranea alla lingua slovena. Quello che i resiani chiedono è proprio l’inserimento della loro lingua nella legge 482/1999 che restituirebbe dignità alla loro parlata. Infine, non ci sorprende più il fatto che qualcuno si ostini, con pubblicazioni e articoli, a negare la realtà dei fatti riguardanti la lingua resiana. (Alberto Siega - presidente Identità e tutela Val Resia - Udine)

 

- 24 luglio 2009 - Messaggero Veneto - Non saranno mai sloveni - Vorrei rispondere alle perplessità del signor Renzo Pascolo apparse il 30 giugno scorso. Se ho ben capito afferma che le parlate di Resia, delle valli del Torre, del Cornappo e del Natisone farebbero parte della koinè slovena e per questo sono slovene. Anche se numerosi specialisti si schierano a favore della sua tesi, dovrebbe ben sapere che non sono i linguisti a dare il titolo di lingua a una parlata, ma è l’uso che si fa di questa parlata (e l’autoconsapevolezza dei parlanti del fatto che loro stessi parlino quella lingua) a rendere o meno “lingua” una parlata. Nelle Valli e a Resia ci troviamo con un duplice problema: il primo consiste nel fatto che per ragioni storiche la popolazione ha in generale sempre usato l’italiano (a volte anche il friulano) come lingua “alta”, il secondo sta nel fatto che essi, anche qualora le tesi del Pascolo fossero valide, sarebbero comunque italiani di lingua slovena e non sloveni d’Italia. La questione è storica e politica. I còrsi usavano l’italiano come lingua “alta” prima del francese; recentemente la parlata dell’isola tirrenica è stata elevata a vera e propria lingua per volere di un popolo che non ha partecipato alla formazione dello Stato nazionale italiano e quindi non si sente italiano pur parlando un dialetto italoromanzo. È stata riconosciuta anche la lingua bosniaca che si differenzia dal serbo e dal croato per cose che noi considereremmo risibilissime. Insomma, l’assioma parlata-lingua-sangue-nazione-Stato è del tutto fallibile. Vengo incontro al Pascolo dicendo che i confini tra le varie lingue non esistono su un territorio, ci sono solo sfumature, ma è la politica che dovrebbe governare queste questioni attraverso la volontà popolare dei diretti interessati. I dialetti di Resia possono anche considerarsi affini ai dialetti sloveni dell’Alto Isonzo o di tutta la Venezia Giulia; non per questo i resiani sono obbligati ad abbracciare come “lingua tetto” lo sloveno, né tantomeno una legge 38/01 che difende gli sloveni d’Italia. Questa legge di fatto “disnette” gli Slavi delle Valli e di Resia dalla nazione italiana. La lingua e il sangue non fanno una nazione e questa visione ha causato non poche disgrazie. In realtà il problema fra italiani e slavi nasce da una diversa percezione dell’idea di nazione, dall’importanza diversa che questi due popoli danno al sangue e alla lingua come fondatori della nazione. Gli Stati, poi, sono fatti anche per tutelare un modo di pensare, quindi se gl’istriani per gli Stati slavi limitrofi e per la volontà dei diretti interessati sono italiani siano pure italiani! Se in Italia popolo, legge, storia e cultura vogliono che i resiani non siano sloveni... non v’è lingua che tenga: essi sloveni non saranno mai. (Massimiliano Verdini - Lega nazionale San Daniele)

 

- 24 luglio 2009 - Messaggero Veneto - Un incesto linguistico - Siamo di fronte a un paradosso che colpisce la cultura friulana alla quale sono stati ridotti i fondi statali e regionali. Sembra invece che le sovvenzioni per la lingua slovena siano ancora notevoli. Credo che introducendo dall’alto la lingua letteraria slovena in provincia di Udine si vada verso un “incesto linguistico” (la lingua madre è lo slavo!) creando gli stessi dubbi e perplessità che si possono osservare con la diffusione della “koinè” friulana che col tempo cancellerà le varietà linguistiche periferiche. Nel contempo si trascurano i problemi economici e culturali degli abitanti della Slavia friulana che rischiano una omogeneizzazione linguistica non rispettosa della storia secolare. Si può evitare il referendum e introdurre magari lo sloveno moderno a finicommerciali e turistici, ma non di più. (Paolo Pellarini - San Daniele)

 

- 24 luglio 2009 - Messaggero Veneto - Sbagliato dirci minoranza slovena - Siamo un gruppo di mamme di Stregna che hanno la fortuna di crescere i propri figli in un ambiente incontaminato, dove la colonna sonora dei loro giochi sono i suoni della natura. Purtroppo l’aria di questo nostro “paradiso” è inquinata dalle controversie politiche e ideologiche a nostro parere eccessive ed estreme. Il tutto è nato dalla presa di posizione dell’ormai passata amministrazione comunale che, all’insaputa di tutto e di tutti, ha dichiarato il nostro territorio minoranza slovena! Esperti e studiosi di ogni genere scrivono, espongono, raccontano, spiegano la realtà linguistica del nostro territorio e sicuramente tutto è fatto in buona fede, con anni di studi e ricerche. Spesso, però, le considerazioni di alcuni si scontrano con le analisi di altri. Al di là degli studi e delle teorie, noi dal nostro piccolo osiamo alzare la voce chiedendoci: «Perché la popolazione di Stregna, circa 600 anime, è stata dichiarata una minoranza slovena? Perché la passata amministrazione comunale, prima di firmare il documento e definirci una minoranza, non ha avuto l’accortezza e la lealtà di chiedere alla popolazione un parere? Perché ci è stata imposta tale appartenenza, visto che nel nostro comune, così come negli altri delle Valli, non si è mai parlata la lingua slovena, bensì il dialetto locale? Perché i sostenitori di ciò non comunicano con i propri figli in lingua slovena, mentre, se non si esprimono in italiano, lo fanno nella parlata locale?». Stufe di leggere tante opinioni “strampalate” su queste questioni, vogliamo soltanto dire: «Vivi & lascia vivere». Oggi più che mai noi, serene mamme di Stregna, lo vogliamo adottare e vorremmo che tutti i nostri compaesani lo facessero proprio, poiché viviamo in un contesto di troppa politica e troppe convinzioni estreme. La nostra è una parlata semplice, rurale, con alcuni termini presi in prestito dall’italiano e da altre lingue, e noi, che a essa siamo fortemente legati, non sentiamo la necessità di cambiare nulla. Anzi! Il nostro dialetto è una concezione quotidiana: non va strumentalizzata per altri fini. È il filo conduttore che ci lega a chi, in questo piccolo lembo di terra bistrattato e sempre più dimenticato, è vissuto e lo ha parlato prima di noi; senza sentirsi una minoranza, bensì parte integrante di un’unica nazione: l’Italia. È nostro dovere sostenere e difendere questa parlata senza la necessità d’imporla ad alcuno. Nella speranza che, così come l’arcobaleno composto di tanti colori si dissolve in unico abbraccio, anche noi abitanti di Stregna, con volontà e correttezza, possiamo fare altrettanto, dimostrando di voler finalmente superare le incomprensioni, per valorizzare quella che è la nostra cultura e la nostra vera identità (Un gruppo di mamme - Stregna)

 

- 24 luglio 2009 - Messaggero Veneto - Scarsa cognizione sulla identità - La replica del signor Sergio Mattelig, pubblicata sul Messaggero Veneto sabato 11 luglio, al signor Pascolo che era intervenuto con una sua lettera sulla cosiddetta “minoranza linguistica slovena” del Friuli orientale, è precisa, come sempre, e anche ripetitiva giustamente perché “repetita manent” (sperando in un recepimento politico). Pascolo almeno dal suo cognome sembrerebbe essere, o suoi avi, un indigeno dell’Alto Cornappo; mi pare però che abbia scarsa cognizione di causa sulla identità linguistica di provenienza, tanto da aver affermato che la lingua slovena dovrebbe costituire il fulcro delle parlate di confine. Se Pascolo si vuole unire al coro dello sparuto numero degli slovenofili è padronissimo di farlo, però Mattelig risponde ancora col dato inequivocabile e documentato che anche nelle recenti elezioni il partito della minoranza slovena non si è nemmeno presentato nelle Valli Resia, Torre-Cornappo e Natisone, il che si commenta da sé. Al signor Pascolo, che stravede nella lingua italiana la naturale confluenza di tutti i dialetti, dal veneto al siciliano, dal sardo al bergamasco eccetera, dico quanto mi consta personalmente. Anni fa un mio compaesano (di Pradielis) emigrato in Argentina nel dopoguerra ha fruito di quelle iniziative regionali sul rientro-vacanze in Friuli e ha detto a sua sorella, rimasta sempre in Italia, che non aveva capito un’acca di quanto proferito dalla guida (delle Valli del Natisone) durante una gita a Castelmonte. Ho sentito inoltre figli di friulani emigrati che, tornando a visitare il paese natio dei genitori, sapevano esprimersi solamente in friulano e niente affatto in italiano perché in famiglia all’estero era usato solo l’idioma dei propri avi. Lasciamo dunque che gli abitanti delle valli del Torre-Cornappo, di Resia e delle convalli del Natisone continuino a usare i loro peculiari idiomi senza inquadrarli con la lingua slovena classica né tanto meno contrabbandare i loro differenti (anche da valle a valle) dialetti come minoranza linguistica slovena. (Lidio Buttolo - Udine)

 

- 24 luglio 2009 - Messaggero Veneto - Scelta antistorica e illegittima - Avevano chiesto, fra il 2000 e il 2002, l’applicazione delle leggi di tutela della minoranza linguistica slovena, anche se inesistente sui propri territori comunali, perché convinti di poter beneficiare di contributi come i tedeschi in Alto Adige. Si sono poi resi conto che i contributi da loro richiesti finanziavano solamente progetti diretti a mettere in grado gli uffici comunali di corrispondere con la minoranza slovena (verbalmente e per iscritto) in lingua slovena. Furono così aperti alcuni sportelli in lingua slovena e tradotti in sloveno alcuni statuti e altri atti comunali. Forzature rimaste logicamente inutilizzate per mancanza di utenti sloveni. Qualcuno di loro insiste ancor oggi a chiedere l’applicazione delle leggi di tutela degli sloveni per attuare il bilinguismo italiano sloveno sulle insegne degli uffici pubblici e sui gonfaloni comunali. Solo spreco di denaro pubblico che, con i tempi che corrono, è gravemente colpevole, ma che nessuno vuol verificare. Inaccettabile, poi, tutto ciò perché arbitrariamente definisce e utilizza come “minoranza linguistica slovena” le storiche comunità slavofone presenti sul territorio da 14 secoli che mai sono state slovene e mai hanno chiesto di diventarlo. Comunità slavofone che giustamente pretendono il rispetto previsto anche per loro dalla Costituzione della Repubblica italiana, in passato tutelato da leggi regionali, poi ingiustamente abrogate. Chi sono i protagonisti di tali ingiuste richieste? Sono alcuni sindaci e consiglieri di alcuni Comuni della Slavia friulana e più precisamente delle Valli del Torre e del Natisone che con tali richieste hanno chiaramente mancato di rispetto alla storia locale e ai rispettivi statuti comunali, deviando arbitrariamente dalle loro promesse elettorali e dalle linee programmatiche approvate in consiglio comunale riguardanti la tutela di lingua, cultura e tradizioni locali. A tale ingiusta deviazione della storia della Slavia friulana si è aggiunto recentemente, il 26 maggio 2009, anche il consiglio della Comunità montana Torre, Natisone, Collio, con sede a San Pietro al Natisone, composto dai rispettivi sindaci o delegati. In quella data ha approvato una delibera con la quale, con 7 voti favorevoli (un solo sindaco delle Valli del Natisone, quello di Pulfero), 6 contrari e 4 astenuti, è stato deciso di realizzare a San Pietro al Natisone un “Centro culturale per la minoranza slovena” con uno stanziamento di 400.000,00 euro proveniente sì dalla legge di tutela degli sloveni, ma dalla stessa legge espressamente destinato allo sviluppo sociale, economico e ambientale dei territori. Una scelta antistorica e illegittima che privilegia una realtà inesistente e che contrasta con le reali esigenze locali che richiedono il contenimento dello spopolamento umano e interventi compensativi dei disagi conseguenti alla marginalità. (Sergio Mattelig - presidente Lega della Slavia friulana - San Pietro al Natisone)

 

- 11 luglio 2009 - Messaggero Veneto - Un’imposizione illegittima - Anche il signor Pascolo di Udine, nel suo intervento pubblicato il 30 giugno scorso nella rubrica “Il Caso”, esterna incomprensione nei confronti di quanti sostengono l’inesistenza della minoranza slovena nelle Valli di Resia, del Torre e del Natisone, data l’asserita appartenenza alla lingua slovena dei dialetti parlati in dette Valli. Trascura anch’egli la storica acquisizione, cioè il dato di fatto, che testimonia inequivocabilmente che sul territorio di dette Valli vivono da 14 secoli popolazioni di origine protoslava che ancora parlano, nell’ambito familiare, l’originaria lingua materna slava, ma che hanno sempre partecipato alle vicende storiche, culturali e linguistiche, prima del Patriarcato, poi della Repubblica Veneta, del Regno d’Italia e della Repubblica italiana. Vicende completamente diverse da quelle degli slavi rimasti oltre le Alpi e poi in parte evolutisi nella lingua nazionale slovena. Perciò appare più che giustificato e comprensibile che gli slavofoni della Slavia friulana della provincia di Udine non si riconoscano nella minoranza linguistica (nazionale) slovena oggi tutelata da leggi nazionali che forzatamente sono loro proposte per non dire imposte. In sostanza gli slavofoni del Friuli non si riconoscono nella minoranza slovena di Trieste e Gorizia perché hanno logicamente anche acquisito come secolare loro patria l’Italia, pur mantenendo ancora, a livello familiare e tradizionale, l’originaria lingua slava. Lingua slava che è lingua madre della slovena. Una parentela che comunque non giustifica il classificare oggi sloveni gli autoctoni della Slavia friulana senza riscontri nei dati di fatto e senza una loro richiesta. Alle recenti elezioni comunali il partito della minoranza slovena in dette Valli non si è nemmeno presentato e nessun candidato sindaco o consigliere locale si è dichiarato di lingua o minoranza slovena. Le stesse leggi nazionali di tutela della minoranza slovena, e non dei dialetti, richiedono per essere applicate che sul territorio sia già radicata o tradizionalmente presente tale minoranza e che inoltre a chiedere la tutela sia il 15% degli elettori o un terzo dei consiglieri comunali. Presupposti essenziali e determinanti, ma molto trascurati nelle Valli del Natisone, Torre e Resia. Perciò appare chiaro e comprensibile che nelle precitate Valli del Friuli l’imposizione della tutela della minoranza slovena è illegittima perché priva dei presupposti richiesti dalle stesse leggi di tutela e perché assimilatrice delle storiche comunità slavofone da 14 secoli presenti sul territorio con proprie originarie peculiarità linguistiche. (Sergio Mattelig - presidente Lega della Slavia friulana - San Pietro al Natisone)

 

- 26 maggio 2009 - Messaggero Veneto - Minoranza slovena senza liste in 14 comuni - Il caso Puntuale come al solito, il Messaggero Veneto ha pubblicato già il giorno successivo alla presentazione l’elenco completo dei nuovi candidati sindaci e consiglieri comunali divisi per Comuni e liste dell’intera provincia di Udine. È così risultato che anche 14 dei 18 comuni inclusi da un decreto nell’ambito di tutela della minoranza slovena pur non avendola presente, rinnoveranno gli amministratori comunali, con 37 liste e circa 470 candidati. È risultato anche che nessuna delle citate 37 liste fa riferimento alla minoranza slovena. È un’ulteriore conferma che in provincia di Udine la minoranza slovena non è presente e che chi insiste nel sostenere il contrario lo fa per tornaconto personale e, quello che è più grave, spacciando indebitamente per minoranza slovena le locali storiche comunità slavofone mai state slovene, bensì storicamente e profondamente italiane. Rimane invece da vedere se quei sindaci e consiglieri comunali (42 in tutto) che nel 2006, dopo essere stati eletti come candidati italiani, si sono improvvisamente dichiarati alla Regione “eletti di lingua slovena” e che oggi in parte si ripresentano, saranno coerenti con tali dichiarazioni. Dalle prime risultanze emerge però che nessun programma presentato dalle 37 liste promette la tutela della minoranza slovena che nemmeno è citata. È pertanto in conclusione scontato che almeno 10 dei 18 comuni della provincia di Udine inclusi nell’ambito di tutela degli sloveni chiedono indebitamente l’utilizzo della relativa legge per soli fini politici e di parte e non per corrispondere alle esigenze e alle aspirazioni delle storiche popolazioni interessate, tenute addirittura all’oscuro. E ciò nella totale indifferenza anche di chi è preposto al controllo del rispetto dei princìpi costituzionale. Sergio Mattelig (presidente Lega della Slavia friulana San Pietro al Natisone)

 

- 28 aprile 2009 - Messaggero Veneto - lettera - 25 aprile, democrazia e la Slavia friulana - E' stato celebrato sabato in tutta Italia il 25 aprile, 64ª festa della Liberazione, liberazione che nella Slavia friulana ha vissuto, come è noto, particolari contrapposte tensioni dovute, diciamo, alla sua marginale posizione geografica. Contrapposte tensioni però ingiustamente ancora oggi presenti principalmente a causa di una recente antistorica richiesta, fatta da alcuni locali sindaci, di applicazione sul proprio territorio dell’articolo 10 della legge 38/01 di tutela della minoranza slovena. Articolo 10 che prevede l’uso della lingua slovena sui gonfaloni, su insegne degli uffici pubblici e segnaletica stradale. Sarà così visibile a tutti che in quei comuni è presente la minoranza slovena mentre in realtà non lo è, come certificato dalla storia e dagli statuti comunali. Sessantatré anni fa, proprio nell’aprile del 1946, una apposita commissione interalleata accertò l’inesistenza della minoranza slovena nella Slavia friulana che perciò rimase italiana e senza alcuna tutela slovena. Si può oggi, in assenza di commissioni, chiedere direttamente a quei sindaci chi gli ha chiesto il bilinguismo così evidente e generalizzato? Di certo non sono sufficienti i pochi voti che l’anno scorso ha ottenuto il partito della minoranza slovena, Slovenska skupnost, o i sempre pochi richiedenti le carte di identità bilingui italiano-sloveno ora disponibili nei Comuni. La legge di tutela degli sloveni, per essere applicata, deve essere infatti richiesta addirittura da almeno il 15% degli elettori iscritti nelle liste elettorali dei Comuni interessati. Perciò un invito a tutti di voler cortesemente completare la “Liberazione” anche nella Slavia friulana, semplicemente nel rispetto delle leggi, delle aspirazioni delle popolazioni originarie, della loro storia e dei principi costituzionali. Sergio Mattelig (presidente della Lega della Slavia friulana San Pietro al Natisone)

 

- 5 aprile 2009 - Messaggero Veneto - La Lega attacca Marinig, ok a Manzini - «I cittadini di San Pietro al Natisone hanno appreso che l'ex sindaco Giuseppe Marinig non si ripresenterà alle elezioni di giugno con la sua lista "La Nostra Terra" ma che rientrerà nella "Lista Civica", da lui abbandonata nel 2004 perché giudicata incapace di spendere in tempi ragionevoli i contributi ottenuti e fortemente influenzata da alcune associazioni slovene»: la Lega della Slavia Friulana ha distribuito, nei giorni scorsi, un volantino che accende il clima da campagna elettorale nel capoluogo valligiano e che, tacciando di incoerenza l'ex primo cittadino, plaude invece all'operato del sindaco in carica, Tiziano Manzini. «E' stata la sua lista, "Rinnovamento Nuova San Pietro" - si afferma infatti -, a dire no al bilinguismo italo-sloveno a San Pietro al Natisone, nel rispetto della millenaria storia locale. Rinunciando alla sua lista, Marinig torna invece ad un gruppo che - sotto il sindaco Bruna Dorbolò, poi diventata presidente dell'Istituto per la cultura slovena di San Pietro al Natisone - approvò un regolamento comunale in cui si affermava che il Comune di San Pietro «assume lo sloveno quale elemento della propria identità storico-culturale». E nella Lista civica Marinig troverà pure giovani rappresentanti sloveni. Il capogruppo consiliare di minoranza Simone Bordon si è già dichiarato di lingua slovena; il consigliere Fabrizio Dorbolò, da parte sua, è stato candidato sloveno dell'Arcobaleno alle elezioni 2008. Cosa faranno i 300 elettori che nel 2004 hanno votato la lista "La nostra terra" perché anch'essi ritenevano la Lista civica troppo filoslovena? Chi non si riconosce nella minoranza slovena, cioè di patria slovena, a giugno se lo ricordi». (l.a.)

 

- 13 marzo 2009 - Messaggero Veneto - San Pietro al Natisone - Bilinguismo: una segnalazione alla Procura - «La Procura della Repubblica sarà informata del comportamento, ritenuto non corretto, di alcuni sindaci della Slavia friulana che hanno chiesto e ottenuto tramite la legge 38/01 l’uso del bilinguismo italo-sloveno, anche se non previsto dai rispettivi statuti comunali e senza aver coinvolto la popolazione interessata, che viene così ingiustamente classificata come minoranza slovena». Lo annuncia la Lega della Slavia friulana, che riporta dunque nel vivo una polemica di vecchia data. La decisione è stata assunta nel corso di un recente consiglio direttivo del sodalizio, che ha autorizzato il proprio presidente, Sergio Mattelig, a inoltrare la segnalazione. «Riteniamo ingiusta – sottolineano dall’organismo – l’applicazione della legge 38/01 sul territorio della Slavia, specie in riferimento al bilinguismo richiesto da alcuni sindaci per le insegne dei pubblici uffici, per la carta ufficiale e i gonfaloni: si tratta di una tutela impertinente e inutile, per la mancanza di utenti sloveni; una tutela, insomma, imposta con logica finalità assimilatrice». L’assenza di una minoranza linguistica slovena nel contesto delle Valli è stata confermata – ricorda la Lega della Slavia – alle elezioni regionali del 2008, «quanto il partito Slovenska Skupnost non superò i 10 voti in ben 9 dei 15 Comuni in cui si era presentato. La segnalazione alla Procura è doverosa da parte della nostra associazione – chiude il sodalizio –, e tende principalmente a salvaguardare l’identità nazionale italiana, oltre che le peculiarità storiche e linguistiche proprie delle comunità slavofone che vivono da 14 secoli nella Slavia friulana. Non è ammissibile che possano venire distrutte, nella totale indifferenza anche dello Stato, comunità linguistiche di antico insediamento, solo perché piccole». (l.a.)

 

- 7 marzo 2009 - Messaggero Veneto - Mancano lingue presenti da 14 secoli in Friuli - Il caso Il Messaggero Veneto ha pubblicato il 3 marzo la notizia della celebrazione, anche a Udine, su iniziativa del locale Club Unesco, della Giornata internazionale della lingua materna proclamata appunto dall’Unesco. L’articolo elenca anche le linguemadri che in Italia sono a rischio scomparsa. In tale elenco non compaiono però le linguemadri storicamente presenti da 14 secoli in Friuli lungo la fascia di confine con l’attuale Slovenia, e cioè il resiano, il po-nasen e il natisoniano, parlate nelle rispettive Valli di Resia, del Torre e del Natisone e veramente a rischio di estinzione. Infatti, pur essendo ancora parlate dalle popolazioni autoctone perché avute tramandate oralmente di generazione in generazione fino ai giorni nostri dalle popolazioni di origine protoslava immigrate in Friuli 14 secoli fa e pur essendo state anche tutelate da leggi regionali, continuano a essere sottoposte alla forzata assimilazione alla minoranza slovena da parte delle Associazioni slovene di Trieste e Gorizia e da alcuni amministratori locali. Il tutto mediante la non corretta, ingiusta, illegittima e incostituzionale applicazione in provincia di Udine delle leggi 482/99 e 38/01 di tutela della minoranza slovena notoriamente presente solo in provincia di Trieste e Gorizia e in seguito a trattati internazionali. Perciò l’invito alla Giornata internazionale delle lingue materne proclamata dall’Unesco a sostenere la difesa anche del resiano, del po-nasen e del natisoniano, difesa proposta anche da un disegno di legge del senatore Ferruccio Saro, sostenuta da recenti Ordini del giorno approvati dai consigli provinciale di Udine e regionale di Trieste, e più volte chiesta dalle popolazioni interessate nel rispetto dei rispettivi Statuti comunali e precise norme internazionali. Sergio Mattelig (presidente Lega della Slavia Friulana San Pietro al Natisone)

 

- 7 gennaio 2009 - Messaggero Veneto - Il ministro sloveno a Dan Emigranta: a rischio i fondi per le minoranze - C'è preoccupazione, all'interno della comunità slovena del Friuli Venezia Giulia, per i tagli previsti dalla finanziaria nazionale 2009 ai fondi da erogare alla minoranza slovena stessa tramite la legge di tutela 38/2001: il ministro per gli sloveni oltre confine e nel mondo della Repubblica di Slovenia Boštjan Žekš, ieri a Cividale in occasione del Dan Emigranta - la più importante manifestazione politica e culturale delle organizzazioni slovene provinciali, in scena nella città ducale, da oltre 45 anni, ogni 6 gennaio -, ha però invitato all'ottimismo. La situazione della minoranza slovena in Italia, ha osservato Žekš, è in realtà sempre stata critica: quella che si presenta ora, insomma - ha fatto intendere -, non è che l'ennesima prova, alla quale, peraltro, bisogna guardare senza eccessivi allarmismi. Sui tagli annunciati potrebbe esserci un ripensamento, ha reso noto il ministro, spiegando che il presidente del Consiglio Berlusconi ha assicurato al presidente della Repubblica di Slovenia che cercherà di appianare la questione; sulla vicenda l'attenzione del ministero per gli sloveni oltre confine e nel mondo rimarrà comunque alta, prioritaria. Espresso in sede di conferenza stampa, il concetto è stato ribadito da Boštjan Žekš nel corso del Dan Emigranta, che ha fatto registrare al teatro Ristori il tutto esaurito, richiamando centinaia di sloveni residenti nella provincia di Udine, dalla Val Canale a Resia, dalle Valli del Torre a quelle del Natisone. Varie le autorità intervenute alla circostanza, dal sindaco di Cividale, Attilio Vuga - che ha aperto lo spazio riservato agli indirizzi di saluto - all'assessore regionale Roberto Molinaro, il quale ha ribadito la volontà del governo regionale di sostenere le minoranze e di mantenere la Scuola bilingue di San Pietro al Natisone. Molinaro ha affrontato il tema della riorganizzazione della rete scolastica regionale, all'interno della quale ha ricordato le scuole con lingua d'insegnamento slovena, tra cui quella di San Pietro. Evidenziando il bisogno del mantenimento della struttura esistente, Molinaro ha anche sostenuto la necessità dell'attuazione delle riforme scolastiche "con equilibrio - ha concluso - e lungimiranza", Sono intervenuti anche Stefano Predan, rappresentante dell'Associazione degli agricoltori sloveni, e alla senatrice Tamara Blažina. Predan ha elencato i tre principali fronti su cui impegnarsi nel 2009, a livello regionale: si deve favorire lo sviluppo di nuove opportunità lavorative per i giovani, potenziare i servizi, a partire dalla viabilità - è stato auspicato, a questo proposito, il recupero di un vecchio progetto, mirato a creare un collegamento ferroviario fra Cividale, Tolmino e Lubiana - e lavorare nel campo della cultura e della tutela linguistica. La Blažina, invece, si è ricollegata all'intervento del ministro Žekš, concordando sul fatto che, nonostante la difficoltà dell'attuale congiuntura, non bisogna essere pessimisti circa i fondi per la minoranza slovena. (l.a.)

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