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la minoranza slovena
nella stampa locale - 2010

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- 22 dicembre 2010 - Messaggero Veneto - Attività scomparse - Ho letto che il sindaco di Resia Chinese è stato ascoltato dal Comitato paritetico istituzionale per i problemi della minoranza slovena in Friuli (Messaggero Veneto cronaca di Tarvisio, 1 dicembre). Ha ripetuto che loro sono resiani per cui avevano deliberato a favore dell’uscita di Resia dai comuni compresi nella legge 38 del 2001, quella relativa alla tutela delle minoranze slovene. Ancora una volta si sono dovute sottolineare l’unicità della lingua resiana, diversa dallo sloveno, e la realtà storica che distingue la Val Resia unitamente alle Valli del Natisone e a quelle del Torre che fanno parte della Slavia friulana. Non è assurdo? A proposito della Valle del Torre, c’è una recente ricerca dell’ingegner Paolo Pellarini di San Daniele, noto anche per i suoi recenti studi sull’emigrazione friulana e sugli imprenditori friulani che hanno lavorato all’estero, che va segnalata. Il Pellarini si richiama al Cipra (ente di protezione delle Alpi), secondo il quale in Friuli non sarebbero state attuate le giuste iniziative per un futuro sviluppo proprio delle Valli sopraccitate con la conseguenza di un’emigrazione anomala della popolazione. Il Pellarini parla di Lusevera e cita un suo libretto dal titolo “Dodici racconti di confine” nel quale ne narra le vicende. Tra l’altro racconta che in giro per il Friuli c’è la scritta “Formaggio di Pradielis” mentre a Pradielis non c’è più una mucca: quindi niente latte, niente formaggio. A parte ogni facile ironia, la Regione invece dice di aver avviato una promozione per il recupero della produzione casearia in montagna, ma di essa nella Valle del Torre non c’è traccia. Qualche cosa non torna allora. Secondo il Pellarini c’è invece un crollo delle colture tradizionali. Noi le stesse colture, che erano il fiore all’occhiello dell’economia del posto, le importiamo dall’estero e questi prodotti, oggi, giungono nei supermercati dal Trentino, dall’Alto Adige e dal Piemonte. Ma altrettanto si deve dire dei prodotti dell’artigianato e che doveva essere avviato uno stabilimento d’acqua minerale definita rara e molto richiesta da prelevare dalle sorgenti del Torre. Doveva, poi, essere approfondita almeno la potenzialità che poteva essere fornita dall’energia idraulica. Minima è diventata la produzione di legno pregiato. Nel suo “Le Alpi Giulie e la Slavia friulana” ne parla appunto l’ingegner Pellarini. Si legge che nell’Alta Val Torre scendevano fieno, carbone di legna, burro, latticini, legname, castagne, castrati. Oggi questa economia alpina è crollata. Se seguita, avrebbe permesso alla Slavia friulana di fregiarsi del titolo di “piccola Svizzera’. Qualcuno invece si è perduto dietro lo slogan che è “la Slovenia italiana”. Sono stati trascurati l’agricoltura di montagna, l’allevamento caprino, quello delle trote, il turismo locale, la pesca sportiva, la vendita dei prodotti locali. È stato abbandonato un parco non più ripopolato faunisticamente con stambecchi, caprioli, camosci e altri animali. È ora che la Regione dia l’avvio a questo programma. (Nello San Gallo - Udine)

 

- 16 dicembre 2010 - Messaggero Veneto - Minoranza slovena: fondi e loro uso - Ritenevo inopportuno reagire alle chiare provocazioni del consigliere regionale Roberto Novelli laddove, in una vis polemica e preconcetta nei confronti della comunità slovena del Friuli Venezia Giulia, elencava in modo sommario, superficiale e inesatto i finanziamenti pubblici che sarebbero destinati alla minoranza slovena in Italia. Tali affermazioni, non accompagnate da precisi riferimenti normativi, palesano una non velata volontà di spargere insinuazioni, con l’unico obiettivo di innescare un clima conflittuale degno dei migliori anni della cortina di ferro. L’intervento del signor Giovanni Rossi e molti altri commenti su queste pagine mi hanno invece convinto del fatto che qualche indicazione più precisa, riferita alla normativa esistente forse aiuterà chi non è in mala fede a comprendere meglio qual è la reale situazione finanziaria della comunità slovena in Italia. Le leggi dalle quali le organizzazioni della minoranza slovena possono attingere i finanziamenti sono tre: due nazionali (482 del 1999 e 38 del 2001) e una regionale (26 del 2007). La legge regionale è a oggi senza fondi; la legge 482 comprende, per le 12 minoranze linguistiche storiche presenti in Italia, un paio di milioni di euro destinati per lo più alle pubbliche amministrazioni per la cartellonistica bilingue, gli sportelli linguistici, eccetera. La norma più importante per la minoranza slovena rimane la 38 del 2001 che all’articolo 16 prevede: «Per le attività e iniziative culturali, artistiche, sportive, ricreative, scientifiche, educative, informative ed editoriali promosse e svolte da istituzioni e associazioni della minoranza slovena lo Stato assegna ogni anno i contributi che confluiscono in un apposito fondo nel bilancio della regione Friuli Venezia Giulia che provvede poi a destinarli. L’ammontare del fondo è determinato annualmente dalla legge finanziaria» e consiste negli ultimi dieci anni in circa 5 milioni di euro, vale a dire, in termini reali, meno della somma che lo Stato italiano destina alle organizzazioni della minoranza slovena dal lontano 1992 (allora 10 miliardi di lire). Quindi, se il consigliere regionale Novelli potesse esplicare meglio le sue affermazioni, ciò sarebbe utile a tutti, ma soprattutto alla credibilità dell’istituzione che rappresenta. Inoltre, in modo del tutto improprio, coinvolge in questa vicenda il Comitato istituzionale paritetico, i cui membri non percepiscono alcun gettone di presenza... Per ciò che riguarda le altre questioni poste, posso solamente ricordare che con il comma 3 dell’articolo 21 della legge di tutela della minoranza slovena si finanziano le ristrutturazioni di piazze e marciapiedi, la tinteggiatura delle facciate delle case, eccetera dei vari Comuni dalle valli del Natisone fino a Resia e Tarvisio, anche se non comprendo quali siano i riscontri concreti in termini di tutela degli interessi sociali, economici e ambientali e soprattutto di sviluppo del territorio come previsto dalla legge di tutela. Questi sono solamente alcuni elementi riferiti alla legge 38 e quindi rimango disponibile per qualsiasi incontro o confronto basato su dati precisi e concreti, al fine di eliminare ogni possibile incomprensione e soprattutto per sviluppare quel clima di collaborazione e convivenza che può portare definitivamente le nostre terre fuori dalla palude conflittuale del secolo scorso, nella giusta direzione indicata dai valori fondanti dell’Unione europea. Concludo con l’auspicio che questa volontà, da dimostrare con i fatti concreti, sia condivisa anche dal consigliere Novelli, le cui parole, per adesso, vanno purtroppo in direzione opposta. (Livio Semolic - segretario regionale Skgz - Unione culturale economica slovena - Gorizia)

 

- 16 dicembre 2010 - Messaggero Veneto - Lingue minoritarie: una questione più ampia - A mio parere, la questione della minoranza linguistica non riguarda meritoriamente solo la parlata della val Resia, bensì tutti i comuni del Friuli orientale confinario, nei quali alcuni consiglieri comunali si sono arrogati il diritto di sostituirsi, anche se leggi nazionali lo prevedono come seconda opzione, alla volontà (richiesta del 15%) della popolazione indigena locale. Per cui ormai Resia, Torre e Natisone «sono del gatto» come ha ben precisato il presidente del Comitato misto paritetico regionale nella recente audizione del sindaco di Resia; il quale presidente – l’ho sentito anch’io in tv – ha ben evidenziato che finché non saranno modificate le leggi nazionali qualsiasi iniziativa locale non potrà avere conseguenze locali. Ciò purtroppo è vero, anche se, qualora ci fosse stata la volontà politica a livello parlamentare, bastava modificare quegli articoletti (3 della 482/99 e 4 della 38/01) dando la piena e dovuta dignità alla gente interessata di scegliersi democraticamente la tutela del proprio peculiare idioma senza che questo debba essere inquinato, come già sta succedendo con le tabelle toponomastiche e gli sportelli bilingui italo-sloveni dalla lingua slovena classica che già si sta adottando a livello regionale più o meno surrettiziamente. Stiamo quindi pagando lo scotto della scelta attuata solo da alcuni consiglieri comunali che si sono assunti la grave responsabilità – peraltro non meramente amministrativa – di far inserire, senza prima sentire la propria gente, il loro comune nell’ambito della tutela linguistica di carattere generale. Mi riferisco soprattutto – e prego vivamente il Messaggero Veneto di pubblicare questa mia lettera – alla mia natia alta val Torre. Infatti nel 2003 le persone firmatarie della richiesta erano solo otto, sindaco compreso, anche se lui non era consigliere comunale; ora, benché la situazione politica sia rimasta invariata, solo uno è ancora in carica e un altro mi ha personalmente dichiarato, in pubblico locale, di non aver mai firmato alcunché, anzi ha aggiunto di sentirsi orgogliosamente prima friulano e poi italiano. Quindi sufficiente cognizione di causa, sul tessuto sociale e linguistico dell’ignara gente. E così è definitivamente fagocitato il proprio peculiare idioma che inevitabilmente subirà l’eutanasia col beneplacito di alcuni interessati e dei sorestans amanti del quieto vivere. Con un abbraccio fraterno ai nostri contermini resiani, ricordando loro che Roma e Trieste sono troppo lontane per recepire i lamenti delle genti friulane del confine orientale, che peraltro si sentono amichevolmente vicine a quelle slovene essendo ora tutti in Europa, però mantenendo i propri usi e costumi e soprattutto la propria etnia linguistico-colturale. (Lidio Buttolo - Lusevera)

 

- 8 dicembre 2010 - Messaggero Veneto - Minoranza: privilegi e tutela - Grazie all’intervento del consigliere regionale Roberto Novelli, comincia a diradarsi la cortina fumogena che occulta l’entità reale del fiume dei finanziamenti che sommergono la comunità nazionale slovena del Friuli Venezia Giulia. Roberto Novelli, in risposta al tentativo dei rappresentanti della minoranza nazionale slovena in consiglio regionale di fare sottoscrivere a tutti i gruppi consiliari un ordine del giorno di sollecitazione al Governo nazionale a non ridurre – nonostante la gravità della crisi economico-finanziaria generale che rende necessari pesanti tagli a tutti i capitoli di spesa – i finanziamenti alla minoranza nazionale slovena, è riuscito a individuare un primo, incompleto elenco dei finanziamenti che piovono su quella comunità: circa 20 milioni di euro l’anno! A questo proposito andrebbe fatta una precisazione. Troppo spesso si confonde la legittima e sacrosanta tutela dei cittadini italiani di nazionalità slovena con gli insostenibili privilegi della casta burocratica autoreferenziale operante, senza alcuna legittimazione democratica, nelle Valli del Natisone, del Torre e Resia. Va dato atto alle organizzazioni slovene di essere riuscite a fare confondere finanziamenti destinati alla comunità con sussidi alle loro sovra dimensionate strutture burocratiche che promuovono attività molto spesso inutili e comunque fini a se stesse. «Devo spendere per dimostrare di esistere», questo sembra essere la loro ragion d’essere. Fatte queste premesse, mi congratulo con Roberto Novelli che ha iniziato a scoprire questo incredibile “tesoro” e lo invito a proseguire la sua azione chiarificatrice. Formulo, inoltre, una proposta della quale potrebbe, egli stesso, farsi promotore, nelle sedi opportune: 1) fare una ricognizione completa dei finanziamenti destinati agli sloveni, ivi compresi quelli provenienti dalla vicina Repubblica (erano quasi 8 milioni di euro nel 2007); 2) riconoscere pari dignità tra sloveni e friulani, adeguando agli standard adottati per gli sloveni i finanziamenti alla comunità friulana (30.000 sloveni di fronte a 600.000 friulani); 3) fare una verifica critica dell’utilizzo dei fondi stanziati: per esempio quanti soldi sono stati spesi per gli sportelli bilingui e quante sono state le pratiche effettivamente evase per i sette Comuni delle Valli del Natisone? I dati potrebbero interessare anche la Corte dei conti; 4) invitare la Repubblica di Slovenia a rispettare la sovranità dello Stato italiano, considerando la questione della tutela culturale e linguistica dei cittadini italiani di nazionalità slovena e di quelli di origine slava di antico insediamento della provincia di Udine, una questione interna allo Stato stesso; 5) infine, investire il 75% dei finanziamenti destinati alla minoranza in provincia di Udine alle iniziative di cui al comma 3 dell’articolo 21 della legge 38/2001 relative a «interventi volti allo sviluppo dei territori dei comuni della provincia di Udine compresi nelle Comunità montane del Canal del Ferro - Valcanale, Valli del Torre e Valli del Natisone». Concludo invitando le forze politiche di centro-destra a smetterla di snobbare questa questione. Non è un problema locale di marginale importanza da risolversi tacitando alcuni esagerati appetiti con abnormi finanziamenti. Trattasi, invece, di una questione politica di rilievo internazionale attinente ai diritti umani che, nel nostro territorio, sono quotidianamente calpestati dall’arroganza del denaro. La pazienza degli elettori che hanno garantito un ampio consenso ai partiti di centro-destra alle ultime elezioni parlamentari, regionali, provinciali e comunali è agli sgoccioli. Il voto democraticamente espresso era una chiara indicazione di rifiuto dell’assimilazione di queste comunità alla minoranza slovena: che la politica ne tenga gran conto, anche in sede di Finanziaria nazionale e Bilancio regionale. (Giovanni Rossi - San Pietro al Natisone)

 

- 1 dicembre 2010 - Messaggero Veneto - Il sindaco in Regione: siamo solo resiani - Il sindaco di Resia è stato ascoltato ieri dal Comitato paritetico istituzionale per i problemi della minoranza slovena. Il primo cittadino ha dovuto illustrare le motivazioni che hanno spinto il Consiglio comunale, lo scorso mese di agosto, a deliberare a favore dell’uscita di Resia dai comuni compresi nella legge 38 del 2001, quella relativa alla tutela delle minoranze slovene. Una decisione, come ha ribadito Chinese, «presa per garantire la sopravvivenza della lingua resiana e della sua unicità. Non abbiamo nulla a che fare con la minoranza slovena e con la lingua slovena, siamo una realtà a sé che come tale vuole essere considerata». Il Consiglio, inoltre, aveva deliberato di far rientrare la comunità di Resia tra quelle tutelate in quanto “friulane” nell’ambito della legge nazionale 482 del 1999. Dopo aver ascoltato le ragioni del sindaco di Resia, il Comitato paritetico ha ribadito come la strada per l’esclusione dalla legge 38 non è sicuramente facile, soprattutto in questo periodo, con la politica nazionale che difficilmente potrà prendere in mano una legge di tutela delle minoranze linguistiche per modificarla. La scelta fatta dal Consiglio comunale di Resia è finalizzata alla difesa della specificità della lingua resiana in quanto tale, che, per gli amministratori locali, dovrebbe essere tutelata in maniera specifica. Sulla questione è intervenuto anche il consigliere regionale Pdl, Franco Baritussio. «Quali iniziative intende intraprendere l’amministrazione regionale in merito al riconoscimento al resiano dello status di lingua storicamente radicata sul territorio in cui è insediata e vive la Comunità resiana? - si chiede Baritussio in un’interrogazione presentata all’assessore regionale alla Cultura Elio De Anna - In una nota del 10 novembre scorso inviata alla Regione dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, si segnala la richiesta formale pervenuta dal Comune di Resia il 30 luglio 2010 nella quale si sottolinea il riconoscimento al resiano dello status di lingua, nonché l’integrazione dell’articolo 5 della legge 38/2001 con l’equiparazione della minoranza resiana a quella germanofona della Valcanale”. Nella nota vengono, tra l’altro - conclude - sono elencati importanti dati e riferimenti relativi alla storia ed agli aspetti linguistici della comunità resiana». (a.s.)

 

- 2 novembre 2010 - Messaggero Veneto - Resia: una specificità linguistica - Sembra assurdo, ma il solito “Catone”, informatissimo, torna a parlare della Val Resia e della collocazione del “resiano” tra le lingue slave non autoctone, ma derivanti dallo sloveno. In Friuli da secoli, invece, c’è la Slavia friulana della quale fa parte la Val Resia. Il “resiano” e la sua identità linguistica sono da sempre anzi un motivo di importante riflessione linguistica da parte dei glottologi che ha portato alla necessità di una tutela del tipo linguistico per la sua particolarità. La lingua, si sa, si identifica con il paese nel quale ha avuto la sua origine, come è per il francese parlato nell’Ile de France, o il tedesco parlato a Timau, a Sauris e in Valcanale. Il “resiano” allo stesso modo è la manifestazione concreta e tangibile della specificità linguistica e idiomatica di tutto un popolo. Non c’è un’altra soluzione. L’esistenza di legami storici e tradizionali ne è concretamente la testimonianza e non ammette alcun interrogativo. Risulta, la lingua parlata, un ramo positivo con la terra d’origine, quella dei loro avi. Nessuno nega il contatto con la Slovenia, ma questo non è un legame che giustifica il mantenimento dello sloveno nell’area resiana. Riflettiamo: il “resiano”, obiettivamente, è una connessione genealogica proiettata in una storia come succede anche per lo sloveno. Invece la testualità delle leggi nate in proposito per la tutela non aiutano granché e hanno anche aumentato la confusione. Da più parti, infatti, è stata chiesta la modifica della 482/99. Anche dall’Unesco è arrivata una nota positiva che invita alla tutela del “resiano”. È stata inclusa, anzi, nell’Atlas des Langues dell’Unesco, dove si precisa a proposito del “resiano” che il «Resiano, lingua in pericolo di estinzione, è da tutelare». Nel 2008 anche il Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia, in concomitanza con l’opinione dell’Unesco, che ha sancito che la comunità resiana «non parla un dialetto, ma una lingua», ha approvato un ordine del giorno che impegna la giunta a sostenere presso il governo e il Parlamento la valorizzazione e l’identità culturale delle espressioni linguistiche della Val Resia, delle Valli del Torre e del Natisone. Per brevità non possiamo dilungarci su queste iniziative, che comunque possono essere consultate da chi è interessato. Le comunità linguistiche di origine slava presenti nelle Valli del Natisone, del Torre e di Resia, in provincia di Udine, sono, comunque, va precisato, diverse da quelle della minoranza nazionale slovena di Trieste e non vanno confuse con essa. Nella Slavia friulana, nella pubblica amministrativa non è stato usato lo sloveno, mentre oggi si subisce l’assunzione di interpreti di sloveno e traduttori di lingua slovena in contraddizione con le necessità e la volontà dei locali. La possibilità di una relazione con la minoranza slovena, parlante lo sloveno, in un amichevole rapporto con lo Stato nazionale confinante, non deve assolutamente portare all’eliminazione di una lingua storica parlata da oltre mille anni in Val Resia dove essa si è formata storicamente ed è stata parlata per secoli. La Regione autonoma Friuli Venezia Giulia, consapevole di questa realtà, deve esserne garante e prevedere, anzi, l’insegnamento della variante resiana nel mondo della scuola. Nello San Gallo

 

- 30 settembre 2010 - Messaggero Veneto - Tutela: un progetto di speranza - Le polemiche estive sulla collocazione della scuola bilingue di San Pietro al Natisone, sulla Resia e sull’assetto istituzionale da dare alla comunità della Slavia friulana hanno confermato alcune situazioni che meritano di essere sottolineate, per non cadere, troppo rapidamente, nel dimenticatoio. Da queste constatazioni dovrebbe ripartire la politica per dare, finalmente, una soluzione accettabile per l’insieme della cittadinanza, a un problema – quello della concreta tutela della comunità stessa – che, se non risolto, in breve rischia di inasprire ulteriormente rapporti sociali sempre più tesi. Da quanto apparso su queste colonne risulta che la legislazione, nazionale e regionale, di tutela degli sloveni, attualmente in vigore, non tutela per niente una comunità – quella degli slavofoni della provincia di Udine – che non si riconosce assolutamente nella minoranza nazionale slovena, che esiste, invece, a Gorizia e Trieste: le mamme degli alunni della scuola bilingue riconoscevano, forse un po’ ingenuamente, di non essere né residenti né originarie delle Valli del Natisone; Daniele Lettig di Resia, sostenitore della slovenità culturale e linguistica della sua gente, affermava perentoriamente l’appartenenza alla nazionalità italiana della stessa popolazione; i sindaci di centrodestra del Natisone dichiaravano la loro sottomissione a Cividale mentre la locale Sinistra ecologica – alla faccia dei princìpi autonomistici ribaditi ogni anno in occasione della commemorazione dell’Arengo – rivendicava la fusione di tutti i comuni in un unico (e quindi banalizzato) ente amministrativo. Che desolazione! Quale soluzione? La costituzione di un nuovo quadro politico locale che, superando i tradizionali schieramenti d’interesse particolare, e sommando le residue buone volontà, riuscisse a coagulare attorno a un “progetto di speranza” quella maggioranza silenziosa sempre più esasperata dall’arroganza degli uni (nazionalisti sloveni) e dall’incresciosa inerzia degli altri (italo-slavi). Il punto qualificante e discriminante di questo “progetto di speranza” dovrebbe consistere nell’irrinunciabile rivendicazione di una forte autonomia istituzionale di una Comunità delle Valli del Natisone (o della Slavia friulana) con personalità giuridica, a guida eletta a suffragio universale, con significative competenze e risorse in grado di assicurare la programmazione della rinascita e dello sviluppo di questa storica comunità. A questo proposito e sempre su queste colonne, mi pare di aver rilevato una sorprendente coincidenza di prospettiva tra le posizioni del Pd delle Valli del Natisone e quelle del Forum per la Slavia, così come si è palesata un’evidente complementarietà tra le indicazioni formulate in merito da Sandra Medves della “Lega Slava” e quelle di Pietro Qualizza a nome del circolo culturale il “Castagno”. Solo nell’ambito di una normale dialettica democratica si potranno affrontare e risolvere anche le questioni identitarie, oggi delegate a rigidi meccanismi imposti dall’alto e dall’esterno che producono situazioni, alla lunga, insostenibili per la loro incongruenza giuridica. L’apertura di questo confronto a tutto campo dovrebbe avvenire a breve e assolutamente prima dell’emanazione, da parte del presidente della giunta regionale, del decreto presidenziale relativo all’applicazione del disposto dell’articolo 10 della legge 38 del 2001, come richiesto dal “Comitato istituzionale paritetico per i problemi della minoranza slovena” il 6 luglio scorso. Tale decreto riaccenderà immancabilmente, in provincia di Udine, il fuoco della polemica rendendo molto più difficile l’avvio dell’auspicato dialogo. Se le diciture “Spietar”, “Podbuniesac” eccetera sono state favorevolmente accolte dalla maggior parte della popolazione locale, la trasformazione di queste denominazioni tradizionali in “Speter Slovenov”, “Podbonesec” eccetera e il loro uso generalizzato nelle insegne degli uffici pubblici, nella carta ufficiale e, in genere, in tutte le insegne pubbliche, nonché nei gonfaloni, nelle indicazioni toponomastiche e nella segnaletica stradale rischia di rinsaldare i vecchi steccati che impediscono a questa comunità di avviarsi sulla strada della normalità e cioè quella della discussione su possibili traguardi essenziali da raggiungere, insieme. (Giovanni Rossi - San Pietro al Natisone)

 

- 22 settembre 2010 - Messaggero Veneto - Valli del Natisone: sopraffazione politica in corso - Si continua a parlare di “dialetto sloveno tipico delle valli del Natisone” e “dialetto resiano, un’altra variante del complesso sistema dialettale sloveno”. Prima di tutto, gli abitanti delle valli della provincia di Udine non sono minoranza nazionale slovena. Le loro parlate, infatti, erano già state riconosciute con legge regionale 46/1991 come lingue locali, ma, potenza della politica, ecco la metamorfosi: sono infatti diventate varianti della lingua slovena con la legge regionale 26/2007. Quando è stata approvata la legge nazionale 482/99 sulle lingue minoritarie regionali, i Comuni interessati, in aderenza agli statuti comunali, avevano chiesto alla Provincia il riconoscimento e la tutela delle lingue locali. Invece è stata introdotta, con delibera provinciale 33/2001, la lingua slovena che porterà tali parlate alla rapida estinzione. Il fatto che si calcoli che ci siano almeno 1.500 vocaboli panslavi, cioè presenti in forma identica o molto simili in tutte le lingue slave, dimostra che le parlate delle valli della Slavia friulana possono essere assimilate non solo allo sloveno, ma anche al croato, al russo, al ceco, eccetera. In realtà queste parlate, che sono state definite anche da Giovanni Paolo II come protoslave, paleoslave e veteroslave, si sono conservate per ben 1.400 anni con caratteristiche proprie e uniche e, diversamente dalle altre lingue slave (sloveno, croato, slovacco, eccetera), si sono evolute autonomamente in un contesto culturale neolatino e friulano. Per questo vanno riconosciute e tutelate. I valligiani, infatti, non parlano la lingua slovena. La lingua parlata è dunque l’elemento essenziale per riconoscere la presenza di una minoranza in un territorio. Allora ci si domanda: come mai a Cividale del Friuli, dove non sono stati richiesti alla Provincia il riconoscimento e la tutela né della parlata slava delle valli né della lingua slovena, è stata invece riconosciuta, con decreto del presidente della repubblica, la presenza di una minoranza nazionale slovena? Per parlare di presenza di una minoranza linguistica storica e/o nazionale è necessario prendere in considerazione non solo la lingua, ma anche gli elementi fondamentali suggeriti ed evidenziati dalla normativa vigente e precisamente: la storia (“storicamente presente” art. 3 legge 482/99 e “tradizionalmente presente” art. 4 legge 38/2001); il territorio su cui la minoranza è storicamente radicata e la lingua messa a tutela deve essere il modo di esprimersi della minoranza linguistica e deve essere riconosciuta da una legge statale o regionale anteriore alla data dell’entrata in vigore delle leggi (art. 1 dpr 345/2001); il numero di persone che parla la lingua minoritaria deve essere tale da giustificarne la protezione (art. 1 e 7 Carta europea delle lingue regionali o minoritarie, 1992); la volontà di ogni cittadino che ha il diritto di scegliere liberamente di essere trattato o non esserlo come minoranza nazionale (art. 3 e 10 della Convenzione quadro europea per la protezione delle minoranze nazionali, 1995). Quello che si sta perpetrando a Cividale del Friuli e nelle valli della Slavia friulana è una sopraffazione politica ai danni del popolo che, quindi, non è per nulla sovrano. (Luciano Santoro - Cividale del Friuli)

 

- 18 settembre 2010 - Messaggero Veneto - Resia, un'estate amara - Il direttivo del circolo culturale resiano Rozajanski dum si è riunito recentemente per esaminare i fatti successi in luglio e agosto a Resia circa il rilascio della prima carta d’identità bilingue, l’invio alle famiglie di un questionario di “censimento etnico” e la decisione del consiglio comunale di uscire dalle leggi di tutela della minoranza linguistica slovena, che comprendono anche il Comune di Resia, per identificarsi “minoranza linguistica friulana” e, di conseguenza, entrare in questo gruppo linguistico. I componenti del direttivo esprimono la solidarietà più ampia al signor Gabriele Cherubini che, per aver chiesto la carta d’identità bilingue (italiano-sloveno), come era suo diritto per legge, è stato oggetto di offese, minacce e intimidazioni. Solidarietà e vicinanza sono espresse anche ad altre persone che in questo contesto sono state offese e minacciate. A riguardo del questionario di “censimento etnico”, inviato dall’amministrazione comunale a tutti i maggiorenni residenti nel Comune, il direttivo esprime riserve sulla sua legittimità, anche per quanto riguarda la privacy visto che con i dati da riportare non è difficile risalire all’interessato, considerato che in valle ci si conosce praticamente tutti. A riguardo poi della decisione presa dal consiglio comunale di far uscire Resia dalle leggi di tutela a favore della minoranza linguistica slovena e di farla rientrare in quella friulana, il direttivo manifesta tutto il suo sconcerto. Per maggiore precisione, si evidenziano i punti della decisione consiliare: uscita dalla legge 38/01 e normative consequenziali in quanto manca il presupposto fondamentale della storicità dell’insediamento della minoranza slovena sul territorio comunale; inserimento all’art. 2 della legge 482/99 anche della lingua e della cultura della popolazione che parla il resiano; inserimento, in conformità all’art. 3 della legge 482/99, del Comune di Resia nell’ambito territoriale e subcomunale in cui si applicano le disposizioni di tutela della minoranza linguistica friulana, storicamente presente nel Comune di Resia. Resia è inserita nel contesto delle leggi di tutela della minoranza slovena della nostra regione perché il resiano, o il po nes, così come il pa našam della Valcanale o il po našim delle valli del Torre e del Natisone sono tutte forme dialettali della lingua slovena. E di questo il Parlamento italiano al momento di legiferare era sicuramente ben informato. Definire storicamente presente la minoranza linguistica friulana nel Comune di Resia è un’assurdità. Le leggi statali 482/99, 38/2001 e regionale 26/2007 sono leggi che hanno aiutato e aiutano anche la nostra comunità, il nostro dialetto e la nostra cultura, basti citare solo alcuni esempi: contributi per attività di valorizzazione del dialetto e della cultura resiani nelle scuole, per l’attività di sportello linguistico al museo dell’arrotino, alla biblioteca e all’archivio storico comunali a Stolvizza, per l’attività di varie associazioni culturali locali, contributi per iniziative economiche, gestiti dalla Comunità montana del Gemonese, del Canal del Ferro e della Valcanale ed altro ancora. Al resiano e alla cultura resiana così come ai cittadini della valle nulla è stato tolto, tanto meno la storia millenaria, anzi è proprio grazie a queste leggi che potremo anche in futuro conservare la nostra cultura. In alternativa, non potremo certo tutelare e conservare il po nes parlando l’italiano o imparando il friulano. L’estate amara di Resia è, speriamo, alle spalle e ci si augura che gli atti incivili ai cui abbiamo, purtroppo, assistito non si ripetano più. (Luigia Negro - presidente circolo culturale resiano Rozajanski dum - Resia)

 

- 14 settembre 2010 - Messaggero Veneto - Dibattito - Nel dibattito sulla nuova organizzazione del sistema delle autonomie locali, in particolare nell’area montana, emerge l’assoluta mancanza di riferimento a un modello etico-ideale, storico, valoriale e politico. La logica prevalente è quella dell’affannosa e maldestra ricerca di un possibile “risparmio” di risorse pubbliche, tutto sommato molto limitato. Comunque, ancora una volta i “sacrifici” vengono scaricati sulle spalle dei più deboli, economicamente ed elettoralmente. In questo preoccupante deserto di princìpi, strategie e proposte, il “Forum per la Slavia” avanza alcuni elementi di riflessione sui quali riflettere e ai quali ispirarsi nell’individuazione di un modello istituzionale che garantisca a tutti i cittadini migliori servizi, elimini gli sprechi e aumenti il livello di partecipazione democratica. Giusta riparazione. In maniera specifica, per quanto riguarda la Slavia friulana va innanzi tutto e preliminarmente affermata la legittimità delle rivendicazione di una giusta riparazione per i danni arrecati al comprensorio dalla programmazione del sottosviluppo avvenuta in più fasi storiche, ma in particolare con l’esclusione dei Comuni delle Valli del Natisone dall’area di applicazione della legge nº 614 del 22 luglio 1966 recante «interventi straordinari a favore dei territori depressi dell’Italia settentrionale e centrale». Sono i benefici di questa legge che hanno determinato la concentrazione dello sviluppo a Manzano, Buttrio, San Giovanni al Natisone eccetera favorendo la seconda fase dello spopolamento delle Valli. Autodeterminazione. Gli abitanti della Slavia vanno considerati, a tutti gli effetti, come un popolo distinto da quelli contermini e, quindi, titolare del diritto all’autodeterminazione. Per quanto riguarda la Repubblica italiana il diritto dei popoli all’autodeterminazione viene riconosciuto dal “Patto internazionale relativo ai diritti economici, sociali e culturali” entrato a fare parte del diritto interno della Repubblica italiana con la legge 25 ottobre 1977, nº 881. Tra altre importanti affermazioni di principio, il Preambolo del Patto ricorda che: «in conformità ai princìpi enunciati nello Statuto delle Nazioni Unite, il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali e inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo; ... in conformità alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, l’ideale dell’essere umano libero, ... può essere conseguito soltanto se vengono create condizioni le quali permettano a ognuno di godere dei propri diritti economici, sociali e culturali, nonché dei propri diritti civili e politici; che lo Statuto delle Nazioni Unite impone agli Stati l’obbligo di promuovere il rispetto e l’osservanza universale dei diritti e delle libertà dell’uomo». L’articolo 1 della Parte prima del Patto sancisce invece che «tutti i popoli hanno il diritto di autodeterminazione. In virtù di questo diritto, essi decidono liberamente del loro statuto politico e perseguono liberamente il loro sviluppo economico, sociale e culturale». Sussidiarietà. Al fine di contemperare l’universalismo dei diritti e il particolarismo della comunità politica locale, tra i princìpi fondanti dell’Unione europea è stato introdotto il principio di sussidiarietà, riallacciato al principio federativo. La sussidiarietà è concetto sufficientemente astratto e flessibile da poter operare sia in senso ascendente sia discendente. Afferma la presunzione di competenza per il livello di governo più vicino ai cittadini e il fine – che da questa discende – di realizzare istanze di socializzazione dei poteri pubblici e di democratizzazione della comunità politica. Non faccia lo Stato quello che meglio può fare la Regione eccetera ... non facciano altri (Stato, Regione, Provincia e Comuni) quello che meglio può fare la Comunità autonoma. Esperienza storica. La pluri-secolare tradizione autonomistica dell’Arengo della “Schiavonia sopra Cividale”, ha lasciato nel Dna politico-istituzionale di questa Comunità consistenti elementi di identificazione comprensoriale che da un lato spiegano la sua assoluta riluttanza a farsi assimilare alla nazione slovena e dall’altra confermano la sua volontà di essere parte distinta della “Patrie del Friuli”. La “Comunità autonoma della Slavia” dovrebbe nascere sulla base dei princìpi qui sopra enunciati quale istituzione rappresentativa dei cittadini del comprensorio, nell’ambito della quale si svilupperanno tutti i processi propri alla vita democratica che caratterizza l’Europa. Ai Comuni rimarranno le competenze che non possono essere delegate, mentre la Comunità sarà competente per tutto quanto i Comuni potranno delegarle, assumerà le competenze delle Comunità montane soppresse, quelle che la Provincia potrà assegnarle, quanto le deriverà dalla legge 38/2001 e dalla legge regionale 26 del 2007 (di tutela della minoranza slovena) e quanto la Regione le delegherà in base al suo nuovo Statuto di autonomia speciale. La “Comunità autonoma” avrà personalità giuridica e verrà guidata da organi (assemblea, presidente e consiglio direttivo) democraticamente eletti a suffragio universale. Per queste cariche dovranno essere previste precise incompatibilità, rigidi divieti di cumulo e di limite nei mandati. La comunità della Slavia friulana si trova di fronte a una scelta epocale sul suo futuro istituzionale. Tra soggetti di buona volontà, liberi da condizionamenti e pregiudizi, andrebbero cercate le più ampie convergenze possibili nell’individuazione di soluzioni atte a restituire alla Comunità la sua piena e autonoma capacità di autogoverno, condizione irrinunciabile per la progettazione di un futuro migliore. Una proposta avanzata unitariamente non potrebbe che essere accolta con attenzione e rispetto dai livelli decisionali preposti alla sintesi politica relativa al nuovo ordinamento locale in territorio montano. (Ferruccio Clavora - Forum per la Slavia - Pulfero)

 

14 - settembre 2010 - Messaggero Veneto - La volontà dei cittadini - «Il popolo è l’unico sovrano del nostro Stato democratico». È l’affermazione che Francesco Cossiga aveva scritto nella lettera indirizzata, qualche tempo prima di morire, al presidente del Senato Renato Schifani. Ma questa affermazione, così importante, che fa riferimento alla Costituzione, è normalmente applicata? Non mi riferisco alle diatribe politiche, bensì a certe leggi che sono state approvate senza tener in alcun conto la volontà dei cittadini. Faccio riferimento, a esempio, alla legge 38/2001, che ha già iniziato a essere applicata nei comuni delle Valli del Natisone, del Torre, a Resia e persino a Cividale. Com’è possibile applicare una legge che prevede l’introduzione del bilinguismo italiano–sloveno senza sapere se i cittadini lo vogliono e senza verificare quanti sono gli sloveni presenti in un comune? Chi ha voluto questa legge e perché? La legge è stata proposta, a suo tempo, ad arte, in modo tale che in qualsiasi comune della provincia di Udine (anche Lignano Sabbiadoro) sia possibile su richiesta di un terzo dei consiglieri comunali, indipendentemente dal fatto che gli sloveni siano «tradizionalmente presenti» (così richiede la legge!), oppure no, applicare il bilinguismo italiano-sloveno. E l’attuale Comitato paritetico, che deve decidere su tale richiesta, immediatamente approverà l’introduzione del bilinguismo. Ma perché è stata formulata e approvata una legge tanto ingiusta? Non sarebbe stato più democratico agire come in Alto Adige dove è stato fatto un censimento per stabilire in quale proporzione fossero presenti i vari gruppi (italiani, ladini e tedeschi)? Qui non si può fare e si grida alla discriminazione! Tutto nasce da questioni politiche e di denaro. Politiche, perché come hanno affermato importanti politici locali e nazionali non si «può irritare la Slovenia» che, a ogni costo, vuole una minoranza nazionale slovena riconosciuta anche nella provincia di Udine. La legge è stata approvata nel 2001 come ultima legge del governo Prodi, non rispettando la sovranità del popolo, come previsto dalla Costituzione e dalle norme internazionali, pur essendo queste citate nella legge stessa. E ci rendiamo conto che è una questione politica leggendo quello che sta succedendo in questi giorni a Resia, dove l’attuale amministrazione comunale, di colore diverso da quella precedente che aveva richiesto il bilinguismo, si sta muovendo, nel rispetto della volontà popolare, in maniera decisa e clamorosa per uscire dalla famigerata “tabella” dei Comuni in cui è stata riconosciuta la “tradizionale presenza” della minoranza nazionale slovena. E i nuovi amministratori comunali di Cividale, sindaco in testa, quando cominceranno a muoversi? Di denaro, sì di denaro, perché fiumi di denaro si riversano su tale minoranza non quantificata, sulle sue associazioni (sono oltre cinque milioni di euro l’anno!), sulle sue scuole (abbiamo assistito alla movimentazione di politici, addirittura sloveni, per la scuola bilingue di San Pietro al Natisone), mentre della situazione di quelle italiane non ci si preoccupa. E così troviamo, in particolare, Cividale del Friuli (nota bene del Friuli, non della Slovenia o degli Slavi o degli Sloveni!), che ha dato il nome a tutto il Friuli, nell’elenco dei Comuni in cui tale legge verrà applicata, a scapito del friulano. E questo senza che a Cividale, nella sua bimillenaria storia, ci sia mai stata una qualche testimonianza della presenza di sloveni nell’arte, negli scritti, nelle tradizioni, nel folclore! Per Cividale, gli otto consiglieri comunali presentatori hanno motivato la richiesta con: l’ospedale transfrontaliero (stiamo ancora aspettando almeno un segnale di tale iniziativa!), il Mittelfest (ma non c’è mica solo la Slovenia fra gli Stati presenti!) e l’entrata della Slovenia in Europa (ma perché, quando la Romania è entrata in Europa, non è stata proposta una legge per introdurre il bilinguismo romeno-italiano a Cividale, dal momento che la comunità romena è la più numerosa?). Basta indire un censimento per quantificare la presenza di sloveni e potremmo sicuramente risparmiare un bel po’ di denaro, in quanto verrebbe elargito secondo la reale presenza di sloveni e non a favore di una minoranza non quantificata (sembra che sia molto modesta in provincia di Udine, almeno dai dati delle ultime elezioni regionali), che non vuole farsi contare, adducendo motivazioni risibili che non sono state sollevate né in Slovenia e Croazia, per gli italiani contati senza alcun problema, né in Austria per gli sloveni, né tanto meno in Alto Adige! (Piera Specogna - Cividale del Friuli)

 

- 8 settembre 2010 - Messaggero Veneto - Valli del Natisone: alcune precisazioni - Quando la repubblica di Venezia concesse l’autodeterminazione agli slavi del Friuli nord orientale si instaurò in quei territori una forma di democrazia molto prima dell’antica, e forse prima al mondo, democrazia anglosassone. Le cose si svolgevano nel seguente modo: ogni paesetto delle valli riuniva i capifamiglia per eleggere il proprio rappresentante da mandare all’assemblea della Banca di Antro, per la valle del Natisone, e a quella della Banca di Merso, per l’altra valle; qui erano prese le decisioni più importanti sulla vita delle comunità e veniva amministrata pure la giustizia. Ahimè, Napoleone cancellò tutto ciò col trattato di Campoformido; l’Austro-Ungheria, subentrata dopo la sconfitta di Napoleone, aveva nella sua lungimiranza mantenuto nei nostri territori l’uso dell’antica lingua locale, ma le Banche di Antro e Merso non rinacquero. Quando nel 1866 le popolazioni di queste terre scelsero quasi all’unanimità (un voto contrario) di schierarsi dalla parte italiana, mai avrebbero pensato di essere emarginate e, in futuro, messe alla mercè degli appetiti della minoranza slovena qui inesistente. Dopo questa doverosa premessa passo ad analizzare la situazione attuale. Alcuni consiglieri comunali, dopo essere stati eletti in determinati partiti dell’arco costituzionale e con precisi programmi, hanno deciso, cosa non nota ai loro sostenitori, di dichiararsi di lingua e nazionalità slovena favorendo in tal modo una richiesta di legge a tutela della minoranza nazionale slovena nella provincia di Udine. (Certe prese di posizione devono essere rese note prima delle consultazioni elettorali!) Il governo Prodi, appena prima della sua anticipata caduta, promulgava una legge dello Stato passando sopra il parere dei veri interessati (gli abitanti della Slavia friulana) con cui riconosceva l’esistenza di una fantomatica minoranza nazionale slovena nella provincia di Udine. Orbene, personaggi che si definiscono democratici e antinazionalisti esprimono, dopo la pubblicazione di alcune lettere mie e di altri valligiani, le loro infuocate rimostranze contro le opinioni espresse dagli abitanti delle valli non allineati e contrari alla minoranza slovena che anela a imporre la propria presenza anche dove non è mai storicamente esistita. Il defunto e compianto Sergio Mattelig, presidente della Lega per la Slavia, persona buona e tollerante, sempre citando leggi e fonti, cercava di far capire bonariamente, mai scendendo a livelli di offesa verso nessuno, le sue tesi, che erano anche nostre, a quelle persone che secondo lui erano in errore. Questo squisito valligiano, amante della propria gente, delle sue tradizioni e della nostra lingua, probabilmente non conosceva il saggio adagio friulano: a insegnà al mus, si piart timp e si stize la bestie! Le stesse persone ignorano volutamente il fatto che la stampa locale pubblichi le iniziative del Comitato genitori della scuola bilingue, formato quasi totalmente da gente estranea alle Valli, e di tutte le associazioni culturali ed economiche slovene. Questo non li disturba! Nessun valligiano benpensante si sogna di vietarne la pubblicazione inveendo contro la libera stampa. Le dimostrazioni fatte dai genitori a sostegno della scuola bilingue (appoggiate dal governo sloveno, con visita di ministri vari) ricordano “girotondi” di recente memoria ed erano volte a cercar di orientare esclusivamente a loro pro le decisioni con cui l’amministrazione comunale di San Pietro, responsabile dei plessi scolastici presenti sul suo territorio, eletta a stragrande maggioranza dai residenti, con il parere del Prefetto, della Provincia e dell’Ufficio scolastico regionale, si accingeva a definire l’ubicazione provvisoria della scuola. Nessuno le ha vietate, come pure i sit-in davanti al municipio e le espressioni verbali contro il sindaco e la sua maggioranza. La scelta ora è stata fatta tenendo conto delle risorse esistenti e si spera che i puntigli si fermino lì, in attesa dell’adeguamento della sede di quella scuola. (Renzo Onesti - San Pietro al Natisone)

 

- 15 agosto 2010 - Messaggero Veneto - Resia, il consiglio non vuole la tutela per le minoranze slovene - Dopo le polemiche scaturite nella comunità di Resia in seguito al rilascio della carta d’identità bilingue italiano-sloveno, il consiglio comunale prende posizione a tutela dell’identità etnica e linguistica resiana. Nel corso dell’ultima seduta infatti, a maggioranza, gli amministratori hanno deciso di far uscire Resia dai comuni compresi nella legge 38 del 2001, quella relativa alla tutele delle minoranze slovene. Una decisione, come ha ribadito il sindaco Sergio Chinese: «Presa per garantire la sopravvivenza della lingua resiana e della sua unicità. Non abbiamo nulla a che fare con la minoranza slovena e con la lingua slovena, siamo una realtà a sé che come tale vuole essere considerata». Il consiglio ha inoltre deliberato di far rientrare la comunità di Resia tra quelle tutelate in quanto “friulane” nell’ambito della legge nazionale 482 del 1999. «Ci sentiamo prima di tutto resiani – ha aggiunto Chinese – poi italiani e friulani». Al consiglio comunale hanno assistito quasi 200 persone, curiose di ascoltare il dibattito sfociato tra gli amministratori in merito alla tutela linguistica del resiano. Alla fine, a favore dell’uscita del Comune di Resia dalla legge 38, hanno votato tutti i consiglieri della maggioranza e uno della minoranza, gli altri si sono astenuti. «Speriamo che questo atto possa servire – ha continuato Chinese – intanto abbiamo già inoltrato la documentazione al presidente del Consiglio e al presidente della Repubblica». (a.c.)

 

- 28 luglio 2010 - Messaggero Veneto - «Carta d'identità anche in lingua slovena? No, in resiano» - La comunità di Resia non ci sta. Non accetta che dal Comune possano uscire carte d’identità bilingui in italiano e sloveno. «La nostra lingua è il resiano, non lo sloveno», commentano i cittadini che ieri mattina hanno manifestato davanti al municipio. Una cinquantina di persone con il Tricolore, arrivati a Prato di Resia per tutelare la loro italianità e la loro resianità. Una delegazione dell’associazione “Identità e Tutela Val Resia” è stata accolta dal sindaco Sergio Chinese. «Chiediamo all’amministrazione di non emettere la carta d’identità in sloveno, poiché non è una lingua che ci appartiene. Non siamo mai stati assoggettati all’amministrazione slovena, né in passato, al tempo della Repubblica Veneta e dell’Impero austro-ungarico, né recentemente con la Yugoslavia di Tito. La popolazione di Resia non parla lo sloveno, ma il resiano. Rilasciare un documento d’identità in lingua slovena – hanno aggiunto i componenti dell’Associazione – sarebbe un atto grave e falso, segno del riconoscimento che la nostra è una minoranza slovena». Il sindaco Chinese ha ripercorso l’iter che ha portato alla richiesta di una carta d’identità in italiano e sloveno. «Tutto è nato con le leggi nazionali 482 e 38, che in parte sono state mal interpretate, visto che dal concetto di minoranza linguistica si è arrivato a quello di minoranza nazionale. Il problema è aver voluto inserire il territorio di Resia all’interno delle delimitazioni della legge 38». Per questo ogni cittadino che ne fa richiesta, ha diritto di ottenere la carta d’identità stampata in lingua slovena. Una situazione che aveva portato a un’istanza di commissariamento del Comune di Resia da parte dei consiglieri regionali Pd Enzo Marsilio, Sandro Della Mea e Igor Gabrovec, che avevano accusato il primo cittadino di non aver voluto emettere il documento richiesto. «Non abbiamo mai ricevuto il necessario software – ha chiarito Chinese – e oggi, dopo le pressanti richieste del Prefetto, emetteremo la carta d’identità in sloveno scritta a mano da un nostro funzionario. Non possiamo fare altrimenti». Chinese ha chiesto al Ministero dell’Interno di poter utilizzare il resiano per stampare le carte d’identità, ma la risposta arrivata da Roma è stata negativa. «Parlerò con il Prefetto e ho già chiesto udienza al capo dello Stato e al presidente del Consiglio. Vogliamo essere tutelati come resiani». (a.c.)

 

- 22 luglio 2010 - Messaggero Veneto - Bilinguismo e scuola bilingue - Dislocazione in cinque sedi. Soluzione definitiva? Forse, fino a quando non arriverà la protesta da parte della Slovenia. Ma cosa vuol dire applicare il bilinguismo italiano-sloveno sul territorio di un comune riconosciuto per legge bilingue su richiesta di un terzo di consiglieri comunali che ha escluso che i cittadini potessero esprimere la propria volontà, violando così i principi fondamentali dei diritti umani? Bilinguismo vuol dire: «presenza in uno stesso Stato di due gruppi linguistici»; «qualità di una popolazione che si serve correttamente di due lingue diverse». Pertanto la scuola bilingue, con l’insegnamento in lingua slovena, è nata proprio per dare forza all’attuazione del bilinguismo in un territorio dove i rappresentanti sloveni sono pochi o quasi nulli. Inoltre il bilinguismo comporta l’uso della lingua slovena nei rapporti con le amministrazioni comunali, nei tribunali, negli atti pubblici (carte d’identità, certificati anagrafici, avvisi e pubblicazioni ufficiali), nei consigli comunali, nelle insegne dei pubblici uffici, nella carta ufficiale, nella segnaletica stradale, sul gonfalone comunale e l’esposizione della bandiera nazionale slovena sugli uffici pubblici. Perché alcuni genitori scelgono la scuola bilingue per l’istruzione dei propri figli? Non perché appartengano alla minoranza slovena, bensì perché l’insegnamento delle materie in lingua slovena permette l’apprendimento e la conoscenza di tale lingua in modo gratuito, con, inoltre, notevoli vantaggi nei servizi e nelle attività extracurricolari. La minoranza nazionale slovena, non quantificata, presente per legge nelle valli del Natisone, del Torre e a Resia, oltre che a Cividale del Friuli (?!) ha ottenuto che le scuole, materna privata ed elementare parificata di San Pietro al Natisone, divenissero statali, con passaggio in ruolo di tutto il personale senza alcun concorso, con l’erogazione di 741.636 euro annui per le proprie finalità; l’autorizzazione da parte del governo Prodi a istituire la scuola media in un mese, in piena estate; i finanziamenti immediati per rendere antisismica la struttura scolastica; un’interrogazione presentata ai ministri degli Esteri, dell’Interno e dell’Istruzione sulla scuola affinché si provveda con “speditezza a dotare la bilingue di un plesso idoneo definitivo”. Com’è possibile che la minoranza nazionale slovena ogni volta che fa sentire la propria voce per rivendicare i propri diritti ottenga che i politici di sinistra, di centro e di destra, a tutti i livelli, nazionale e locale, si mobilitino immediatamente per non irritare la vicina Slovenia che, tramite i suoi massimi esponenti politici, ha rivendicato il diritto di intervenire in tali territori, in quanto ritiene siano abitati da sloveni? Per il riconoscimento dei diritti degli slavi italiani, invece, nessuno prende posizione, anzi, con promesse e interventi senza valore (presentazione di disegni di legge, mai arrivati nemmeno in commissione, delibere e ordini del giorno senza alcun valore) i politici ci prendono in giro e offendono la libertà e la dignità delle comunità storiche slave della Provincia di Udine, non riconoscendone l’esistenza e contribuendo anzi alla cancellazione di un bagaglio storico, linguistico e culturale di ben 1.400 anni assimilandole alla minoranza nazionale slovena. (Sandra Medves - Lega della Slavia friulana - Pulfero)

 

- 13 luglio 2010 - Messaggero Veneto - Scuola bilingue - Serve un po’ di razionalità Un po’ di razionalità. Nella storia a volte capita che, imbattendosi in un piccolo particolare in apparenza insignificante, venga alla luce un complesso e insospettato mondo sepolto od occultato. La vicenda della scuola bilingue di San Pietro al Natisone è a mio avviso una di queste “scoperte”. L’evento scatenante è stata l’ordinanza di sgombero dell’edificio di viale Azzida decisa dal sindaco: in sé un’impellenza amministrativa che, fuori da uno stato di calamità, non rappresenta di certo un ostacolo insuperabile. La scoperta è stata un mondo di rancori, gelosie, invidia e bassa politica. In quanto genitore di due bambini iscritti alla scuola bilingue, ma che come molti altri poco ha a che fare con la minoranza slovena, non avevo mai potuto tastare con mano la ribollente situazione delle Valli del Natisone. Per questo parlo di scoperta, che chiaramente per chi vive in quei luoghi scoperta non è. Già altri genitori prima di me hanno ricordato che la scelta della scuola bilingue è stata effettuata in base a programmi e offerta formativa, ma non è tutto. Sembra ci si dimentichi che la nostra regione confina con due Stati o meglio nazioni, ambedue appartenenti alla Comunità europea. La Slovenia, in particolare, è a 200 metri in linea d’aria da casa mia. Personalmente trovo logico e anche saggio che i miei ragazzi conoscano e possano usare in modo efficace la lingua dei miei vicini, e in questo non vedo alcuna limitazione della mia italianità. Una scelta quindi essenzialmente “europea”, con la speranza di contribuire alla formazione di cittadini “europei” oltre che italiani. Questa mia lettera inizia però con una richiesta di razionalità. Lo scrivo poiché se c’è un punto che nessuno ha potuto contestare fino a oggi è il fatto che la proposta avanzata dal Comitato dei genitori sia la più razionale e, guarda caso, anche la più economica. Su questo il Comitato ha avuto un’esplicita approvazione del prefetto e di consiglieri regionali, ma infine anche il sindaco Manzini ha dovuto ammetterlo, e nessuno dei detrattori ha finora dimostrato, conti alla mano, il contrario. La proposta consegnata al sindaco non ha richiesto nessuno sgombero di altre scuole, ma soltanto un razionale utilizzo delle strutture esistenti con l’intento di evitare lo sperpero di denaro pubblico in trasporti, mense, personale ausiliario aggiuntivo. Purtroppo questa proposta non riesce ad accontentare tutti, e in particolare modo non soddisfa coloro che sperano di trarre dei vantaggi politici dalle disavventure altrui. A oggi non mi risulta che ci sia stata alcuna proposta politica che guardi oltre il proprio cortile, e riesca a valutare le contingenze e le opportunità che probabilmente la comunità di San Pietro dovrà affrontare entro pochi anni. Si prevede la ristrutturazione dello stabile di viale Azzida, ma quando questa sarà terminata probabilmente il complesso delle ex Magistrali sarà semi-deserto, e non perché “sfrattato” dalla bilingue, ma perché questi sembrano essere i piani della Provincia di Udine, e anche gli ospiti della contesa Casa dello studente potrebbero essere riuniti ai loro compagni a Cividale. Solo riguardo a quest’ultimo punto va ricordato che per ospitare 25 ragazzi è tenuta attiva, e quindi riscaldata, pulita, sorvegliata l’intera struttura, con personale, cuochi, educatori nonché una corriera per spostarli da Cividale a San Pietro. Realmente si pensa che questa sia la soluzione più razionale ed economica? I segnali che giungono dalla Provincia e dal Comune attualmente ci indicano che piuttosto che dare una sistemazione, che oggettivamente sarebbe migliorativa per l’Istituto bilingue, si preferisce sprecare centinaia di migliaia di euro. E accontentare la vera minoranza, cioè quella degli interessi privati di pochi cittadini antieuropei propensi a restaurare una condizione che era a loro favorevole. Vorrei infine ricordare al signor Onesti, autore dell’intervento del 6 luglio scorso, che nella lingua italiana esiste una grande differenza tra “arroganza” e “fermezza”. Il Comitato dei genitori ha scelto la seconda. (Mauro Fain - Prepotto)

RESIA - Servizi sociali e tradizione Faccio riferimento alla lettera da Resia («Più che “unici” in via di estinzione») pubblicata dal Messaggero Veneto il 1º luglio, a firma di quattro resiani che presumo essere consiglieri di minoranza del comune limitrofo a Lusevera. Non entro nel merito e nelle doglianze, peraltro scontate ma senza proposte concrete, della lunga missiva anche perché sul Messaggero Veneto, il nostro quotidiano, sono state ampiamente sviscerate le questioni etnico-linguistiche, quasi tutte a tutela della “unicità” dei resiani; i quali peraltro, come noi dell’Alta Val Torre, ritengono di non aver nulla da spartire con la cultura e la lingua slovena anche se purtroppo i nostri comuni sono stati recentemente qualificati come “sloveni” nell’ambito del Friuli orientale. Però siccome i firmatari fanno anche riferimento a Uccea, frazione di Resia, mi sento di dire la mia in proposito perché i miei nonni provenivano proprio da codesto paesino abbarbicato sulla montagna a ridosso e sopra l’omonimo torrente. Uccea negli anni 50/60 aveva richiesto e ottenuto con una petizione sottoscritta da una sessantina di capifamiglia di transitare sotto la giurisdizione amministrativa del Comune di Lusevera proprio perché attraverso la nostra vallata avevano lo sbocco naturale verso la pianura friulana gravitando per lo più su Tarcento. Poi, al limite della prescrizione ventennale, quando già tutta la documentazione anagrafica era pervenuta nel municipio luseverino di Vedronza si è tenuto un referendum fra tutti i residenti del comune di Resia e non limitato alla trentina di persone di Uccea: quindi la frazione continuò a mantenere il proprio cordone ombelicale resiano. Gli attuali abitanti (ricordo il compianto don Vito Ferrini parroco di Uccea e maestro titolato vantarsi di avere oltre trenta scolati) sono meno di una decina e sono privi dell’unico locale pubblico (osteria con telefono) che ancora dava una certa parvenza di vita sociale; qualcuno deve farsi carico della dilagante indifferenza al problema! Non posso però fare a meno di sorridere fra me per la richiesta dei quattro firmatari della “costruzione di una nuova strada o di un tunnel” per il “collegamento agevole” tra la val Resia, Uccea e l’Alta Val Torre; la pia illusione può valere solo come “battuta” almeno per chi conosce l’orografia locale. Se i reclamanti in argomento non riescono, per partito preso, a recepire che la difesa della tipicità e peculiarità “unica” tende a salvaguardare le proprie radici antico-linguistiche, specie ora che c’è in atto una subdola slovenizzazione dell’Est friulano, significherà che il tutto sarà omologato ai minimi termini perdendo la propria peculiare identità con l’eutanasia non solo della propria parlata. Più servizi sociali, ma saldi nel mantenere la propria tradizione avita! (Lidio Buttolo - Lusevera)

 

- 6 luglio 2010 - Messaggero Veneto - Scuola bilingue - Una dislocazione provvisoria Fino a che, per motivi statici, la scuola bilingue di San Pietro al Natisone non è stata costretta a traslocare, nessuno l’ha mai messa in discussione. Ora con tanta arroganza pretenderebbero di avere immediatamente, dove vogliono loro, una sede identica a quella di prima, anche a costo di far traslocare l’istituto superiore di San Pietro o altre realtà scolastiche già esistenti in loco, rifiutando qualsiasi soluzione alternativa proposta e addirittura interessando il governo sloveno. Questo sembra eccessivo. Hanno avuto dallo Stato italiano la promessa di un contributo di oltre un milione di euro in tempi da record per mettere in sicurezza la loro scuola, cosa che altre realtà se lo sarebbero sognato. Come dire: le scuole dell’Aquila vogliono rientrare “immediatamente” nelle aule che occupavano ante-sisma,cosa assolutamente irrealizzabile in tempi brevi. Bene ha fatto il sindaco a prendere la drastica e non facile decisione di fare sgomberare la scuola non adeguata e con pericolo di crolli. Mi immagino cosa sarebbe venuto fuori se si fosse verificato qualche malaugurato incidente magari con vittime: «I fascisti italiani hanno teso una trappola mortale alla scuola bilingue, sapevano del pericolo, ma non hanno preso provvedimenti». Probabilmente ora l’Italia intera sarebbe sotto inchiesta a livello europeo, se non addirittura davanti al tribunale dell’Onu. Se invece fosse toccata la medesima sorte, metti, alle strutture della scuola media italiana, senza tanto frastuono, cortei, campagne di stampa e governi esteri interessati, si sarebbe adottata a livello locale una delle soluzioni proposte (Pulfero o Savogna) in attesa della definitiva soluzione. Tutto ciò non avrebbe provocato alcuno scandalo. Nota bene che la scuola di San Pietro già ora è dislocata in sedi differenti: scuola materna ad Azzida, scuola elementare al piano terra dell’istituto magistrale, scuola media in altro edificio, senza contare le sedi distaccate negli altri comuni. Questa situazione suscita in me qualche domanda: perché voler restare a tutti i costi a San Pietro e non prendere in considerazione una dislocazione provvisoria temporanea di una parte della scuola nei comuni limitrofi, dove esistono sedi idonee e a norma? Dopo tutto si tratta di emergenza. Mi chiedo dove sta la difficoltà a trasferire la scuola fuori da San Pietro, dato che una gran parte degli alunni non è delle valli e deve comunque spostarsi. Non mi si venga a dire che questo può stravolgere i loro programmi scolastici. Mi sorge il dubbio che siano stati fatti e si facciano sforzi sovrumani per dimostrare che in loco esiste una grande partecipazione di studenti residenti nelle valli, con relative famiglie, ansiosi di essere considerati minoranza slovena, cosa che non è sentita dalla quasi totalità della popolazione. Mentre sto scrivendo le mie considerazioni sulla situazione della scuola bilingue di San Pietro al Natisone, mi è venuta sottomano la lettera al Messaggero Veneto di mercoledì 23 giugno scorso scritta dal solito estraneo alla faccenda che spara le sue bordate da quel di Tarvisio, spinto dalla sacra febbre della Costituzione, costringendosi ad argomentare su questioni di non sua pertinenza perché estraneo a esse, continuando altresì a offendere gli abitanti della Slavia veneta, appellandoli come “beneciani”. Ho avuto modo di chiarire in un mio precedente scritto il significato di quel termine (schiavi e servi di Venezia). Non so che diritto abbia costui di rapportarsi con gli slavi di antichissima origine, del Natisone e del Torre; gli debbo chiarire una volta per tutte che queste genti, nella quasi totalità, escludendo pochi elementi che traggono beneficio (posto di lavoro) presso la minoranza slovena, preferirebbero essere sudditi di Venezia, dalla quale avevano ricevuto, a suo tempo, totale autonomia di autogoverno legale, amministrativo nonché cultural-linguistico, che invece essere esposti alle mire espansionistiche, sottomissive e disgregatrici di suddetta minoranza nazionale, legalmente presente nelle province di Trieste e Gorizia, supportata in questo disegno dalla vicina repubblica. Questo signore è convinto che la Costituzione, all’articolo 4, gli imponga di intervenire in tutte le cose che non lo convincono anche se non direttamente interessato (se così fosse, dovrebbe pontificare 24 ore su 24, secondo i suoi punti di vista, sui ladini, sui resiani,sui tedeschi e sugli altri italiani che popolano il Friuli Venezia Giulia e non solo). Lo stesso articolo, secondo costui, dovrebbe vietare alla signora Magda Succaglia, da sempre presente con i suoi antenati in queste terre, di esprimere i propri punti di vista su problemi che lei reputa vitali per la sopravvivenza delle genti e delle tradizioni, usi e costumi della sua patria natale. (Renzo Onesti - San Pietro al Natisone)

Schiavonia veneta - Un’occasione e l’indifferenza Come ogni anno, le manifestazioni organizzate a San Pietro al Natisone per celebrare i Santi patroni Pietro e Paolo sono state l’occasione per commemorare un’antica istituzione locale: l’Arengo della “Schiavonia veneta sopra Cividale”, simbolo della secolare tradizione autonomista della Slavia friulana. Un rituale che ogni anno che passa, al di là della buona volontà degli organizzatori, sprofonda ulteriormente nell’indifferenza generale. Scarsissima è stata, in effetti, la partecipazione popolare: non più di una trentina di persone. Un’importante occasione persa per affermare, in concreto, la validità dell’impostazione programmatica che affonda nella tradizione la pertinenza delle odierne elaborazioni innovative. In questo difficile momento della storia della locale comunità. combattuta tra confuse identità, strumentalizzazioni nazionalistiche e incertezze istituzionali, questa stanca commemorazione poteva costituire, invece, un’ottima occasione per un’aggiornata rivisitazione del profondo senso di autonomia che oggi ancora pervade la coscienza collettiva di un popolo che non intende rinunciare, nonostante tutto, all’applicazione del sacrosanto diritto dei popoli all’autodeterminazione, sancito dai più importanti documenti internazionali sui diritti umani. Mi chiedo, dunque: perché non è stata presa l’iniziativa di un dibattito bi-partisan sul futuro istituzionale della Slavia friulana dopo l’abolizione delle Comunità montane, con conseguente mobilitazione di tutte le forze politiche e soprattutto della cittadinanza? La meritevole iniziativa assunta in merito, una decina di giorni prima, dalla Lista civica di San Pietro al Natisone con la partecipazione in qualità di relatore del professor Coen dell’università di Udine, sarebbe potuta essere considerata – per la qualità della relazione svolta, i contenuti e la pacatezza del dibattito – una significativa premessa a un più ampio e partecipato confronto alla ricerca di soluzioni largamente condivise in loco. Sono sempre più convinto che la soluzione ai gravi problemi di questa martoriata comunità vadano ricercati nel superamento delle posizioni preconcette, unilaterali, prevaricanti e totalizzanti. Solo dal libero, tollerante e partecipato confronto tra le diverse posizioni in campo potranno emergere le sintesi politiche oggi indispensabili per assicurare un futuro democratico alla Slavia, parte integrante di un Friuli che ha troppo spesso tendenza a dimenticare la storia dei popoli che lo compongono e, per questo, condannando se stesso e loro alla marginalità e alla sudditanza. Mi sia, infine, consentito di cogliere questa occasione per esprimere pubblicamente il mio apprezzamento al sindaco di San Pietro al Natisone, Tiziano Manzini, per il modo equilibrato e responsabile con il quale sta riuscendo a portare a positiva soluzione il complesso problema della sede della scuola bilingue italiano-sloveno. (Giovanni Rossi - San Pietro al Natisone)

 

- 25 giugno 2010 - Messaggero Veneto - Resia - L’associazione e la tutela Stupisce il richiamo del signor Pierpaolo Lupieri di Tolmezzo agli organi di stampa regionali della minoranza slovena “Novi Matajur” e “Slovit” che, a parer suo, sono incapaci di far valere le loro ragioni verso la comunità resiana. Non capiamo con quali presupposti egli si arroghi il diritto di intervenire in merito dato che non è resiano, non ha parenti resiani e non ha nessun altro titolo per metterci bocca. Bene hanno fatto i responsabili delle suddette testate a rispettare l’esternazione della comunità resiana perché non si può predicare bene e razzolare male e cioè pretendere la salvaguardia della Costituzione e dei dettami europei per i propri diritti e poi negare quelli degli altri. Il signor Lupieri si sente anche in dovere di rilevare come i richiedenti della tutela slovena per Resia, tra i quali due sindaci, siano visti come coloro che scientemente o ingenuamente avrebbero favorito con la loro azione l’inserimento in valle di un sorta di quinta colonna slovena. I loro nomi sono riportati nelle delibere che gli stessi hanno redatto, rendendosi protagonisti della vicenda, coscienti di poter accedere ai cospicui contributi di cui sarebbero stati destinatari, ma che purtroppo in tutti questi anni non hanno portato né benefici né miglioramenti alla comunità resiana, che invece è sempre più oggetto dell’ingerenza dello Stato sloveno che non rispetta la nostra identità, di cui tutti i resiani vanno orgogliosi. L’opportunità di uno sviluppo degli scambi transfrontalieri di ogni tipo, in amicizia, con il popolo sloveno, non è certo preclusa dai resiani purché esso avvenga nel reciproco rispetto della propria identità. Signor Lupieri, lei dimostra mancanza di conoscenza anche per quanto riguarda il mantenimento del plesso scolastico a Resia. Qui le scuole sono aperte e funzionanti (anche se con pochi alunni) perché è la legge dello Stato italiano che lo permette e non certamente per l’interessamento di quei quattro signori che ci hanno fatto entrare nella minoranza slovena. I suoi ripetuti interventi su Resia hanno il sapore della politica lontana dai concreti bisogni e dalla realtà di un territorio che, come quello di Resia, desidera svilupparsi economicamente e non solo, senza l’etichetta di minoranza slovena. Le ricordiamo che l’associazione Identità e tutela Val Resia, con i suoi oltre 600 iscritti, è apartitica e non confonde la politica con la tutela dell’identità resiana. Non ha mire politiche e tanto meno di potere, ma ha in cuore soltanto la difesa del patrimonio storico, culturale e linguistico della nostra amata Resia. (Alberto Siega presidente Identità e tutela Val Resia - Udine)

 

- 24 giugno 2010 - Il Gazzettino - San Pietro al Natisone - Scuola bilingue, soluzione a metà - Nuovo incontro e nuova protesta, ieri, sotto il palazzo della Prefettura di Udine per la scuola bilingue. Genitori, insegnanti e ragazzi hanno manifestato e una delegazione ha incontrato, poi, l’assessore regionale Roberto Molinaro, il sindaco di San Pietro, Tiziano Manzini, e l’assessore alla cultura della Provincia, Elena Lizzi, alla presenza del prefetto Ivo Salemme. Una soluzione è stata raggiunta ma “a metà”: la elementari (120 bambini) saranno concentrate a San Pietro mentre le media saranno probabilmente ospitate, dopo alcuni lavori di adeguamento, a Savogna. Sono a favore delle scelta, perché ritengono non ce ne siano altre, Regione e Comune. Contro, invece, la Provincia, che ha abbandonato la riunione. C’è scontro, quindi, tra istituzioni. E il primo cittadino che, suo malgrado, sarà costretto a emettere un ordinanza di sgombero per liberare l’area del convitto data in concessione gratuita alla Provincia diversi anni fa. Ci sono altre novità, che lasciano presagire ulteriori tensioni: gli uffici della bilingue saranno concentrati nel palazzo del Comune e una classe delle elementari sarà ospitata nello stabile destinato alle medie. «A livello economico - osserva Manzini - è la soluzione migliore. A livello organizzativo la distanza da Savogna è limitata, di appena 6 minuti. Abbiamo cercato di fare tutto quanto era nelle nostre possibilità per bambini e genitori». (p.t.)

 

- 23 giugno 2010 - Messaggero Veneto - Slavia friulana 1 - Appello ai normali processi democratici La vena polemica, sempre più aspra, che caratterizza il dibattito sul futuro della scuola italiano-slovena di San Pietro al Natisone costituisce l’ennesima dimostrazione della necessità di consegnare ai normali processi democratici le improcrastinabili verifiche sulla questione della tutela dell’identità, della lingua e della cultura delle comunità autoctone delle Valli del Natisone, del Torre e di Resia. Il risultato di questa verifica non può, in alcun modo, costituire l’occasione per un arretramento dei livelli di tutela raggiunti in base alle leggi 482/1999, 38/2001 nazionali e della Lr 26/2007 di tutela della minoranza linguistica slovena del Fvg. Nonostante le evidenti forzature relative agli ambiti e ai meccanismi applicativi contenute in queste leggi, va preso atto - con buona pace di chi le contesta - delle motivazioni nazionali e internazionali che ne hanno determinato la sostanza. Altri sarebbero potuti essere i tempi e i contesti politici nazionali, regionali e locali per l’approvazione di una legislazione diversa, in particolare per quanto riguarda la Provincia di Udine. Se, oggi, la minoranza slovena del Fvg si avvale di un trattamento legislativo favorevole e gode di notevoli sostegni finanziari (che fanno impallidire la comunità friulana) lo si deve alla sua intraprendenza e determinazione, alla sua capacità programmatoria, al sostegno incondizionato della Repubblica di Slovenia e, last but not least, all’indifferenza e all’arrendevolezza sostanziale della politica dello Stato italiano in materia. Accontentate l’Unione europea e la Repubblica di Slovenia, soddisfatte le organizzazioni triestina e goriziana della minoranza slovena, garantiti gli operatori culturali incaricati della promozione della lingua slovena in Provincia di Udine si può, ora, passare alla fase successiva. Si può, finalmente e senza remore di sorta, affrontare la questione della definizione dei contenuti della tutela da assicurare alla quasi totalità della popolazione delle Valli del Natisone, del Torre e di Resia. Popolazioni che non si riconoscono, hic et nunc, nella minoranza nazionale slovena regionale, tutelata dalle citate leggi, ma che rivendicano norme, strumenti e mezzi per la difesa, la valorizzazione e la promozione della loro storica e inconfondibile identità, delle loro specifiche lingua e cultura, dei loro tradizionali usi e costumi, anche tramite il recupero di un aggiornato sistema di autogoverno. In questo contesto va interpretato e risolto il problema della scuola italiano-slovena di San Pietro al Natisone che – come ripetutamente indicato dai genitori degli alunni di detta struttura scolastica: «In buona parte non originari delle Valli né ivi residenti» – non risponde alle esigenze identitarie del territorio, ma si configura come una istituzione di promozione e diffusione della lingua del Paese confinante in una dinamica logica di insegnamento bilingue. La domanda che sorge legittima, a questo proposito, non è tanto di carattere pedagogico bensì di legittimità dell’uso di risorse pubbliche: è corretto l’impegno di denaro pubblico erogato per una ben precisa finalità (tutela della minoranza linguistica) essere destinato all’insegnamento indiscriminato di una lingua straniera (lo sloveno)? Inoltre, considerando che tale lingua non è d’uso comune nel territorio in parola, qual è l’effettiva utilità di questo insegnamento? Oltre a quelli già commessi, fonte delle attuali contrapposizioni, due sono gli errori da evitare per non appesantire di più i contrasti. Il primo è quello di considerare una parte (minoritaria o maggioritaria che sia) rappresentativa esclusiva del tutto e autorizzata a parlare per tutta la comunità. Che piaccia o meno, accanto al “noi” ci sono anche gli “altri”. L’altro è quello di continuare e confondere i contenuti di due diverse tutele: mentre la minoranza nazionale è già ampiamente tutelata in base alla vigente legislazione, la comunità storica di antico insediamento delle Valli del Natisone, del Torre e di Resia, che ritiene di essere estranea alle logiche e ai destini della (comunque amica) nazione slovena, attende ancora che per quanto la riguarda sia attuato quanto previsto dagli articoli 2, 3, 5 e 6 della Costituzione della Repubblica italiana – considerata nazione di appartenenza – e dalle Convenzioni internazionali in materia, già ratificate dal Parlamento. Le norme di tutela e i meccanismi di ripartizioni delle risorse tra le due sensibilità identitarie (minoranza nazionale slovena e comunità autoctona di antico insediamento) vanno rigidamente separati, per evitare confusioni, contrapposizioni e insostenibili monopoli In realtà, si tratta di ampliare – e non di restringere – gli spazi di democrazia sostanziale, libertà e autodeterminazione nell’ambito di società sempre più complesse e caratterizzate da mutevoli processi identitari. In questo senso, l’onere dell’autoascrizione nazionale e culturale deve necessariamente essere riconsegnato ai cittadini e ai loro rappresentanti democraticamente eletti. I meccanismi da porre in essere per raggiungere tale obiettivo sono già stati sperimentati per altre realtà minoritarie del nostro Paese. Si tratta di esaminarne l’applicabilità sia nel nostro specifico contesto sia in quello regionale. Nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, non mancheranno le occasioni per mettere all’ordine del giorno del dibattito queste questioni. Nessuno potrà chiamarsi fuori, tanto meno le forze politiche. La democrazia si fonda sul consenso politico di una maggioranza che tutela la minoranza. In nessun’altra parte del mondo è una minoranza presunta per legge a condizionare gli orientamenti della maggioranza dei cittadini, sovvertendo la loro volontà. Su queste tematiche, senza pregiudizi né arroccamenti preconcetti, dovranno confrontarsi tutti i partiti presenti in consiglio regionale nella ricerca di una soluzione – riparatrice dei danni provocati – ampiamente condivisa, in particolare dai cittadini interessati. (Ferruccio Clavora - presidente del Forum per la Slavia - Pulfero)

Slavia friulana 2 - Dalla tutela garanzie per tutti Non mi è mai piaciuto rivolgermi a persone che si ostinano a non capire, le lascio perdere più che volentieri. “Dur cun dur no fa bon mur” recita un antico proverbio dei ladini delle Dolomiti. Perciò ora non mi rivolgo alla signora Succaglia, che mi ha così pesantemente rimproverato in una sua lettera sul Messaggero Veneto, ma a quanti, dopo averla letta, sarebbero tentati di darle corda. Spacciare che io non intervenga nel pubblico dibattito sulla slovenità in provincia di Udine soltanto per amore della verità, ma per un secondo fine, è come minimo ingeneroso e una cattiveria inscusabile, almeno da parte mia. L’articolo 4 della Costituzione italiana termina così: «Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società». La Costituzione italiana parla di dovere, non di facoltà e investe di questo dovere “ogni cittadino”. Da cittadino ho svolto nient’altro che il mio dovere nella società in cui vivo, che in senso stretto è quella della Valcanale e in senso più lato quella del Friuli, dove i beneciani rappresentano una componente minoritaria autoctona con la quale sento in dovere di rapportarmi da sostenitore della sua identità linguistica slovena, dialettalmente variata, perché su questo perno poggia l’autonomia speciale ricavata dalla Regione Fvg, se no si sarebbe ancora sudditi di Venezia. Dalla tutela degli sloveni del Friuli e della Venezia Giulia trae forza anche quella di noi ladini friulani, che rappresentiamo la maggioranza della popolazione complessiva, composta anche da italiani e tedeschi. (Bruno Tassotti - Tarvisio)

 

- 20 giugno 2010 - Il Gazzettino - San Pietro al Natisone - «Per la scuola serve ancora uno sforzo» - Il sindaco: «Non possiamo fare miracoli, siamo al lavoro. Non c’è strumentalizzazione politica» - «Stiamo cercando di fare il possibile per risolvere il problema della bilingue ma non possiamo fare miracoli. Siamo al lavoro e speriamo di riuscire a raggiungere una soluzione già nei prossimi giorni. Il Comune di San Pietro, purtroppo, non ha molti strumenti ed è una piccola realtà». Sono le parole del sindaco Tiziano Manzini all’indomani della protesta che ha portato insegnanti e genitori a bloccare la statale per chiedere che le classi dell’istituto non vengano smembrate nei prossimi due anni scolastici, in attesa dei lavori di adeguamento delle aule di Azzida. «Non è una questione di strumentalizzazione politica, né il nodo è quello della lingua - dice -, l’esigenza delle famiglie, più che comprensibile, è che i bambini restino tutti assieme. Oggi, a tre mesi dalla sgombero dei locali non sicuri, tanto è stato già fatto. Serve ancora uno sforzo che, tutti insieme, possiamo fare». Per far conoscere nei dettagli il problema, una delegazione dei genitori degli allievi che frequentano l’istituto si è incontrata a San Pietro col presidente del “Comitato per l’autonomia e il rilancio del Friuli”, Gianfranco D’Aronco, assieme a diversi suoi componenti e una rappresentanza del “Comitato 482” . Dopo un’esposizione della situazione da parte dei rappresentati dei genitori, è seguito un dibattito. I due comitati, dopo aver portato la loro solidarietà ai genitori della scuola bilingue, hanno auspicato che il sindaco Manzini sappia trovare una soluzione soddisfacente all’emergenza creatasi con l’ordinanza di sgombero.

 

- 18 giugno 2010 - Messaggero Veneto - Slavia friulana - Mai stata contrapposizione Riflessioni di un valligiano doc. L’autore di una lettera al vostro giornale “assoda” che i dialetti slavi delle Valli del Natisone, del Torre e di Resia appartengono alla giovane (di nascita) lingua slovena. Le nostre parlate, anche se tramandate oralmente, hanno resistito per secoli senza dover essere supportate da alcuno al di fuori dei patri confini. A quel signore che crede di avere scoperto a che gioco sto giocando dico che non ho alcuna difficoltà a riconoscere come sloveni in Italia o in Austria le persone che vivono nelle province di Gorizia e Trieste, e appunto in Austria; ma mai gli slavi che vivono in provincia di Udine potranno essere qualificati sloveni anche se una legge mendace, senza alcuna verifica fra i diretti interessati sul territorio, emanata come ultimo colpo di coda di una bestia morente (il governo Prodi), ha voluto codificare a beneficio di una ben conosciuta ideologia che, quando colta in fallo, non esita a qualificare come fascisti o nazionalisti tutti quelli che non ne seguono la dottrina e le direttive. Apprendo, dalla lettura della posta del vostro giornale dell’8 giugno 2010, che gli sloveni austriaci ci appellano dispregiativamente come “benesciani”, ribadisco che da parte degli abitanti della Slavia non c’è mai stata contrapposizione ad alcuno, non ci siamo mai sognati di mettere in dubbio l’appartenenza alla minoranza slovena di chi effettivamente ne fa parte, invece c’è un tentativo storico di dimostrare, con grosso dispendio di energie e di risorse che provengono dal di qua e al di là del confine, che in provincia di Udine esista una minoranza nazionale slovena. Noi non vogliamo mettere nessuno contro qualcun altro, vogliamo solo che sia riconosciuta la verità. Assodato che la scuola bilingue è stata equiparata a quella statale italiana, con gli stessi diritti e doveri, non capisco le paure di certi opinionisti a lunga gittata (esterni alla Slavia) di perdere finanziamenti che vengono (per loro asserzione) dall’estero (Slovenia). I non modesti finanziamenti dello Stato italiano, erogati per la salvaguardia delle diversità linguistiche ed etniche (minoranze non nazionali), sono passati sulle teste dei legittimi beneficiari senza neanche sfiorarli, se non per favorire uno sparuto gruppo di gente che di questi problemi ne fa un mestiere remunerato. Per quanto riguarda la protezione del nostro slavo, potremmo condividere un’eventuale legge per la salvaguardia del friulano e del resiano; questo, assieme allo sloveno e al tedesco, farebbe del Friuli Venezia Giulia una regione che, per la sua posizione geografica (mondo slavo, latino e tedesco) e per la particolare composizione multietnica dei suoi abitanti, avrebbe titolo a mantenere lo status di regione a statuto speciale tutelata, perché no, pure dall’Unione europea. Con riferimento alla lettera che riguarda il letargo dei circoli sloveni di Resia dico che al suo autore non è passato per la mente che forse i resiani si ritrovano più d’accordo con le tesi sostenute dall’associazione Val Resia e da Alberto Siega, suo presidente, che non con quelle dei circoli suddetti. Io penso che portare avanti testimonianze che non corrispondono alla realtà storica della Slavia veneta e di Resia non sia molto facile, anche se abbondantemente supportate da risorse finanziarie; c’è un limite anche alla faccia di bronzo. Comunque lascio ai resiani l’onore di difendere se stessi da così massicci attacchi dal di fuori e dal di dentro della Val Resia. Essi possono altresì contare tranquillamente sul supporto della Slavia friulana, delle Valli del Natisone e Torre che condividono le stesse aspirazioni di una giusta tutela. Per quanto riguarda i buoni rapporti con la vicina Slovenia, nulla osta, purché ci sia il reciproco rispetto e la non interferenza politica in questioni che sono di pertinenza interna della Regione Friuli Venezia Giulia e dell’Italia. Il maresciallo Tito diceva: dove vive anche un solo cittadino jugoslavo lì è Jugoslavia; non vorrei che certe elucubrazioni fossero ancora considerate. (Renzo Onesti - San Pietro al Natisone)

 

- 19 giugno 2010 - Il Gazzettino - La protesta blocca la statale - A San Pietro al Natisone in cinquecento manifestano per la scuola bilingue - Il sindaco Tiziano Manzini non ha parlato. Ma a far sentire la voce del paese che governa sono stati in più di 500, ieri, in chiesa, in piazza, in strada, davanti al municipio. Una folla pacificamente tumultuosa che, oltre il ponte di San Quirino, non si vedeva da decenni. E nel cuore di tutti i manifestanti, dai genitori ai cittadini, dagli insegnanti ai referenti delle associazioni locali, un solo desiderio: mantenere uniti i bambini in un solo edificio scolastico. In un istituto capace di accoglierli assieme, dove si possa imparare in armonia, e nel rispetto degli altri, a leggere e a scrivere in italiano e in sloveno. Un unicum, da tutelare e difendere, la bilingue di San Pietro, al di là delle eterne beghe che animano da anni gli esponenti del pro-sloveno e del pro-italiano, se non del pro-slavo arcaico delle Convalli del Natisone. Alla fine, come promesso, mamme e papà con bambini a seguito, docenti e amici della bilingue di Azzida hanno occupato la statale. Ma prima, come vuole la tradizione in questi luoghi fortemente radicati alla tradizione, i manifestanti si sono riuniti nella Parrocchiale di San Pietro, a pregare, nella loro lingua madre, per quella scuola che non è più sicura e che, da un giorno all’altro, è rimasta deserta, perché può cadere a pezzi. E dalla chiesa alla statale, bloccata per quasi un’ora, con lunghe file di auto. E non è detto che quella di ieri sera sia l’ultima protesta. Solidali coi genitori che hanno scelto di lottare sono in tanti, tra cui 13 sodalizi locali che hanno anche firmato un documento a sostegno. Sono Circolo culturale sloveno Ivan Trinko, cooperativa Zadruga Novi Matajur, la Most, l’Istituto per la cultura slovena, il circolo culturale Recan, la Planinska družina Benecije, le associazioni alpinistica della Benecia, degli artisti della Benecia, la Srebna kaplja, Pro loco Nediške doline, l’associazione Don Eugenio Blanchini, Somsi Cividale, l’Unione culturale economica slovena provincia di Udine e la Confederazione organizzazioni slovene della provincia di Udine. «Esprimiamo sostegno all’azione dei genitori dei bambini della bilingue - si legge -. È una fase molto delicata della storia di un’istituzione attiva da oltre 20 anni».

 

- 17 giugno 2010 - Messaggero Veneto - San Pietro al Natisone - Bilingue, non c è spazio per i bimbi al college - Alla vigilia della protesta dei genitori degli allievi della Bilingue di San Pietro al Natisone, che domani sera, dalle 19 in poi, manifesteranno davanti al municipio del capoluogo valligiano e sulla statale insieme a docenti e bambini, il rettore del Convitto nazionale “Paolo Diacono” di Cividale, Anna Maria Germini, si inserisce nella diatriba sugli spazi da assegnare all’istituto per il prossimo anno scolastico e mette i puntini sulle “i”. Di prorogare l’ospitalità nella sede del College di San Pietro non se ne parla. Viene stroncata, così, l’ipotesi caldeggiata dal Comitato genitori sull’ubicazione delle materne e delle primarie. «Nel momento in cui, in piena emergenza, misi a disposizione le aule del College - sottolinea il rettore -, feci presente che tale soluzione poteva durare fino al 30 giugno, non oltre. Da anni il Convitto è un polo di relazioni internazionali riconosciute a livello regionale e nazionale, e mette in atto iniziative di scambio a vantaggio di realtà scolastiche del territorio ma anche di reti nazionali di istituti. Nell’anno 2010/11 verrà rafforzato il piano di scambio Italia-Argentina, supportato dal Miur. Sarà mantenuta la continuità operativa nel contesto della rete Frisali, e si potenziaranno le opportunità di scambio offerte dal progetto Mun, Model for United Nations, di cui il Convitto è partner da più di 5 anni. Saranno incrementati i contatti con le scuole della Turchia. Proseguiranno le iniziative di collaborazione con gli istituti e attivati scambi con ulteriori scuole. Iniziative che avranno realizzazione e buon esisto se saranno supportate dalla possibilità di ospitalità che contraddistingue il Convitto "Paolo Diacono" e il college di San Pietro». Al problema delle medie si affianca ora quello delle elementari e della scuola dell’infanzia. Mercoledì il sindaco di San Pietro, Tiziano Manzini, gli assessori regionale e provinciale all’istruzione, Roberto Molinaro ed Elena Lizzi, e il direttore dell’ufficio scolastico regionale, Daniela Beltrame, si incontreranno in Prefettura per cercare di sbrogliare la matassa. (l.a.)

 

- 16 giugno 2010 - Il Gazzettino - In piazza per la scuola bilingue - Manifestazione sotto il palazzo della Prefettura di Udine, ieri mattina, a tutela della scuola bilingue di San Pietro al Natisone. A raggiungere la città e a chiedere udienza al prefetto, Ivo Salemme, sono stati gli insegnanti dell’istituto, e le madri e i padri dei 221 bambini che frequentavano, fino a tre mesi fa, le aule della scuola di Azzida, dichiarata inagibile perché non sicura e non antisismica. La protesta, condita da manifesti e volantini, si è composta di seguito in una riunione cui hanno preso parte anche l’assessore regionale alla cultura, Roberto Molinaro, e l’assessore provinciale alla cultura, Elena Lizzi. Docenti e genitori hanno chiesto al prefetto e alle autorità politiche di riuscire a trovare una soluzione per evitare lo smembramento delle classi in tre poli diversi. La divisione dei bambini in più sedi, tutte nel comune di San Pietro, all’indomani dello sgombero per motivi di sicurezza, è stata necessaria per portare a termine i programmi educativi dell’anno scolastico 2009/2010. Di seguito, grazie all’immediato interessamento dell’assessore Molinaro, dallo Stato sono arrivati un milione e 200mila euro per il recupero della bilingue di Azzida, cui si sono affiancati altri fondi della Regione. Il problema che si pone, ora, è dove sistemare gli alunni senza dividerli nei prossimi due anni. Tanto, infatti, sarà il tempo necessario per rendere di nuovo agibile l’edificio sgomberato. L’idea dei genitori è di usare, a San Pietro, la “Casa dello studente”, grande edificio in parte non sfruttato che il Comune ha però concesso in comodato d’uso gratuito alla Provincia, in base a una convenzione stipulata nel 2001. Grazie a questo accordo, l’immobile è stato adibito ad area convitto e ospita, oggi, circa 25 ragazzi, ma solo nella parte del primo piano. Madri, padri e insegnanti chiedono che la “Casa dello studente” venga concessa agli alunni della bilingue nella parte non usata, quindi il piano terra, dove è possibile anche disporre della mensa. Nonostante la manifestazione e l’incontro con il prefetto, tuttavia, ieri non è stato possibile raggiungere un accordo.

 

- 16 giugno 2010 - Il Gazzettino - San Pietro al Natisone - Venerdì in programma un altro corteo - La protesta continuerà anche venerdì, giornata di chiusura dell’anno scolastico 2009/2010 - Alle 18, dalla bilingue di Azzida, i genitori e gli insegnanti, ma anche gli esponenti di diverse associazioni locali, formeranno un corteo che dall’istituto si porterà nel palazzo municipale dove sarà chiesto un incontro al primo cittadino, Tiziano Manzini. A frequentare la bilingue non sono solo bambini delle Valli del Natisone ma anche quelli di Faedis, Povoletto e i figli di famiglie che si sono trasferite a San Pietro da altre regioni d’Italia. Una terza protesta è già pronta. Tra i problemi che sono stati messi in evidenza ieri anche quello della discriminazione culturale e linguistica. (p.t.)

 

- 16 giugno 2010 - Messaggero Veneto - Duri attacchi a Chinese per la razza resiana - Alla stampa slovena del Friuli Venezia Giulia non sono piaciute le dichiarazioni del sindaco di Resia Sergio Chinese, il quale ha rivendicato l’unicità della “razza resiana”, dopo aver appreso i risultati della mappatura genetica del Centro di Biomedicina molecolare di Trieste. Il primo cittadino infatti, ha subìto un attacco frontale da parte della stampa della minoranza slovena. Addirittura il Primorski ha paragonato le dichiarazioni di Chinese ad alcuni stralci del Mein Kampf di Adolf Hitler. In un fondo pubblicato il 12 maggio sul Primorski, che tradotto letteralmente significa: «Da anni diciamo che abbiamo una razza speciale, ma ora abbiamo le prove. Questo non è un estratto dal libro "Mein Kampf", ma una dichiarazione dei sindaco resiano Sergio Chinese, che ha commentato euforico i risultati dell'indagine sulle caratteristiche genetiche della popolazione di Resia». Parole che non sono andate giù al sindaco Chinese, che interpreta la presa di posizione slovena come un segnale di disappunto per la dimostrazione scientifica che non esiste un legame genetico tra Resia e la Slovenia. Anche il Dom, nell’edizione del 31 maggio, non ha risparmiato critiche a Chinese, definendo le dichiarazioni dell’«ineffabile primo cittadino» come un tentativo di «alimentare una distorsione di tipo ideologico, confondendo volutamente il piano biologico con quello socio-culturale, nella fattispecie etnico e linguistico». Rammaricato il commento del sindaco di Resia: «C’è da meravigliarsi che, invece di affrontare l’argomento con soddisfazione, serietà e interesse, tenendo conto delle importanti risultanze scientifiche dello studio del parco genetico del Friuli Venezia Giulia, si dia sfogo soltanto a un’inutile ironia attraverso la quale si vuole gettare discredito, estrapolando parole e periodi da un intero contesto su un sindaco e un’amministrazione comunale, liberamente eletti, che intendono solamente affermare l’identità etnica della popolazione resiana. Evidentemente - ha aggiunto Chinese - il fatto che Resia, anche geneticamente, rappresenti un unicum, dà fastidio. Io accetto le posizioni e le affermazioni fatte da persone che non la pensano come me, ma ci deve essere il rispetto per le prese di posizione altrui». All'origine del contendere, il fatto che dalla mappatura genetica del Friuli Venezia Giulia è emersa l’unicità della popolazione resiana. Non solo non ci sarebbero corrispondenze con le altre comunità della regione, ma fino ad ora non è stata individuata alcuna corrispondenza nemmeno con altre popolazioni europee ed extraeuropee. (a.c.)

 

- 11 giugno 2010 - Messaggero Veneto - Slavia friulana 1 - Una situazione insoddisfacente Leggo con una certa sorpresa la “Lettera aperta al ministro Frattini” sottoscritta da Michele Coren e Viviana Gruden pubblicata sul Messaggero Veneto. Essendo mia l’iniziativa del documento consegnato all’illustre ospite in visita a Cividale – in veste di esponente della maggioranza politica di centro-destra del Parlamento nazionale – ritengo doveroso assumermi il compito della presente precisazione, anche per evitare lo svilupparsi di inopportune polemiche, convinti, come ritengo siamo tutti, della necessità di affrontare con serenità tutti i problemi della Comunità della Slavia friulana. Non pensavo che una semplice informativa interna a un partito politico potesse suscitare un tale vespaio e dare adito a simili strumentalizzazioni. Veramente la libertà d’espressione sul confine orientale della repubblica italiana è messa a dura prova! Ogni manifestazione del proprio pensiero – anche se rappresentativa del comune sentire della quasi totalità della popolazione – non pedissequamente allineato alla rappresentazione dell’opinione di una parte, invece di creare le premesse di un civile dibattito nella ricerca di soluzioni le più ampiamente condivise, determina automaticamente una scandalizzata levata di scudi. Ovviamente, nello specifico, la cronista ha giustamente concentrato la sua attenzione sulla questione della scuola bilingue, al centro dell’attenzione della cronaca di queste ultime settimane. Il documento consegnato a Frattini affrontava anche altre importanti questioni. In questa precisazione non intendo, quindi, affrontare specificamente il discorso della soluzione al problema della scuola bilingue. Devo però dare atto al sindaco Tiziano Manzini – ingenerosamente criticato da Coren e Gruden – di aver fatto e di continuare a fare tutto quello che è nelle sue possibilità per risolvere al meglio la questione, il che non significa aderire ciecamente e acriticamente alle richieste formulate dai gestori della stessa. Secondo il mio modesto parere, in effetti, una soluzione di ampio respiro dovrebbe essere individuata sfruttando tutte le possibili opportunità consentite dall’articolo 12 della legge 38 del 2001 e non solo quelle derivanti dal suo comma 5. In quanto coordinatore del Pdl di San Pietro al Natisone è mio dovere recepire e interpretare gli umori dei cittadini e darne comunicazione ai livelli superiori del partito perché ne tengano conto nell’elaborazione delle politiche territoriali che ci riguardano: riordino degli enti locali, chiusura delle scuole, accelerazione del degrado demografico, peggioramento della situazione socioeconomica, problemi identitari, tutela della specifica identità etnico-linguistica della comunità, eccetera... Non mi ricordo di aver mai letto Coren e Gruden esprimere preoccupazioni circa la «caduta del senso civico e comunitario» in assenza di interventi per evitare la chiusura di scuole nelle valli. In questo senso condivido la preoccupazione del vicepresidente della Commissione europea, Franco Frattini, quando affermava: «Purtroppo i vostri diritti non sempre ricevono l’attenzione che meritano». Nel nostro contesto la conseguenza di un’iniqua e sbilanciata legislazione penalizza effettivamente «una parte della popolazione scolastica, in cui anche la giustizia cede il passo a trattamenti discriminanti». Prossimamente ci rivolgeremo all’Unesco e al consiglio d’Europa per sollecitare una verifica sulla situazione locale che riteniamo insoddisfacente e squilibrata. Al Parlamento e al consiglio regionale chiediamo di intervenire con le necessarie modifiche legislative, democraticamente e rispettando la volontà dei cittadini, che prima o poi dovranno essere interpellati «in nome della libertà, della sicurezza e della giustizia». Io aggiungo, anche in nome della democrazia. È nell’interesse di tutta la comunità della Slavia e del Friuli affrontare apertamente tutte le questioni, accettare i dissensi, non considerandoli mai distruttivi bensì elementi di una sana dialettica e di un reciproco arricchimento. La strategia della polemica pregiudiziale e delle reciproche scomuniche non paga mai. (Aldo Sturam - coordinatore Pdl San Pietro al Natisone)

Slavia friulana 2 - Sarebbe utile un censimento Leggo l’articolo pubblicato dal Messaggero Veneto il 30 maggio scorso nella cronaca di San Pietro al Natisone dal titolo “Bilinguismo, le mamme scrivono a Frattini” e mi vengono in mente due considerazioni. 1) «Siamo cittadini italiani in buona parte non originari delle valli né ivi residenti». Questa affermazione conferma che queste scuole non sono per la minoranza slovena delle valli (contiamoci con un censimento), ma sono una questione politica che si trascina dai primi anni 70 per dimostrare quello che non c’era e che anche oggi non c’è. Si presenta l’alto numero degli iscritti come necessità dei residenti nelle valli (?!). 2) «La scelta di far frequentare ai nostri figli l’istituto bilingue ha motivazioni varie, che nessun politico o amministratore si è mai sognato di chiedere». Quanto agli amministratori insensibili alle esigenze della scuola bilingue ci andrei un po’ piano perché il Comune di San Pietro è piccolo, non è ricco e deve provvedere alle necessità di un buon numero di scuole con spese non indifferenti. Mi sembra gli sia stato dato anche un contributo ad hoc proprio per la gestione dell’istituto bilingue in quanto frequentato da bambini provenienti da altri comuni non appartenenti alle valli del Natisone. Se queste scuole servono per imparare una seconda lingua, non legata al territorio e alla minoranza, allora siamo in presenza di qualcosa di facoltativo, come succede in altre istituzioni esistenti in provincia dove l’insegnamento è impartito in due lingue, esempio italiano e inglese; scuole private e quindi a pagamento (ci sono i contributi dello Stato alle famiglie per la frequenza di scuole private). Gli alunni della bilingue sono cittadini italiani come quelli delle scuole normali e non devono essere trattati in maniera diversa. Io posso capire il lavoro fatto dai circoli, il lavoro fatto dall’istituto per l’istruzione slovena, la scuola privata, la scuola paritaria, la scuola statale, i successi ottenuti, i posti di lavoro creati e i posti di lavoro che si devono mantenere. Questa istituzione è diventata una risorsa per il territorio, ma non deve servire a far dire che io e la maggioranza degli abitanti delle valli siamo minoranza slovena. Un censimento sarebbe utile per mettere chiarezza e por fine a tante cose che non ritengo giuste per le valli del Natisone e per tutta la Slavia veneta. (Bianca Bacchetti - San Pietro al Natisone)

Resia Inutili ironie e ricerche serie Come si legge negli ultimi numeri della stampa slovena regionale, le ricerche genetiche commissionate dalla Regione Friuli Venezia Giulia al Centro di biologia molecolare di Trieste e ad altri importanti istituti hanno creato evidente trambusto e notevoli difficoltà interpretative nel mondo sloveno regionale che, dopo un iniziale silenzio, si è scagliato nei confronti del sindaco di Resia, che pure rappresenta la popolazione della valle. C’è da meravigliarsi che, invece di affrontare l’argomento con soddisfazione, serietà e interesse, tenendo conto delle importanti risultanze scientifiche dello studio del parco genetico del Friuli Venezia Giulia, si dia sfogo soltanto a un’inutile ironia attraverso la quale si vuole gettare discredito, estrapolando parole e periodi da un intero contesto su un sindaco e un’amministrazione comunale, liberamente eletti, che intendono solamente affermare l’identità etnica della popolazione resiana. (Sergio Chinese - sindaco/sndik Resia)

 

- 8 giugno 2010 - Messaggero Veneto - Slavia friulana 1 - Hanno tradito le aspettative Ho davanti una delle tantissime lettere inviate al Messaggero Veneto dagli abitanti delle valli del Natisone, del Torre e di Resia impegnati da anni a difendersi contro la forzata inclusione dei loro territori nell’ambito di tutela della minoranza slovena. Mi ha colpito in particolare quella del signor Renzo Onesti che descrive alla perfezione l’attuale situazione nella quale ci troviamo a vivere visto che la legge 38-2001 istituita in quell’anno ci include d’ufficio nei Comuni dove la suddetta legge è applicata. A niente sono valse le raccolte di firme organizzate da semplici cittadini per cercare di avere attenzione dalla politica che ha istituito questa forzosa applicazione territoriale nella provincia di Udine, non sono servite le richieste di istituire un referendum che desse voce alle popolazioni interessate, neanche le prese di posizione di molti amministratori locali che invano hanno cercato di spiegare l’inconsistenza dei presuppoosti che creano questa difficile situazione che sradica le nostre parlate locali introducendo la lingua slovena per volontà politica. Merita ricordare che la legge 38-2001 è stata promulgata dal centro-sinistra alla scadenza del mandato e chi nelle convalli ha memoria si ricorda che specialmente la sinistra ne ha sempre fatto un cavallo di battaglia storico e appena ne ha avuto la possibilità è passata dalle parole ai fatti. Chi pensava di affidarsi a una parte politica che agisca diversamente e che sappia ascoltare le reali aspettative culturali e linguistiche delle nostre zone all’epoca ha votato e sostenuto il centro-destra, in particolare Alleanza nazionale, ora diventata Pdl. Ricordo le battaglie, le riunioni con deputati, senatori, consiglieri regionali: quasi tutti prospettavano la soluzione ideale. «Votateci che torniamo al governo e rimettiamo le cose a posto» era la frase più ricorrente e noi poveri illusi giù a votarli, convinti di aver trovato almeno una persona che porti la nostra voce nelle istituzioni. La delusione di riscontrare il totale menefreghismo di questi parlamentari nei nostri confronti ci ha fatto capire che quasi tutti questi politici miravano solo a fare incetta di voti per sistemarsi, tanto è vero che non si sono mai ripresentati sul territorio per affrontare la soluzione ai nostri bisogni riguardanti questo problema, ma sono addirittura saltati sull’altra sponda. Il senatore di allora Giovanni Collino – ora europarlamentare – dopo aver organizzato manifestazioni in difesa dell’italianità e delle parlate locali, comizi e riunioni di ogni genere, naturalmente quando era solo un aspirante politico di carriera, così pontificava in un’intervista a tutto campo sul Messaggero Veneto del 30 marzo 2003 a pagina 9: «Desidero ricordare che la legge sulle minoranze linguistiche è stata approvata nella precedente legislatura sulla base di un confronto e di un accordo tra me e don Corgnali nel rispetto dell’identità friulana». Ecco tradite per l’ennesima volta tutte le aspettative e la voglia di chiarezza di chi in questa parte d’Italia ha creduto di poter contare sulle promesse di un politico. (Sergio Venturini - San Pietro al Natisone)

Slavia friulana 2 - Interventi organici - Chiamato indirettamente in causa dal signor Onesti di San Pietro degli slavi o al Natisone penso di dovergli rispondere quanto segue: la sua e altre lettere di slavi in Friuli che si dichiarano offesi di essere qualificati sloveni hanno finalmente scoperto a che gioco giocano. Assodato che i loro dialetti appartengono alla lingua slovena, che però la loro storia si accompagna a quella di una parte del Friuli (Veneto), concesso che un tempo gli sloveni austriaci diedero a quelli veneti il titolo dispregiativo di “benesciani”, posto fine a queste artefatte contrapposizioni, i fratelli prima nemici non sono più da rimettere l’uno contro l’altro. Se vogliamo attenerci a un clima di collaborazione e di amicizia con la vicina repubblica di Slovenia dobbiamo riconoscere che agli sloveni del Friuli non va tolto o negato il diritto di imparare la lingua slovena nelle scuole dell’obbligo, non vanno eliminati o deviati i finanziamenti che le istituzioni democratiche locali, statali e della Slovenia devolvono a questo fine. Chi vuole fra i benesciani demonizzarli questi finanziamenti fa il gioco dei nazionalisti e dei neofascisti italiani, fra i quali ci sono purtroppo anche friulani che così rinnegano la loro identità linguistica e storica. In veste di friulano e di autonomista, non mi sta bene che una minoranza linguistica dello stesso mio territorio sia privata dei finanziamenti che le spettano per l’apprendimento della sua lingua letteraria, perché se il Friuli perde la sua minoranza linguistica slovena è la fine anche del diritto autonomistico della maggioranza friulana, che è minoranza etno-linguistica nello Stato italiano costituzionale ed europeo. Dunque la mia non è un’indebita intromissione in casa altrui e tanto meno un’offesa, ma un dovere che esplico in osservanza delle norme di tutela vigenti. Se invece dell’insegnamento scolastico della lingua slovena passa la finzione della lingua-dialetto a sé stante il gioco è fatto: non più scuole, ma solo piccoli contributi, il più raramente possibile, a circoli fantasma, sparute associazioni culturali, aride mostre fotografiche e inconcludenti convegni, pubblicazioni destinate ad ammuffire in un angolo dimenticato. (Bruno Tassotti - Tarvisio)

Slavia friulana 3 - Circoli sloveni in letargo Ci risiamo, Alberto Siega, presidente dell’associazione Identità e tutela val Resia, pubblica, con nomi e cognomi, tra i quali due ex sindaci, la lista dei proscritti cioè quella dei suoi concittadini resiani che scientemente o ingenuamente avrebbero favorito l’insediarsi in valle di una sorta di quinta colonna slovena. Essi sarebbero colpevoli di avere, attraverso la famigerata legge di tutela, permesso a Resia e alla sua comunità di accedere ai benefici previsti dalla suddetta normativa, prima di tutto il mantenimento del plesso scolastico in loco. La questione è nota, quello che sorprende non sono il movimentismo e il reducismo dei patrioti italiani, ma il fragoroso silenzio dei circoli sloveni che pure a Resia nei primi anni 90 avevano determinato le condizioni di una vera e propria primavera resiana con la riscoperta linguistica e identitaria e con la tenuta di convegni sulla questione dell’idioma che avevano suscitato interesse internazionale. Paiono annichiliti e rinchiusi nei loro santuari: Novi Matajur e Slovid, incapaci di riarticolare le loro ragioni davanti alla comunità resiana. Sembrano irrimediabilmente in declino e subire l’aggressività culturale e ambientale dei gruppi nazionalistici italofili della Benecia. Sarebbe interessante capire se intendano o meno uscire dal letargo in cui si sono piegati. (Pierpaolo Lupieri - Tolmezzo)

Slavia friulana 4 - Solidarietà fra italiani Premetto che non sono un esperto circa le questioni di Resia e della Slavia friulana, ma, leggendo le numerose lettere inviate al Messaggero Veneto dai cittadini direttamente interessati, mi sono fatto un’opinione in merito e vorrei esprimerla. Mi ha impressionato soprattutto il contributo (pubblicato il 28 maggio scorso) del signor Alberto Siega il quale, dopo aver ripercorso la millenaria storia italiana della popolazione di Resia, esprime tutto il suo sconforto per le pretese avanzate dallo Stato sloveno sui territori in questione e per la mancata presa di posizione della Regione e dello Stato centrale. Capisco la sua amarezza. Come si fa a considerare «comunità nazionale slovena» un popolo che da più di mille anni vive in Italia, la cui lingua di cultura è l’italiano e che più volte (plebiscito del 1866 e dimostrazione popolare del 1946) ha palesato la chiara volontà di essere italiano? Dovremmo dunque negare anche l’appartenenza all’Italia di Cividale, che oltre a conservare il toponimo di origine latina (Civitas) ha dato il nome a tutto il Friuli (Forum Iulii)? Spero vivamente che sia Roma che la Regione diano ascolto alla voglia di appartenere alla nazione italiana di queste popolazioni. Non so quanto possa valere, tuttavia vorrei esprimere la mia solidarietà ai fratelli italiani di Resia e della Slavia friulana: voi resterete sempre italiani e nessuno mai potrà privarvi di quell’italianità che tanto orgogliosamente rivendicate. (Davide Meo - Gonars)

 

- 4 giugno 2010 - Messaggero Veneto - San Pietro al Natisone - Minoranza all attacco sulla scuola bilingue - La minoranza consiliare ("Lista Civica - La Nostra Terra") ha presentato al sindaco Tiziano Manzini un documento nel quale si caldeggia la tempestiva assegnazione di un incarico professionale per la progettazione dell'intervento di messa in sicurezza dell'edificio della scuola bilingue - sgomberato in via d'urgenza, come noto, per problematiche di natura statica e antisismica - ed un celere appalto dei lavori. «Ormai - dicono gli amministratori - è certa la disponibilità di circa 1 milione e 200 mila euro, fondi stanziati urgentemente in conto capitale dal governo italiano e dal ministero della pubblica istruzione: non sussistono dunque giustificazioni nel ritardo delle procedure. La responsabilità di un eccessivo temporeggiamento - si continua nel testo - verrà attribuita alle incertezze e alle diatribe nella maggioranza e alle estemporanee ed antistoriche polemiche sul diritto costituzionale dell'insegnamento dello sloveno nelle Valli del Natisone». I consiglieri Simone Bordon, Giuseppe Firmino Marinig, Fabrizio Dorbolò, Marina Pocovaz e Tatiana Bragalini sottolineano, poi, che la loro richiesta è motivata da valutazioni di carattere squisitamente educativo e ribadiscono: «I ritardi politici nel dare avvio all'iter avranno effetti negativi sulla scuola, impedendo l'ulteriore crescita di un istituto che, grazie all'innovativa attività didattica e pedagogica proposta, è apprezzato nella Slavia, nel Cividalese, in regione e a livello nazionale». Il documento si chiude con una dichiarazione d'intenti della "Lista Civica - La Nostra Terra": «Collaboreremo - affermano gli amministratori - con la maggioranza per portare a soluzione le criticità ancora irrisolte e sosterremo la richiesta di costruzione di una nuova sede scolastica per tutti gli allievi delle scuole dell'obbligo, piano inserito nel programma politico-amministrativo del Comune di San Pietro». (l.a.)

 

- 2 giugno 2010 - Messaggero Veneto - San Pietro al Natisone - Interrogazione al ministro sull istituto bilingue - Il deputato di Idv Carlo Monai ha presentato ai ministri degli Esteri, dell’Interno e dell’Istruzione un’interrogazione a risposta scritta sul caso della scuola bilingue di San Pietro al Natisone. Partendo dalla constatazione che cinque sindaci di Comuni delle Valli hanno indirizzato al ministro Frattini una lettera aperta in cui «lamentano - ricorda il parlamentare - che l’istituto bilingue farebbe, con le sue attività, concorrenza sleale alle scuole italiane del territorio, attirando finanziamenti derivanti dalla legge 38/2001 di tutela della minoranza slovena», l’onorevole domanda «se i ministri intendano garantire il rispetto della legge stessa» e se ritengano di adoperarsi affinché l’individuazione di una sede provvisoria per la scuola italo-slovena «sia operata senza detrimento delle scuole pubbliche italiane viciniori» e affinché si provveda «con speditezza a dotare la bilingue di un plesso idoneo definitivo». Nel testo Monai ricorda che l’istituto ospita 71 allievi nella scuola dell’infanzia (con sei insegnanti), 113 alla primaria (14 docenti) e 36 alle secondarie di primo grado. (l.a.)

 

- 1 giugno 2010 - Il Gazzettino - San Pietro al Natisone - Documento di 13 associazioni - Appoggio alla scuola bilingue - Sono 13 le associazioni delle Valli e di Cividale che hanno sottoscritto un documento a sostegno della realtà della scuola bilingue per cui si prospettano tempi lunghi per messa in sicurezza e riutilizzo. Sono il Circolo culturale sloveno Ivan Trinko, la cooperativa Zadruga Novi Matajur, la Most, l’Istituto per la cultura slovena, il circolo culturale Recan, la Planinska družina Benecije, le associazioni alpinistica della Benecia, degli artisti della Benecia, la Srebna kaplja, Pro loco Nediške doline, l’associazione Don Eugenio Blanchini, Somsi Cividale, l’Unione culturale economica slovena provincia di Udine e la Confederazione organizzazioni slovene della provincia di Udine. “Esprimiamo sostegno all’azione dei genitori degli alunni della bilingue statale di San Pietro al Natisone - si legge nel documento - in una fase molto delicata della storia di un’istituzione scolastica attiva da oltre 20 anni sul territorio”. (p.t.)

 

- 30 maggio 2010 - Messaggero Veneto - San Pietro al Natisone - Bilinguismo, le mamme scrivono a Frattini - Nuova puntata nella vicenda della scuola bilingue di San Pietro al Natisone, dislocata in sedi provvisorie dopo un trasloco d’urgenza dallo stabile che l’ha accolta per tanti anni: i sindaci di San Leonardo, Stregna, Drenchia e Savogna precisano che l’obiettivo della lettera da loro sottoscritta e consegnata al ministro degli esteri Frattini «non era quello di dichiarare guerra all’istituto e/o a chiunque altro, bensì di attivare un canale capace di favorire la salvaguardia e la tutela della parlata delle Valli del Natisone e della cultura ad essa legata, che non deve essere confusa con la cultura, la lingua e le tradizioni della vicina nazione slovena». «Il nostro unico obiettivo - precisano - è la pari dignità. Abbiamo voluto richiamare l’attenzione del politico su quella che è la realtà delle Valli, chiedendo che soprattutto in momenti di crisi come quelli attuali ci sia equità e attenzione nell’assegnazione delle risorse. Un’idonea messa in sicurezza del plesso della bilingue di San Pietro al Natisone è certamente una priorità. Per quanto riguarda, invece, altri interventi rivolti alla minoranza slovena delle Valli, riteniamo debbano essere commisurati alla reale consistenza della stessa». Intanto Aldo Sturam, coordinatore del Pdl nel capoluogo valligiano (e promotore dell’iniziativa della lettera a Frattini), dichiara: «La libertà d’espressione sul confine orientale della Repubblica italiana è messa a dura prova. Quando gli esponenti della minoranza nazionale slovena si rivolgono al governo della loro madre patria, noi non chiediamo di controllare i contenuti dei messaggi e delle richieste che ad esso indirizzano. Quando ci permettiamo di interloquire con gli esponenti del nostro partito per rappresentare la nostra visione della realtà non riteniamo, dunque, di dover ricevere permessi». E c’è poi un terzo fronte: un gruppo (indipendente) di mamme di allievi della bilingue ha anch’esso inviato una lettera al ministro Frattini. «Noi e i nostri bambini - scrivono - siamo cittadini italiani, in buona parte non originari delle Valli nè ivi residenti. La scelta di far frequentare ai nostri figli l’istituto bilingue ha motivazioni varie, che nessun politico o amministratore si è mai sognato di chiedere. Siamo molto deluse per l’esempio che questa vicenda sta dando in rapporto alle modalità di gestione del bene pubblico. Perchè, nell’era della globalizzazione, una scuola in cui imparano due lingue viene considerata un ostacolo anziché una risorsa? Con che immagine escono i nostri amministratori da questa storia?». (l.a.)

 

- 28 maggio 2010 - Messaggero Veneto - Resia sempre fedele alla nazione italiana - Dibattito L’imposizione che ci vuole “comunità nazionale slovena” rappresenta un’offesa nei riguardi dei nostri padri che tanto hanno fatto anche con il sacrificio della propria vita nel contributo dato per l’unità nazionale italiana, nel cui contesto fa parte anche Resia in quanto, con plebiscito del 1866, i resiani optarono per l’appartenenza al Regno d’Italia. Ciò dopo più di mille anni di insediamento nella valle: liberi e autonomi per i primi quattro secoli (630-1119) e poi, condividendo il cammino storico con il vicino e amico popolo friulano; dapprima sotto il Patriarcato di Aquileia (1120-1420), poi sotto la Serenissima repubblica di Venezia (1421-1797) e dopo il breve periodo napoleonico sotto l’Impero austro-ungarico (1815-1865), per libera scelta con il Regno d’Italia (1866-1945) e infine nella Repubblica Italiana (dal 1946 a oggi). Il primo aprile 1946, con il tricolore italiano che sventolava in ogni angolo della valle e con il suono delle campane, tutta la popolazione con a capo il sindaco Giovanni Clemente Tomasig manifestò e chiese alla delegazione russo-anglo-americana di restare italiani. Nel lungo cammino storico Resia è sempre rimasta fedele alla nazione italiana con dedizione e comportamenti nonché con la partecipazione ai vari conflitti per la difesa dei sacri confini che hanno fatto registrare il sacrificio della vita di numerosi giovani resiani che hanno così onorato la nostra appartenenza all’Italia e la fedeltà alla bandiera. Oggi, nella ricorrenza del 150º anniversario dell’Unità italiana, le menzionate fedeltà e appartenenza all’Italia, Resia le vede vacillare sotto l’incalzante pressione del vicino Stato sloveno che, con la complicità dei politici e delle attuali leggi di tutela della minoranza slovena (mai esistita a Resia e nella Slavia friulana) si arroga il diritto della supremazia territoriale definendo i resiani “comunità nazionale slovena” cioè sloveni in Italia, richiamando le nostre autorità all’applicazione delle leggi numero 38/2001 nonché la regionale numero 26/2007, strumenti che tutelano le minoranze linguistiche slovene tradizionalmente presenti nelle province di Trieste e di Gorizia, ma inesistenti e mai riconosciute tali dal alcun trattato verso le comunità della provincia di Udine. Tale richiamo è da definirsi vera e propria ingerenza in uno Stato libero e autonomo quale è l’Italia perché impone con autorevolezza la supremazia slovena sulle nostre comunità che mai hanno fatto parte dello stato Sloveno o jugoslavo. In sintesi i richiami sono pervenuti e dal presidente della repubblica di Slovenia e dal premier sloveno Turk che hanno accusato l’Italia di non applicare le leggi di tutela della minoranza slovena nelle Valli del Natisone, del Torre e di Resia, mentre il nuovo console sloveno in Trieste Valencic Pelikan in visita nelle predette località ha definito i resiani e i valligiani della Slavia friulana “comunità nazionale slovena” avocando a sé il diritto di tutelare le nostre valli. Inoltre il ministro degli Esteri sloveno Sbogar ha presentato un reclamo presso il Consiglio delle Nazioni Unite a Ginevra lamentando la mancata applicazione delle leggi di tutela della minoranza slovena nella segnaletica stradale di Resia e ha chiesto il ripristino delle tabelle in grafia slovena. Sono lamentele che non trovano giustificazione né storica né scientifica in quanto è risaputo che nella provincia di Udine la minoranza slovena non è presente. È arcinoto però che sedici comuni della Slavia friulana si trovano oggi inclusi nell’ambito di tutela della minoranza slovena per una non corretta applicazione della legge. Tali comuni infatti sono privi del requisito all’uopo richiesto dalla legge, cioè quello della “tradizionale presenza della minoranza slovena”. La Slovenia vorrebbe forse ora tutelarci come suoi connazionali? Vuole assimilarci? Peraltro continua a meravigliare il fatto che di fronte a realtà storiche così note e a pretese slovene così ingiustificate, non vi sia stata alcuna presa di posizione da parte dello Stato italiano e soprattutto della nostra Regione. Spetterebbe a loro il dovere di salvaguardare i diritti delle proprie comunità geograficamente e storicamente presenti sul territorio italiano richiamando chi di dovere al rispetto del principio della sovranità territoriale, sancita dalla Costituzione repubblicana. L’adesione alle leggi della minoranza linguistica slovena è avvenuta nel 2002 su richiesta di quattro consiglieri di minoranza del Comune di Resia: Luigi Paletti, Nevio Madotto, Dino Valente e Lino Di Lenardo con il supporto del consigliere di maggioranza Lucio Clemente e inoltrata dal sindaco Sergio Barbarino, senza la preventiva e dovuta consultazione popolare basandosi esclusivamente su una preconcetta analisi di linguisti filo-sloveni alle prime armi, i quali hanno ignorato suggerimenti, consigli e richiami di autorevoli linguisti di fama internazionale (Baudouin de Courtenay - Hamp - Browne) che hanno definito il resiano vera “lingua arcaica” considerandola di grande aiuto anche per decifrare le altre lingue slave, oltre che definire Resia area di grande interesse per la conservazione della sua cultura tramandata dagli avi per oltre un millennio. A sostegno della specificità dei resiani ci viene a supporto una ricerca genetica effettuata da professionisti del Burlo Garofolo di Trieste, coordinati dal professor Paolo Gasparini, impegnati per la definizione del Parco genetico del Friuli Venezia Giulia, ricerca che al fine documenta lo stato eccezionale di Resia che non trova corrispondenze con altre comunità limitrofe e forse nel mondo tanto da essere definita razza unica. La caparbietà e l’apporto che l’Associazione identità e tutela Val Resia ha avuto nella convinzione per una tutela specifica del resiano non può più avere denigratori né oppositori e tanto meno imposizioni di minoranze che non sono proprie, ma correre verso una chiara meta per la valorizzazione e la tutela del patrimonio storico, culturale, linguistico e genetico unico, quale è il resiano. (Alberto Siega - presidente dell’Associazione identità e tutela Val Resia)

 

- 27 maggio 2010 - Messaggero Veneto - Scuola bilingue, appello a Cividale - Lettere e contro-lettere al ministro degli esteri Franco Frattini: il dibattito sulla scuola bilingue di San Pietro al Natisone, penalizzata da un inevitabile trasloco in via d’urgenza, si sta infuocando e allargando a macchia d’olio, tanto da estendersi al Comune di Cividale. «Chiederò all’assemblea civica - annuncia il neo-eletto consigliere Rino Battocletti, del Pd di pronunciarsi a favore di questa importante istituzione, frequentata da 50 bambini della nostra città». Dal sindaco Stefano Balloch nessuna dichiarazione al riguardo, salvo un’anticipazione: «La prossima settimana – fa sapere – incontrerò i primi cittadini delle Valli e, nell’occasione, ci confronteremo anche sul problema della bilingue». La direttrice della scuola, Viviana Gruden e il presidente del consiglio d’istituto, Michele Coren, esprimono intanto il proprio disappunto per i contenuti del documento (sulla bilingue) che alcuni sindaci dell’area valligiana hanno consegnato al ministro in occasione della recente visita a Cividale, ed annunciano una controffensiva con arma analoga. «Siamo indignati e addolorati – dicono –: è sconcertante che a firmare la missiva siano stati coloro che istituzionalmente avrebbero il dovere di assicurare, senza discriminazioni, le basi materiali per il funzionamento delle scuole del primo ciclo d’istruzione. Anche noi abbiamo scritto a Frattini, evidenziando come il contributo ministeriale ottenuto per porre in sicurezza statica l’edificio sia il risultato di una forte iniziativa dei genitori. Vedere i bambini sistemati in locali provvisori, al di sotto di ogni standard qualitativo – rimarcano la Gruden e Coren – ha spronato alla ricerca di soluzioni e di proposte che, però, non sembrano tenute in considerazione dall'amministrazione comunale». Nel testo presentato al ministro dai sindaci, si prosegue, ci sono passaggi «che vanno al di là di ogni presa di posizione politica e sconfinano nella calunnia». Dire che la bilingue fruisce di cospicui sostegni con i quali attua una concorrenza sleale nei confronti degli istituti italiani è – tuonano i portavoce dell’istituto – vergognoso, in quanto gli stessi sindaci sanno che tutte le scuole statali vengono finanziate secondo precisi parametri ministeriali e che possono beneficiare di contributi regionali e locali su bandi e progetti. Se la nostra scuola è trattata come le altre per quanto concerne i finanziamenti statali e regionali, è una Cenerentola se si guarda al sostegno che giunge dagli enti locali». A Frattini si fa presente che cercare una sistemazione dignitosa per l’istituto significa rispettare la libertà delle famiglie di scegliere un percorso educativo per i propri figli. Battocletti, da parte sua, dichiara: «Confido che la nuova amministrazione riconosca il valore aggiunto rappresentato dal plurilinguismo e sappia associarsi alla vasta mobilitazione a favore della bilingue, isolando la posizione poco illuminata e tutt’altro che lungimirante espressa da alcuni sindaci delle Valli». (l.a.)

 

- 27 maggio 2010 - Messaggero Veneto - Minoranza 1 - Ossequienti con la Slovenia Dalla lettura della “relazione” sull’incontro avvenuto a Trieste il 4 maggio 2010 fra il presidente Tondo e il ministro sloveno senza portafoglio, con delega per gli sloveni all’estero, Zeks, mi sono convinto che nelle Valli del Natisone, del Torre, di Resia e a Cividale del Friuli è stata riconosciuta l’esistenza di una minoranza nazionale slovena e non una minoranza linguistica slovena come sostengono i politici. Nell’incontro si è parlato solo di soldi, teatro sloveno, scuola bilingue di San Pietro al Natisone, che le minoranze rappresentano un valore aggiunto (ai soldi?) e che nella riunione del 18 maggio a Lubiana «sarà istituito uno specifico ufficio di presidenza per meglio coordinare i diversi tavoli tecnici di cui uno è espressamente dedicato ai problemi delle minoranze». Chissà se anche il presidente Tondo sarà decorato con la più alta onorificenza della Repubblica slovena, come, a suo tempo, il presidente del consiglio Prodi, che fece, quindi immediatamente approvare la famosa “tabella” prevista dalla legge 38/2001, che riconosce la presenza di una minoranza slovena in 16 comuni della provincia di Udine, senza il coinvolgimento della popolazione, ma soltanto su richiesta di 1/3 dei consiglieri comunali? Se succederà così, cosa “regalerà”, a nostre spese, il presidente Tondo alla Slovenia? Basta essere ossequienti con la Slovenia! Mettiamo in pratica quanto ha detto il presidente della Repubblica Napolitano: «Serve uno spirito unitario, tornare a difendere gli interessi la dignità degli italiani»! Non si può svendere per motivi politici ed economici la storia, la lingua, la cultura e le tradizioni, friulana di Cividale del Friuli e slava, ma non slovena, delle Valli del Natisone, del Torre e di Resia, con l’introduzione del bilinguismo e il riconoscimento di una minoranza nazionale slovena mai esistita, con grandissimo spreco di denaro pubblico, contro ogni principio di giustizia, verità e libertà di decisione dei cittadini interessati. Speravo che il nuovo governo regionale di centro-destra avrebbe posto fine a questa ingiustizia e si sarebbe impegnato per ristabilire la verità sulla reale esistenza e consistenza degli sloveni in provincia di Udine, e invece... Anche il presidente Tondo è ossequiente alla Slovenia come Illy e programma addirittura un tavolo per i problemi delle minoranze, in cambio dell’assenso sloveno per la costruzione del degassificatore, l’allargamento della centrale atomica slovena e la costituzione di un’Euroregione che comporterà tanto spreco di soldi, nostri ovviamente. (Fabio Fiorini - Cividale del Friuli)

Minoranza 2 - Necessario un censimento A Cividale del Friuli si sono appena concluse le elezioni comunali con i risultati che conosciamo. Dal momento che a Cividale del Friuli esiste per legge una minoranza nazionale slovena, in quanto la nostra città è stata inclusa nella “tabella” prevista dalla legge 38/2001, ho cercato, invano, i risultati della lista Slovenska Skupnost, che rappresenta, nei comuni delle province di Gorizia e Trieste, la minoranza slovena. Sorpresa! Non esiste una lista slovena, ma non solo. Nessun candidato a sindaco – ben cinque – ha parlato, durante la campagna elettorale, della minoranza slovena a Cividale del Friuli, né si è presentata alcuna lista, anche agganciata a uno dei candidati, che rappresentasse gli sloveni, ma, ancora peggio, non esiste nemmeno un candidato che si sia dichiarato appartenente a quel 15% di sloveni, fantasmi a questo punto, che la “tabella” sancisce esista a Cividale. Come mai? Allora ci sono o non ci sono gli sloveni a Cividale? Io penso, non solo da quanto conosciamo, cioè dalla lingua parlata, dalla storia, dalle tradizioni, dalla cultura chiaramente friulana di Cividale del Friuli, che non esistano, o almeno che ce ne siano pochissimi, qualche decina, che non hanno nemmeno il coraggio di dichiararsi tali. E allora perché elargire i nostri denari agli sloveni – le associazioni slovene hanno finanziamenti di svariati milioni di euro l’anno! –, alle scuole slovene – quella di San Pietro al Natisone, per la quale si sono mosse addirittura tante autorità slovene, può permettersi corsi di musica, sport e altri extra curricolari, mentre quelle italiane non hanno nemmeno la carta per le fotocopie – senza conoscere la consistenza di questa minoranza, per ora fantomatica? In tempi di ristrettezze economiche facciamo un bel censimento e, in base al numero di sloveni dichiaratisi tali, siano assegnati contributi! In fin dei conti non dovremmo essere trattati tutti allo stesso modo, o esistono ancora i figli e i figliastri? (Piera Specogna - Cividale del Friuli)

 

- 26 maggio 2010 - Messaggero Veneto - Benecija - Una definizione dispregiativa Un necessario chiarimento della definizione “Benecija, benecijani” usato con troppa spregiudicatezza dai media. La mia famiglia e io, che risiediamo da “sempre” nelle Valli del Natisone, “Nediza”, non avevamo mai sentito un valligiano “nedisovaz o recanj” (da rieka, il fiume Alberone, nome in idioma locale dato all’affluente del Natisone che percorre le nostre convalli ai piedi dei monti Matajur e Colovrat) chiamare questo territorio col nome Benecija. La prima persona che ho sentito appellare con questo nome la Slavia friulana è stata, subito dopo la 2ª guerra mondiale, la moglie di uno sloveno proveniente da una frazione di Caporetto (Slo), la cui famiglia, fuggita dalle epurazioni del regime del maresciallo Tito, si era stabilita nel mio paese. Questa signora mi spiegò che il termine “Benecija e benecijani” era usato in Slovenia in modo dispregiativo per indicare gli abitanti della Slavia veneta, e quindi pure della Val Torre. Tale termine si traduce in “servi di Venezia”, Repubblica dalla quale, peraltro, abbiamo avuto la massima autonomia politica, amministrativa e giudiziaria (si celebravano in loco tutti i processi, compreso l’omicidio, fino all’arrivo di Napoleone - trattato di Campoformido). Quando certi media, e specialmente quelli legati alla minoranza slovena (da noi inesistente; importata artificiosamente da pochi elementi che traggono beneficio economico nel sostenerla, aiutati pure dalla Slovenia; impostaci per legge in un preciso contesto politico; passata sulle nostre teste senza alcuna verifica locale fra gli abitanti), adoperano quel termine per indicare la mia patria, esistente da 1400 anni nel contesto del Friuli e dell’Italia, mi sento profondamente offeso. Le nostre genti, schiave di nessuno e non avvezze a farsi mettere i piedi in testa da altri, avevano coniato in risposta un altro termine per indicare gli sloveni di oltre l’Alpe: questa parola era “ùneizi”. Da bambino non capivo cosa volesse dire, poi mi venne chiarito da mio nonno che derivava da “ùna” (lana). Mi spiego: le due economie, una al di qua e una al di là delle Alpi, erano molto diverse; la nostra era basata sull’agricoltura e sull’allevamento del bestiame (mucche nelle stalle), la loro era basata sul pascolo degli armenti (pecore e capre), producevano e commerciavano lana, da qui “ùneizi” (caprai, pecorai, lanai). Fino al termine dell’ultima guerra mondiale a nessuno era mai saltato in mente di cercare di fondere le due etnie. Le genti di confine, pur nella loro diversità, avevano sempre avuto rapporti commerciali con il massimo rispetto le une verso le altre. La politica slovena invece ha sempre avuto mire espansionistiche verso queste terre (vedi i piani di Tito fino al Tagliamento). Io ricordo i primi tentativi di slovenizzazione: creazione di circoli “culturali”, il primo fu l’Ivan Trinko (all’anagrafe Giovanni Trinco) di Cividale, gestito da poche persone che si contavano sulle dita di una mano. Fui invitato pure io, coi miei amici, da uno di loro a una festicciola che lì si svolse; non aveva niente di culturale però c’era abbondanza di tutto: mangiare, bere, musica e qualche ragazzina, invitata pure quella. Avendo intuito che qualcosa non andava, con gli amici, decidemmo di non frequentare più quel posto. Un giorno, chi mi aveva invitato, vedendo l’insuccesso della sua missione, mi disse: cosa credi, a noi basta che ne resti uno su cento di voi, e abbiamo raggiunto lo scopo. Ultimamente, dopo le vicende relative all’edificio scolastico della scuola bilingue, ho notato una specie di assalto al forte da parte della minoranza slovena, supportata dalla vicina repubblica: visita di ministri sloveni alla scuola bilingue di San Pietro al Natisone e commissioni paritetiche; tutti prodighi di consigli e diktat volti a indicarci come comportarci e chi siamo. Bontà loro, non lo sapevamo! Ci dicono come le nostre autorità devono agire per trovare una dislocazione a loro gradita, magari a scapito delle istituzioni scolastiche già funzionanti da sempre sul territorio comunale. Mi sorge qualche domanda. È mai possibile che tutti, da Udine, da Gorizia, da Trieste, da Tarvisio, da altre località della regione, dalla Slovenia si sentano in dovere, attraverso la stampa, di insegnarci chi siamo e da dove veniamo? Noi valligiani siamo così poveretti, ignoranti e non degni di essere interpellati su quello che riteniamo di essere e su quello che vogliamo continuare a essere? Non è che siamo diventati merce di scambio per il raddoppio della centrale nucleare di Krsko e della costruzione del rigassificatore di Zaule? Sono queste due cose per le quali l’Italia è ricattata? Le genti delle Valli del Natisone, che hanno superato difficoltà storiche attraverso i secoli, mantenendo l’identità tramandata dai padri per 1400 anni, credo lo faranno anche in futuro. Ho notato ultimamente che alcuni importanti politici a diversi livelli si stanno adoperando per ripristinare la verità storica da troppo tempo calpestata e mistificata e questo mi riempie di speranza. Noi abitanti della Slavia, gente riservata e che chiede solo di essere lasciata in pace, non siamo solo quelli che frequentano la scuola bilingue (piena di risorse economiche) e i circoli culturali sloveni (ben foraggiati anche questi)... Siamo molti di più!... La nostra gente auspica inoltre che sia considerata la possibilità di rivedere la sciagurata legge che istituisce la minoranza slovena nella provincia di Udine e che si ripristini la verità. Non mi si dica che la cosa non è fattibile perché si tratta di una legge dello Stato. Se ci sono la volontà e la necessità si fa. (Renzo Onesti - San Pietro al Natisone)

 

- 29 aprile 2010 - Messaggero Veneto - Minoranze - La necessità di un censimento E pensare che ci sono ancora politici locali che continuano a sostenere che la legge 38-2001 “Norme per la tutela della minoranza linguistica slovena della regione Friuli-Venezia Giulia” non tuteli una minoranza nazionale slovena in quanto ciò non è scritto nella legge! Ebbene, in Friuli Venezia Giulia, la legge 38-2001, voluta dai governi D’Alema e Prodi e dagli enti locali, senza coinvolgere i cittadini, tutela una minoranza nazionale slovena non solo nelle province di Gorizia e di Trieste (dopo la prima guerra mondiale con il Trattato di Rapallo), ma anche nelle Valli del Natisone, del Torre e di Resia e addirittura a Cividale del Friuli, dove non è mai stata riconosciuta né dalla storia né dai trattati internazionali (Londra e Osimo). Ciò appare evidente dalle seguenti considerazioni. 1) Nell’art. 2 della legge 38-2001 si afferma che «le misure di tutela della minoranza slovena previste dalla presente legge si ispirano alla convenzione quadro per la protezione delle minoranze nazionali, fatta a Strasburgo il 1º febbraio 1995 e ratificata ai sensi della legge 28 agosto 1997, 302» . Tale convenzione stabilisce all’art. 3 che: «Ogni persona appartenente a una minoranza nazionale ha il diritto di scegliere liberamente di essere trattata o non esserlo come tale...» (nessun cittadino è stato interpellato, ma i comuni sono diventati “sloveni” solo su richiesta di 1/3 dei consiglieri comunali) e all’art. 10 «nelle aree geografiche di insediamento sostanziale» (a Cividale del Friuli il partito degli sloveni ha ottenuto nelle ultime elezioni regionali ben 29 voti!) «o tradizionale» (a Cividale del Friuli, in particolare, ma in tutta la Slavia friulana gli sloveni non sono mai stati “tradizionalmente” presenti) «delle persone appartenenti a minoranze nazionali, quando queste persone lo richiedono e tale richiesta risponde a un bisogno reale». Pertanto chi ha voluto e chiesto l’applicazione della legge 38-2001 non ha tenuto in alcuna considerazione le direttive della convenzione quadro europea. 2) L’art. 8 comma 3 della legge 38-2001 recita: «Nei comuni di cui all’art. 4 (quelli riconosciuti sloveni con il Dpr 12-9-2007) la carta d’identità e i certificati anagrafici sono rilasciati a richiesta dei cittadini interessati sia in lingua italiana e slovena sia nella sola lingua italiana». In questo modo la consistenza dei cittadini italiani di nazionalità slovena non può essere dedotta dal numero delle carte d’identità bilingui rilasciate, in quanto anche chi si sente sloveno può richiederla soltanto in italiano. Che raffinato cavillo legislativo! 3) Gli interventi delle autorità slovene (presidente della repubblica che a Caporetto ha accusato l’Italia di non applicare la legge di tutela degli sloveni; capo del governo che ha reclamato la tutela degli sloveni delle Valli del Natisone, del Torre e di Resia; ministro degli Esteri che ha fatto presente al consiglio delle Nazioni Unite riunito a Ginevra la mancata applicazione della legge di tutela degli sloveni nella segnaletica stradale di Resia; console generale sloveno di Trieste che ha affermato che interverrà spesso per rappresentare gli interessi della comunità nazionale slovena della provincia di Udine e i finanziamenti che la repubblica di Slovenia assegna per le minoranze nazionali slovene) sono una dimostrazione che nei comuni della Slavia friulana e in Cividale del Friuli è stata riconosciuta l’esistenza di una minoranza nazionale slovena né sostanziale né mai tradizionalmente presente sul territorio, con la conseguente istituzione e imposizione di un bilinguismo integrale (gonfaloni, timbri, carta intestata, interpreti, ecc.), previsto, anche se non ancora adottato, in tutti i comuni riconosciuti sloveni con il Dpr. Ci sono ancora dubbi che la legge 38-2001 protegga una minoranza nazionale slovena e non una minoranza linguistica slovena? I sindaci dei Comuni sloveni della provincia di Udine se vogliono salvaguardare la storia, la lingua, la cultura e le tradizioni della propria comunità slavofona, ma di nazionalità italiana si impegnino e facciano presente alle autorità costituite perché sia indetto non un referendum – altra truffa, perché anche chi non si sente sloveno potrebbe votare per sostenere la presenza di una minoranza nazionale slovena – bensì un «censimento per definire con chiarezza la propria identità e per avvallare il peso della propria numerosità» e «avere il coraggio di affermare la propria identità» come ha suggerito la dottoressa Manuela Quaranta Spacapan, moglie del consigliere regionale Mirko Spacapan, di nazionalità slovena. (Luciano Santoro - Cividale del Friuli)

 

- 30 marzo 2010 - Messaggero Veneto - Bilinguismo 1 - Una strada senza ritorno La questione delle tabelle bilingui in Val Resia è finita davanti al gruppo di lavoro del consiglio delle Nazioni unite per i diritti dell’uomo, riunito nelle settimane scorse a Ginevra. Secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa Sta (agenzia giornalistica slovena), è stato il ministero degli Esteri sloveno a sollevare la questione nell’ambito dell’esame della situazione della minoranza slovena in Italia. Nella sua relazione alla riunione del gruppo di lavoro Onu, la Slovenia ha richiamato l’attenzione su tutte le carenze, a suo avviso, dello Stato italiano e della Regione Friuli Venezia Giulia nella tutela della minoranza slovena. In primo piano è stata posta la questione del sostegno finanziario alle organizzazioni educative, culturali e sportive della comunità slovena in Italia. A oggi, secondo il rapporto del Gruppo di lavoro della revisione periodica universale sull’Italia, le seguenti raccomandazioni saranno prese in esame dall’Italia, che fornirà le risposte a tempo debito, e non più tardi della XIV sessione del Consiglio dei diritti umani. Da leggere attentamente i punti 64 e 65. Punto 64: Dare piena applicazione alla legge 38/01 sulla protezione della minoranza slovena in Italia e alla legge 482/99. Rispettare le istituzioni della minoranza slovena attraverso un trattamento speciale e la partecipazione di processi decisionali (asili, scuole e teatri). Punto 65: dare piena applicazione alla topografia bilingue visibile nella regione autonoma Friuli Vg, popolata dalla minoranza slovena e reinserire i nomi sloveni nei cartelli stradali dei villaggi della comunità di Resia/Rezija (in sloveno). (Fonte: http://www.scribd.com/doc/26870296/UPR-Raccomandazioni-in-Italiano.) Sarebbe opportuno che i consiglieri regionali Novelli, Baritussio eccetera prendano visione di tali documenti per poter intervenire in difesa di Resia, Valli del Natisone, del Torre e di Cividale del Friuli. Tutto questo anche perché all’inizio di quest’anno la nuova amministrazione comunale di Resia ha provveduto a sostituire i vecchi cartelli stradali con altri nuovi scritti in lingua resiana. Ebbene, da parte slovena è stato grande il disappunto per ciò che il nostro consiglio comunale ha fatto. Ecco il motivo di sollevare la questione al consiglio delle Nazioni unite per i diritti dell’uomo. Loro, gli sloveni, vogliono imporre a noi resiani la loro grafia, la loro lingua e magari a breve insegnare ai nostri figli la storia e la cultura slovena a discapito di quella resiana, friulana e italiana. Tutto ciò è vergognoso. A Resia la minoranza nazionale slovena è presente grazie a un gruppetto di persone, che, sbagliando, hanno intrapreso una strada senza ritorno. Non si rendono conto del grave errore che hanno fatto e continuano a fare. La speranza è che con il tempo si rendano conto di tutto ciò e che possano ritornare a essere resiani al 100%. Mi rendo conto che lottare per un ideale è faticoso. Mi rendo conto che salire sul carro del probabile vincitore è più comodo. Ma dobbiamo far capire che lottare per la nostra libertà è un dovere e non altro. Provate a pensare ai nostri vecchi che hanno lottato, sudato, e magari hanno perso anche la vita per i loro ideali, per poi veder quasi distruggere la nostra identità da parte di certi nipoti che, senza un briciolo di cuore, non ci hanno pensato due volte e, abbagliati da facili guadagni, hanno “tradito”. Franco Turan Di Lenardo San Giovanni al Natisone

Bilinguismo 2 - Promesse elettorali e cartelli stradali Mentre nottetempo ignoti imbrattavano i nomi dei centri abitati scritti in italiano sulle tabelle stradali dei comuni di Stregna, San Leonardo e Savogna, lasciando intatti quelli in sloveno, a Pulfero il consiglio comunale deliberava di posizionare, per la prima volta nella locale storia, cartelli in “lingua slovena” in violazione delle promesse elettorali e anche delle previsioni statutarie. È successo recentemente nelle dimenticate Valli del Natisone. Il tutto preceduto dalle lamentele fatte dalla Slovenia all’Italia per la mancata applicazione della legge di tutela della minoranza slovena. Sono iniziative che, mancando sul territorio la minoranza slovena, offendono i nativi della Slavia friulana (Valli del Natisone, del Torre e di Resia), che, nel rispetto della propria storia italiana, non si riconoscono nella minoranza slovena. Sono aggressioni oltraggiose per i residenti italiani, che non possono essere trascurate né dallo Stato né dalla Regione né tanto meno dai sindaci locali. I nativi di dette Valli hanno pieno diritto di essere tutelati per quello che la loro storia certifica, per quello cui essi aspirano. La Slovenia e le sue associazioni di Trieste e Gorizia sbagliano nell’insistere a sostenere, anche con mezzi violenti, che nella Slavia friulana è presente la minoranza slovena. Infatti nessuno statuto la riconosce presente. Se sono in buona fede lo dimostrino, citando quali associazioni di minoranza slovena (senza coinvolgere i dialetti di origine slava anche oggi parlati) siano presenti nelle Valli. Promuovano un censimento come è stato fatto in Slovenia per gli italiani. Pongano in sostanza fine alle pretese annessionistiche oramai superate dalla storia e dalle iniziative dell’Unione europea, che oggi comprende anche la Slovenia. Favoriscano la convivenza pacifica delle storiche diversità. (Sergio Mattelig - presidente Lega della Slavia friulana - San Pietro al Natisone)

Bilinguismo - Un becero tentativo Dopo Resia, anche nelle Valli del Natisone si registra il becero tentativo di manomissione dei cartelli toponomastici stradali, con cancellazione delle scritte dei riferimenti in italiano. Atto che condanniamo e che non può più essere sottovalutato né classificato semplicemente vandalico, ma che dev’essere considerato di ordine politico, perché legato al tentativo d’imposizione sul territorio della minoranza nazionale slovena e anche irrispettoso verso le stesse norme di tutela della minoranza linguistica slovena; condizione, questa, ben diversa. Al riguardo si deve prendere coscienza della netta posizione in merito del governo sloveno: - le recenti dichiarazioni del console sloveno in Trieste, Vlasta Valencic Pelikan, con cui afferma di avere tutti i diritti per il controllo del territorio della Slavia friulana definendo la popolazione «Comunità nazionale slovena» (sloveni in Italia), arrogandosi così il diritto di tutelare le nostre valli; - il ministro sloveno degli Affari esteri, Samuel Zbogar, ha depositato reclamo presso il consiglio delle Nazioni unite di Ginevra, lamentando la mancata applicazione delle leggi di tutela della minoranza slovena nella segnaletica stradale di Resia, chiedendo il ripristino dei cartelli in grafia slovena; - il presidente della Repubblica di Slovenia, Danilo Turk, in visita a Caporetto, ha accusato l’Italia di non applicare la legge di tutela degli sloveni; - anche il premier Barut Pahor ha di recente reclamato la tutela della minoranza slovena nelle valli del Natisone, del Torre e di Resia. Sono prese di posizione e lamentele che non hanno giustificazione storica, in quanto è risaputo in tutto il mondo che nella provincia di Udine la minoranza slovena non è presente. È notorio, inoltre, che 16 comuni della Slavia friulana si trovano oggi nell’ambito di tutela della minoranza linguistica slovena per una non corretta applicazione della legge. Tali comuni, infatti, sono privi del presupposto richiesto dalla legge, cioè quello della tradizionale presenza sul territorio della minoranza slovena. Ora la Slovenia vuole forse tutelare queste popolazioni come suoi connazionali? Vuole assimilarle agli sloveni? Fa meraviglia che, di fronte a realtà storiche così note e a pretese così ingiustificate, non vi sia stata risposta alcuna da parte dello Stato italiano e soprattutto della nostra Regione. Spetterebbe a loro salvaguardare i diritti delle proprie comunità storicamente presenti in Friuli da oltre un millennio e considerare il dovere di rispettare il principio di unitarietà territoriale cui s’ispira la Costituzione repubblicana. Si dovrebbe indire un censimento, come già richiesto anche dalla vedova del consigliere regionale Špacapan, per contare l’entità della minoranza nazionale slovena e dare quindi l’opportunità alla Corte dei conti di verificare se vi sia ingiustificato sperpero di denaro pubblico. Reclamiamo con forza di porre fine alla secolare mercificazione dei resiani, dei torriani e dei natisoniani che li umilia segnatamente, imponendo loro l’identità nazionale slovena e quindi la patria slovena nella quale non si riconoscono per non averla mai condivisa; depaupera inesorabilmente il patrimonio storico, culturale e linguistico delle popolazioni delle Valli del Natisone, del Torre e di Resia e ferisce il loro orgoglio, perché tanto hanno dato per la difesa dei sacri confini d’Italia. Chiediamo, quindi, una legge che ci tuteli nel doveroso rispetto delle nostre millenarie storia e cultura e della nostra identità nazionale italiana, in ossequio ai principii costituzionali e alle norme internazionali sui diritti dell’uomo. (Alberto Siega presidente associazione Identità e tutela Val Resia - Udine)

 

- 30 marzo 2010 - Messaggero Veneto - San Pietro al Natisone - Cartelli imbrattati nelle Valli del Natisone: aperta condanna dalle organizzazioni slovene - Le organizzazioni slovene della provincia di Udine «condannano senza riserve il raid degli ignoti imbrattatori che hanno danneggiato i cartelli stradali nei Comuni delle Valli del Natisone», ma rigettano, nel contempo, insinuazioni che le collegano a tale atto vandalico. La precisazione arriva dai rappresentanti dell’Istituto per la cultura slovena di San Pietro al Natisone, Bruna Dorbolò, dell’Unione culturale economica slovena, Iole Namor e dell’associazione Don Eugenio Blanchini di Cividale, Giorgio Banchig, che hanno sporto denuncia contro ignoti (alla stazione dei Carabinieri di San Pietro) per i danni recati a diversi cartelli bilingui «ma non - precisano - con la cancellazione di toponimi italiani. Sono gesti di inciviltà e di intolleranza - dicono gli esponenti dei tre sodalizi -, che vanno contro il principio di convivenza fra le lingue e le culture di questo territorio: alcuni dei cartelli deturpati sono il frutto di finanziamenti ottenuti con la legge 482/99 sulla tutela delle minoranze linguistiche storiche in Italia. Respingiamo- ribadiscono le associazioni - insinuazioni su eventuali responsabilità delle organizzazioni della minoranza slovena di cui facciamo parte. Ci riserviamo di adire le vie legali contro gli autori di tali dichiarazioni, apparse recentemente sulla stampa». Si rivolgono inoltre al consigliere regionale Roberto Novelli chiedendogli pubbliche scuse «per aver accostato il doveroso sostegno pubblico alle associazioni che svolgono attività di tutela della minoranza slovena, ai vili atti di ignoti teppisti». Al coro si unisce il capogruppo dell’opposizione di Drenchia, Riccardo Ruttar: le forze dell’ordine, esorta, facciano tutto il possibile per scoprire chi ha compiuto l’azione vandalica. «È offensivo - spiega – proporre estemporanei referendum, come se si volesse isolare gli “sloveni” attribuendo loro gesti deplorevoli di cui non si sono trovati i responsabili». In linea con tale posizione anche il Circolo culturale Trinko, le associazioni alpinistica e filodrammatica della Benecia, il Circolo Recan e l’Associazione artisti della Benecia: «A chi giova – domandano – alimentare un clima di tensione nelle Valli? Non si può non esprimere sconcerto per le dichiarazioni dei sindaci di Stregna e San Leonardo, che hanno fatto un parallelismo ingiustificato tra questi espisodi di vandalismo e la minoranza slovena e quanti sentono di appartenervi. Una presa di posizione assolutamente inaccettabile e superficiale». (l.a.)

 

- 16 marzo 2010 - Messaggero Veneto - Prepotto - Cartelli imbrattati, nuovi episodi nelle Valli - Dopo Stregna, San Leonardo e Savogna i vandali sono entrati in azione anche nel comune di Prepotto, in particolare a Castelmonte dove i cartelli stradali sono stati imbrattati con la vernice spray che ha cancellato i toponimi in lingua italiana per coprirli con quelli in lingua slovena. Si stanno allargando a tutte le Valli del Natisone gli atti che già nei giorni scorsi hanno ispirato dure condanne. «Imbrattare i cartelli stradali è un atto incivile e deplorevole sotto ogni punto di vista. I vandali non hanno colore politico e nazionalità, sono semplicemente degli idioti che più o meno incoscientemente colpiscono il patrimonio pubblico e, nel caso specifico delle scritte in italiano cancellate, innescano risentimenti di altro tipo con effetti più gravi» ha commentato il consigliere regionale del PD-SSk Igor Gabrovec. «Sono azioni alle quali a Trieste e Gorizia, in tutti i decenni del Dopoguerra, siamo ben che abituati - annota il rappresentante della Slovenska skupnost - e che hanno visto sostanzialmente sempre imbrattato le versioni slovene dei toponimi, come anche i monumenti ai caduti, le targhe di intitolazione delle scuole con lingua d’insegnamento slovena, i portoni delle sedi delle organizzazioni slovene. Mai è successo che qualcuno sia stato preso con le mani nel sacco, anche se le firme sotto i misfatti erano spesso ben chiare» continua il consigliere. «Questi atti vanno condannati senza alcuna reticenza perché inaccettabili a prescindere da chi li commette. Non va accettata nemmeno - annota ancora - una qualche possibile ricerca del rapporto causa-effetto: chi offende la lingua, la cultura e la storia altrui dimostra semplicemente la propria incapacità di accettare e relazionarsi con l’altro. A dire il vero un dubbio si pone ed è quello di veder affiorare alcune vecchie abitudini riconducibili ai tempi della cosiddetta strategia della tensione, quando le provocazioni venivano non solo tollerate, ma addirittura stimolate». Dura presa di posizione anche dal referente della Fiamma Tricolore del Cividalese e Valli del Natisone, Walter Qualizza, che parla di «un fatto di innaudita gravità che crea nuove tensioni tra chi vuole imporre una slovenizzazione forzata e che riapre una brutta pagina di intolleranza verso le nuove scelte politiche fatte dai cittadini. A nostro parere – ha dichiarato – sono maturi i tempi per definire, con un referendum consultivo, la scelta delle popolazioni del Friuli Orientale di respingere ogni apparentamento con ideali sloveni o di minoranze slovene. Presenteremo mozione di condanna nel prossimo consiglio comunale».

 

- 24 febbraio 2010 - Messaggero Veneto - Minoranze linguistiche: cartelli e riconoscimenti - In primo piano Per posta e per e-mail Il nuovo console generale della repubblica di Slovenia a Trieste, signora Vlasta Valencic Pelikan, ha visitato recentemente la sedicente minoranza linguistica slovena delle valli di Resia, del Torre e del Natisone, definita minoranza “nazionale” slovena, cioè slovene le comunità linguistiche di antico insediamento da 14 secoli presenti in provincia di Udine, in realtà mai state slovene. È definizione forzata, provocatoria e inaccettabile perché non trova riscontro alcuno nella realtà storica e linguistica locale. Una definizione opportunista che denuncia ancora una volta la persistente e ingiustificata volontà annessionistica cominciata 90 anni fa dalla Jugoslavia nei confronti di un territorio e di popolazioni slavofone che notoriamente non si riconoscono nella minoranza slovena. Popolazioni di origine slava che hanno avuto una millenaria storia culturale, linguistica e tradizionale completamente diversa da quella degli slavi rimasti già 14 secoli fa oltre le Alpi e poi, in parte, identificatisi sloveni. Popolazioni che nel secondo dopoguerra hanno respinto anche i tentativi annessionistici territoriali subiti a opera dei partigiani di Tito. Tentativi anche oggi respinti di fronte alle non corrette imposizioni legislative. Il console generale di Trieste, signora Pelikan, avrà notato che nella Slavia friulana anche i cartelli stradali di inizio e fine paesi non sono scritti in sloveno, bensì nelle lingue locali protoslave tramandate di generazione in generazione per oltre un millennio e fino ai giorni nostri. Potrà inoltre facilmente constatare su Internet che nessuno statuto comunale delle precitate valli del Friuli riconosce la presenza sul territorio della minoranza slovena che logicamente non tutela. Saprà che non vi sono mai stati nemmeno candidati sindaci o consiglieri di detta minoranza e che anche alle elezioni comunali del 2009 il partito della minoranza slovena (Slovenska skupnost) non è stato presente. Le sorgerà allora la domanda del perché alcune persone insistono a sostenere il contrario. Scoprirà così che anche quei pochi sindaci della Slavia che chiedono e addirittura ottengono finanziamenti della minoranza slovena lo fanno per difendere e tutelare le lingue locali, i cosiddetti dialetti sloveni locali che anche secondo gli slavisti appartengono sì al gruppo dei dialetti che hanno originato la lingua slovena, ma di certo non individuano la minoranza slovena. L’ imposizione di una tutela non pertinente, cioè estranea alla realtà storica di comunità linguistiche ben definite come quelle delle precitate tre valli friulane, è poi contraria ai principi costituzionali e alle norme europee e internazionali. Appare perciò incostituzionale perché mira chiaramente alla distruzione, mediante assimilazione, delle storiche comunità slavofone presenti da 14 secoli nella Slavia friulana, anziché alla loro tutela prevista anche dai diritti fondamentali dell’uomo. Un’imposizione che stravolge poi addirittura l’identità nazionale italiana degli slavofoni che l’ hanno sempre onorata fino all’estremo sacrificio. Sergio Mattelig (presidente “Lega della Slavia friulana” - San Pietro al Natisone)

 

- 23 febbraio 2010 - Messaggero Veneto - A proposito di Resia isola linguistica slava - In primo piano Per posta e per e-mail In riferimento alla recente visita del nuovo console generale della Repubblica di Slovenia a Trieste, Vlasta Valencic Pelikan, fatta a Resia, alla comunità locale definita di “nazionale slovena”, è doveroso precisare, nel rispetto alla millenaria storia locale, che in realtà la comunità resiana di origine slava storicamente presente in quella valle non è di nazionalità slovena e comunque non si riconosce nella minoranza linguistica o nazionale slovena perché: 1) è presente nella sua isolata valle del Friuli da 14 secoli e ha avuto sempre una storia linguistica, culturale e amministrativa completamente diversa da quella della minoranza slovena delle province di Trieste e Gorizia; 2) a causa di tale isolamento la lingua resiana è anche oggi considerata straordinario patrimonio linguistico che per gli studiosi rappresenta la più importante “isola linguistica slava” dell’intera Europa, anche perché è nata circa mille anni prima di quella slovena; 3) si differenzia dalla Slovenia anche per il peculiare patrimonio culturale (canti e balli) e gastronomico (piatti caratteristici locali); 4) nel rispetto della propria millenaria storia non si riconosce nella minoranza slovena perché è storicamente di patria italiana che ha sempre difeso anche fino all’estremo sacrificio. Perciò non trova giustificazione alcuna l’affermare che i resiani sono «comunità nazionale slovena», anche perché la legge regionale nº 26/07 li tutela come variante linguistica dello sloveno. Variante comunque non gradita dai resiani linguisticamente di certo nati secoli prima degli sloveni. Comunque amareggia che anche a livello consolare, oltre che presidenziale e governativo, la Repubblica di Slovenia insista ancora a sostenere di avere diritto a considerare come propria minoranza nazionale le comunità di antico insediamento delle valli del Friuli orientale, provincia di Udine, mai Stato sloveno né jugoslavo e senza il loro diretto coinvolgimento. Alberto Siega presidente Identità e tutela Val Resia Udine Leggo in ritardo le considerazioni che mi trasmette il signor Fabrizio Barbarino sulla questione “resiana”. Mi si consenta ancora una breve replica. Devo ammettere in effetti che da non resiano faccio forse fatica a comprendere la problematica nella sua interezza. Quello che mi appare stridente tuttavia non è tanto il contenuto delle cose, quanto la forma con cui sono espresse. Ogni piccolo cavillo o elemento di discussione, seppur non affatto attinente, richiama l’intransigente monito dei purissimi custodi della lingua e dell’identità, quasi fosse un perenne tormento che non vi fa pensare ad altro durante il giorno e dormire durante la notte. Sulla questione nel merito osservo, da profano, vi definite di origine slava, ma assolutamente non sloveni, d’accordo, ma senta Barbarino, chi sono gli slavi più vicini a noi, gli ostrogoti?, gli unni? No, semplicemente gli sloveni, ammetterlo non è essere traditori o comunisti. Così è anche se a voi non pare, direbbe Pirandello. Vede io penso invece che tutta la questione rasenti terribilmente il pregiudizio “ideologico”. Credo anche che se i Muri sono caduti tutti quanti, a Berlino così come a Gorizia, quello di Resia qualcuno continui a volerlo ben alto e solido per logiche e interessi che poco hanno a che vedere con la realtà vera anche della gente che ancor vive in quella meravigliosa valle. Talvolta a sentire certi linguaggi, anche sul web, par davvero che Resia voglia rimanere ancora come sulla linea del trentottesimo parallelo che divide la Corea del Sud da quella del Nord e questo appare sinceramente l’elemento davvero più strano e incomprensibile per chi guarda dal di fuori. (Pierpaolo Lupieri - Tolmezzo)

 

- 20 febbraio 2010 - Messaggero Veneto - Resia - Cartelli bilingui, il sindaco Chinese: «Decidiamo noi sul nostro territorio» - «La sostituzione dei cartelli bilingui in val Resia non è un atto fine a sé stesso, ma il frutto di una rivendicazione della popolazione resiana». Parole del sindaco Sergio Chinese, che ha gradito poco le ingerenze della Slovenia nella questione, portata fin davanti ad un gruppo di lavoro del consiglio delle Nazioni Unite per i diritti dell’uomo. «Il Consiglio comunale di Resia – ha reso noto Chinese – si è espresso sulla sostituzione dei cartelli con la nuova grafia, ed è stata approvata una delibera che ha visto soltanto due voti contrari. Se un Consiglio cittadino non è libero di decidere sulle questioni del territorio che rappresenta, mi dicano gli altri cosa dovrebbe fare. Non dovranno mica decidere gli sloveni per Resia». Il sindaco ha ricordato come la sostituzione della grafia sui cartelli stradali sia avvenuta dopo l'analisi compiuta da un'apposita commissione di resiani: «Ho convocato associazioni culturali ed organismi interessati per costituire una Commissione incaricata di dare indicazioni sulla grafia ufficiale resiana. Alla fine è stata individuata una grafia da utilizzare negli atti pubblici e nella cartellonistica». La grafia è quella delineata dal professor Han Steenwijk nel volume “Ortografia resiana”. Una sostituzione, quella dei cartelli, che si è resa necessaria non soltanto per il deterioramento causato dalle intemperie, ma anche a causa dell’azione di alcuni vandali che li avevano imbrattati, rendendoli inservibili. «Chiediamo soltanto di essere lasciati in pace – ha concluso Chinese – facendo decidere ai resiani la lingua che vogliono parlare e che vogliono sia utilizzata sui cartelli. Tutto questo per continuare a trasmettere e mantenere la nostra peculiarità, senza interferenza filo slovene». (a.c.)

 

- 23 gennaio 2010 - Messaggero Veneto - lettera - A proposito di Resia della lingua e della tutela - 1 - In primo piano Per posta e per e-mail Premetto non sono resiano, non parlo la lingua di quella comunità, ma mi permetto d’intervenire in risposta a quanto scritto dalla signora Alessandra Manzini domenica 17 gennaio scorso. Devo dire che conoscendo per ragioni di lavoro Resia, mi risulta veramente difficile comprendere come si continui questa stucchevole e astiosa polemica linguistica quando ben altri dovrebbero essere i problemi più stringenti che interessano quel migliaio di resiani, ciò che resta di un antico e fiero popolo, che coraggiosamente continua a vivere in quella vallata contro ogni avversità ambientale, economica e sociale che farebbe propendere per la decisione di scendere un po’ più in basso. Mi risulta facile invece capire come sia facile pontificare da Pagnacco come fa la professoressa Manzini, sempre pronta a bacchettare i suoi concittadini perché non sufficientemente pronti a difendere la purezza del resiano. L’apice poi si realizza quando c’è l’invito a un rappresentante del popolo regolarmente eletto dai suoi concittadini per ben cinque legislature consecutive, parliamo di Nevio Madotto, addirittura a dimettersi per scarsa «coerenza». Madotto vive e lavora a Resia e come molti suoi concittadini e qualche altro coraggioso artigiano, sconta il fatto “quotidiano” di questa onerosa scelta di coerenza. Credo che questo sia un fatto sufficiente per permettergli di conoscere un po’ meglio i problemi della sua gente. Apprezzabile che il sindaco poi di quella maggioranza del 2002 che accettò la legge di tutela, Sergio Barbarino, abbia lasciato la comoda pianura friulana, per rispetto del mandato conferitogli dagli elettori, per tornare a vivere nella terra dei suoi avi e per sentirsi più vicino alla sua gente. Di cosa possa essere considerato responsabile un amministratore che, utilizzando le norme in vigore, cerca di trarne il più alto beneficio per la popolazione soprattutto in termini di risorse e finanziamenti questo è tutto da spiegarsi. Se avesse rifiutato le norme attuative e avesse lasciato Resia ai margini della legislazione regionale, impedendole quindi per diatribe puramente ideologiche di accedere ai contributi previsti, questo sì sarebbe stato in realtà l’unico atteggiamento realmente colpevole per un amministratore. Contributi, quelli della legge di tutela, di cui sicuramente ha beneficiato tutta la comunità e anche, per paradosso, chi apertamente la contesta. Credo anche che più di qualche resiano si stia stancando di queste inutili e talvolta personali polemiche che nulla hanno a che vedere con le reali problematiche del vivere a Resia. Ora fate in modo che Resia viva o forse semplicemente “sopravviva”, ma per i resiani che ancora ci risiedono, non come cartolina del week-end. E a quel punto appuntatele anche in cirillico quelle scritte sui cartelloni. (Pierpaolo Lupieri -Tolmezzo)

 

- 23 gennaio 2010 - Messaggero Veneto - lettera - A proposito di Resia della lingua e della tutela - 2 - In riferimento all’articolo “Proteste a Resia per la sostituzione dei cartelli bilingui”, apparso in cronaca domenica 17 gennaio, con cui si informa che il consigliere regionale Igor Gabrovec ha presentato alla giunta regionale un’interrogazione riguardante la costituzionalità dei cartelli bilingui apposti dal comune di Resia all’inizio di ogni frazione della valle, si fa presente al signor Gabrovec che ciò che lamenta è più che giustificato e veritiero. Infatti nessun comune della Slavia friulana, di cui anche Resia fa parte, ha diritto a usufruire dei contributi, previsti dalle leggi nazionali n. 482/99, n. 38/2001 e da quella regionale n. 26/2007, in quanto non vi è “tradizionalmente presente” la minoranza slovena. Nemmeno gli statuti comunali la prevedono, come invece è richiesto dalle stesse leggi. Sarebbero invece legittime delle sanzioni a quei Comuni e a quelle associazioni varie che hanno beneficiato in tutti questi anni dei suddetti contributi. Sarebbe addirittura opportuno che essi fossero restituiti, in quanto vi è stato un uso improprio di denaro pubblico! Rammentiamo al consigliere Gabrovec che Resia appartiene all’etnia slava, da non confondersi con quella slovena in quanto le due realtà non hanno mai condiviso né storia né lingua. Resia, infatti, si è sempre proiettata verso il Patriarcato di Aquileia, prima, la repubblica di Venezia, l’impero austroungarico e infine verso la repubblica italiana. I resiani sono un popolo a se stante che si è insediato ove si trova ora prima ancora che Cirillo e Metodio avessero improntato il gligolittico per la traduzione dei testi sacri. E ancor prima che si fossero iniziate le prime formazioni delle nazioni. Pertanto essi possiedono un patrimonio culturale e linguistico non assimilabile a quello sloveno. La lingua resiana è stata comparata alla lingua slovena e portata negli anni a tale classificazione da alcuni slavisti filo-sloveni i cui risultati sono stati però confutati da altri numerosi linguisti di fama internazionale, tra cui il professor Eric Hamp dell’università di Chicago. Egli ha redatto un questionario, richiesto dall’Unesco, per il riconoscimento del resiano come lingua da salvaguardare perché in pericolo di estinzione. In esso egli ha sottolineato che la lingua resiana è unica e non può essere assimilata alla lingua slovena soltanto perché tra le due ci sono pochissime parole simili che troviamo però anche in altre lingue di ceppo slavo, come il ceco, il serbo, lo slovacco, il croato, l’ucraino eccetera. Non per questa lievissima somiglianza il resiano deve diventare un dialetto sloveno! È tempo che anche la Regione Friuli Venezia Giulia apra finalmente un dibattito che porti al riconoscimento del resiano come patrimonio storico, culturale e linguistico da proteggere e da valorizzare, inserendolo in una legge ad hoc che tuteli la sua particolarità. (Alberto Siega - presidente Identità e tutela val Resia)

 

- 20 gennaio 2010 - Messaggero Veneto - lettere - Pahor - Sostenitore anche se non è giusto - Nella lettera pubblicata lo scorso 6 gennaio il consigliere regionale di minoranza slovena Igor Gabrovec definisce addirittura «farsa istituzionale» la prolungata attesa della concessione della cittadinanza onoraria di Trieste allo scrittore Boris Pahor. E giustifica tale definizione sostenendo che egli è uno «dei figli più illustri di Trieste». Non si vuole qua contestare i meriti del signor Pahor, ma si vuole soltanto fare presente che egli si è dimostrato sostenitore della minoranza slovena anche dove essa non è presente. Lo ha fatto il 6 ottobre 2008 sul Piccolo di Trieste, censurando la doverosa e legittima proposta sostenuta dai consiglieri regionali di centro-destra, e in particolare dal triestino Camber e dai cividalese Novelli, di tutelare con legge le lingue slave denominate natisoniano, po-nasen e resiano storicamente presenti nelle Valli del Natisone, del Torre e di Resia. Lingue slave per secoli tramandate di generazione in generazione dalle popolazioni di ordine slava giunte nel VII secolo dopo Cristo nelle citate Valli della provincia di Udine. Lingue slave già tutelate da leggi regionali e ora ingiustamente rimaste prive di qualsiasi specifica tutela. L’amarezza di quella censura fatta da Pahor, che tra l’altro lamentava la negazione della cultura e della lingua degli sloveni della provincia di Udine con argomentazioni impertinenti, permane ancora oggi perché non si ritiene possibile che uno scrittore come Boris Pahor, dal passato di combattente per la democrazia e la libertà, possa aver negato agli slavofoni della Slavia friulana un diritto costituzionale, un diritto naturale riguardante l’uso della propria lingua materna. Una negazione che inoltre non giova alla comprensione reciproca e, come ha scritto la dottoressa Manuela Quaranta Spacapan, non facilita «la valorizzazione delle peculiarità delle proprie radici in uno spirito di integrazione e non di sopraffazione». Evidentemente il signor Pahor non ha superato la politica nazionalistica seguita nei confronti delle minoranze dopo la fine della prima guerra mondiale. Potrebbe essere anche questo un ostacolo alla concessione dell’aspirata cittadinanza onoraria. (Sergio Mattelig - presidente della Lega della Slavia friulana)

 

- 17 gennaio 2010 - Messaggero Veneto - lettera - ad alcune considerazioni riguardo alla costruzione di una nuova centrale idroelettrica nel territorio di Resia, l’associazione Identità e tutela val Resia sente la necessità di replicare. Essa non vuole dare ulteriori giudizi oltre a quelli che sono già stati espressi sulle pagine del quotidiano regionale Messaggero Veneto circa l’installazione di una seconda centralina per la produzione di energia elettrica in valle. Desidera soltanto soffermarsi sulla frase detta da Madotto: «Su temi così importanti, che possono incidere sul futuro della nostra valle, c’è la necessità di istituire dei processi partecipativi che coinvolgano attivamente la popolazione». Dichiarazione sacrosanta; ma, signor Madotto, vale solo per la centralina o si può estendere anche al grave problema dell’inserimento del resiano nella minoranza linguistica slovena? Come mai nell’ottobre del 2002, all’insaputa della popolazione della val Resia, lei ha fatto sì che il territorio resiano aderisse alla legge 38-2001 (legge che tutela esclusivamente la lingua slovena) e, di conseguenza, che la lingua resiana diventasse un dialetto minoritario sloveno, con effetti che nel tempo saranno devastanti per la sopravvivenza della lingua stessa? Per quale motivo, nel 2002, non ha fatto partecipe la popolazione di ciò che stava avvenendo? Complice anche l’allora maggioranza del Comune di Resia, che, cosa gravissima, il 23 maggio 2002 dichiarava che il 90% della popolazione resiana parla un dialetto sloveno. E ancora, perché lei con altri 4 consiglieri del Comune di Resia non ha indetto un’assemblea pubblica che informasse la popolazione del contenuto della sopraccitata legge? Signor Madotto, quello che ora lei dichiara poteva essere manifestato nel 2002, quando in gioco non c’era una nuova centralina, ma un bene molto più prezioso e inestimabile qual è la lingua resiana! Purtroppo la sua dichiarazione arriva tardiva e offende coloro che, da sempre, hanno difeso la val Resia da intrusioni territoriali e linguistiche. Se lei, signor Madotto, ha l’abitudine di “predicare bene ma razzolare male” non le resta che dare le dimissioni perché non è più credibile in quanto le sue attuali affermazioni odorano di propaganda e opportunità politiche. Anche noi dell’associazione non abbasseremo la guardia né sui temi ambientali riguardanti la val Resia né, soprattutto, sulla questione linguistica che più ci sta a cuore. Invitiamo pertanto Madotto e la sua lista a prendere esempio da ciò che hanno ottenuto per la loro lingua gli abitanti di Timau e di Sauris e ad adoperarsi per un censimento che quantifichi l’effettiva presenza in valle della minoranza linguistica slovena. Solo dando alla popolazione la facoltà di esprimere la propria opinione le si rende giustizia e dignità. (Alessandra Manzini - associazione Identità e tutela val Resia)

Lettera - Imboccare la via della conciliazione - Ci si infiamma facilmente, senza volere, quando si legge di chi difende con convinzione la propria storica identità. È il caso degli appartenenti alla Slavia friulana: San Pietro al Natisone, le Valli del Torre, Resia. Recentemente l’associazione Identità e tutela della val Resia ha promosso (12 dicembre, auditorium Zanon) sul tema una serata culturale davvero encomiabile, con l’intervento di qualificati personaggi. Questa bella iniziativa ha riportato anche me, per un momento, alla Slavia istriana per una riflessione su di essa che può interessare e che intitolo: “L’eredità di Venezia nell’anima”. Riguarda, infatti, non solo gli italiani dell’Istria, ma anche gli slavi originari, cioè tutta l’Istria, quella plurietnica. Ripercorro velocemente la storia. L’ingresso degli slavi risale al VI secolo, quando in marcia verso l’Italia, provenienti dal Danubio, gli slavi si incunearono in Friujli e nella penisola istriana (Grande atlante storico-cronologico comparato di G.G. Corbanese). Si trattò, nel complesso, di una pacifica immigrazione di coloni regolata per chiamata in tempi successivi dai duchi franchi, prima, poi dai patriarchi di Aquileia, infine dalla Repubblica di Venezia. Il fatto eccezionale è che questi slavi originari, una volta stanziati nelle singole isole etniche, non si sono mai considerati nella scala storica minoranza di qualche altra popolazione slava, né quindi minoranza slovena né minoranza croata, ma, invece, sempre, semplicemente, appartenenti a una Lega della Slavia avente una lingua propria, un antico dialetto slavo, e una propria storia da conservare e tutelare. È la tesi sostenuta anche dall’Associazione italiana slavisti, che sottolinea e aggiunge, anzi, che queste popolazioni slave immigrate più di 1.200 anni fa in ogni occasione hanno vantato un’indiscussa autonomia e «uno spaccato antibalcanico affidato all’eternità». La catalogazione di appartenenza, come si è tentato di fare, all’ex Jugoslavia (oggi Slovenia e Croazia) è rifiutata come l’esser gettati in una fossa comune. Questa lega ha partecipato, infatti, attivamente alle vicende del Patriarcato di Aquileia, poi a quelle della Repubblica di Venezia, infine a quelle del Regno d’Italia. Verrebbe a mancare, quindi, la giustificazione storica, che i media sloveni e croati continuano a sfornare con una predicazione dal pulpito nazionalistico, di inglobare queste popolazioni per liberarle dall’oppressione italiana. Per quanto riguarda specificamente l’Istria, siccome ciò è già avvenuto, è stato sul piano politico un viscerale favore politico, una diminutio capitis, indecente e contraria al volere della popolazione originaria che grava sulla coscienza politica di chi l’ha realizzata. Sarebbe ora di imboccare la via della conciliazione proponendo la costituzione di una regione autonoma istriana sull’esempio di quanto ha ottenuto l’Austria dall’Italia per il Südtirol. Cesserebbe così ogni recriminazione e tacerebbe per sempre quel diapason stonato del nazionalismo ormai superato che viene fatto vibrare. Intanto si eviti di ostentare nella mischia piazzaiola delle manifestazioni le gigantografie di Tito e si intitoli la piazza di Capodistria, oggi piazza Tito, al Vergerio, il giurista artefice della riforma protestante. (Nello San Gallo)

lettera - Minoranza estranea - Minoranza estranea Anche a San Pietro al Natisone ha avuto luogo verso la fine dell’anno scorso un convegno trattante il consuntivo decennale della legge 482-99 di tutela delle minoranze linguistiche storiche tra cui la slovena. Nell’occasione, l’ex direttore del servizio regionale per le minoranze linguistiche ha esposto luci e ombre sulla citata legge, sostenendo la necessità della sua completa attuazione non solo con maggiori risorse finanziarie, «ma anche in virtù di indirizzi operativi più determinati e vincolanti». Incredibile! Si continua a ignorare, a stravolgere, non solo la realtà storica della Slavia friulana, ma addirittura la volontà e le aspirazioni dei nativi delle valli del Natisone, del Torre e di Resia che mai sono stati sloveni e che comunque non si riconoscono nella minoranza slovena di Trieste e Gorizia. Lo dimostra il determinante fatto che i 13 comuni della Slavia friulana, ingiustamente inclusi nell’ambito di tutela di detta legge, non l’hanno recepita per come essa stessa prevede. Non hanno cioè disciplinato l’uso scritto e orale della lingua slovena richiesto dall’art. 6, co. 4 del regolamento attuativo. Inoltre nelle citate valli mai nessun candidato sindaco o consigliere comunale si è dichiarato agli elettori di lingua slovena. Segno evidente che la minoranza slovena non è presente. Gli stessi statuti comunali non la prevedono. Allora, che senso ha dire nella Savia friulana che la legge 482-99 va sostenuta «in virtù di indirizzi operativi più determinati e vincolanti»? Siamo veramente oltre il limite della tolleranza. Siamo in piena illegittima imposizione assimilatrice, addirittura con interventi illegittimi e l’uso improprio di denaro pubblico! Chiediamo, per contro, in primo luogo il doveroso rispetto della stessa legge di tutela che non prevede imposizioni e il diritto per i nativi di conservare liberamente, per primo, l’identità nazionale italiana ereditata dai propri antenati. Suggeriamo, al limite, la distribuzione nelle valli anche al prossimo censimento generale della popolazione italiana di moduli in lingua slovena. All’analogo censimento del 2001 nei 13 comuni della Slavia friulana inclusi nella legge 482 risultavano utilizzati soltanto 7 moduli in lingua slovena. Anche perciò appare ingiustificato, per non dire artificioso, parlare per le valli di indirizzi di tutela slovena «più determinati e vincolanti». (Sergio Mattelig - presidente Lega della Slavia friulana)

 

- 9 gennaio 2010 - Messaggero Veneto - San Pietro al Natisone - Slavia, la Lega critica il Forum sui finanziamenti - E' polemica tra la Lega della Slavia Friulana ed il Forum per la Slavia, il quale, nei giorni scorsi, aveva lamentato il taglio - da parte della Regione - di un finanziamento a favore delle minoranze di Resia e delle Valli. «Tale finanziamento - replica il presidente della Lega, Sergio Mattelig - riguarda non già le minoranze citate, bensì il resiano e le varianti linguistiche delle Valli del Natisone, del Torre e della Val Canale, cioè varianti della lingua slovena tutelata dalla legge 38/01 e non le storiche, millenarie lingue slave, cioè la resiana, la torriana, la po-nasen e la natisoniana. Nelle citate varianti linguistiche le comunità presenti a Resia e nelle Valli non si riconoscono, come non si risconoscono nella minoranza slovena di Trieste e Gorizia, della quale non hanno mai fatto parte. Il mancato finanziamento, perciò, è ritenuto dalla Lega della Slavia Friulana opportuno per contrastare l'assimilazione delle lingue locali alla minoranza slovena e anche perchè l'individuazione delle varianti linguistiche risulterebbe comunque impossibile: sono una decina, e nessuna riconosciuta a livello di statuto». L'organismo respinge, inoltre, la richiesta del Forum di ricevere direttamente dalla Regione 200 mila euro per attività da promuovere nelle Valli, «perchè - dice - si tratta di un'associazione che nel proprio statuto si pone l'obiettivo di contribuire alla riscoperta e al rafforzamento dell'identità culturale ed etnica slovena degli appartenenti alla comunità della Slavia. Comunità che però, come detto prima, non si riconosce affatto nella minoranza slovena». Ma c'è anche un secondo capitolo d'accusa, riservato alla proposta (avanzata dal Forum) di istituire un ente autonomo per l'esercizio associato delle funzioni dei Comuni e di quelle della Comunità montana del Torre, Natisone e Collio, in via di scioglimento. Ipotesi insensata, a parere della Lega della Slavia, per quanto «privilegi giustamente l'aspetto identitario della storica comunità linguistica presente sul territorio: in compenso - aggiunge l'organismo - si trascura completamente l'obiettivo principale cui mira il previsto riordino dell'attuale Comunità montana, cioè quello di migliorare i servizi riducendo la spesa». «Anche il presidente dell'Uncem, Firmino Marinig - dichiara Mattelig -, ha evidenziato che la proposta necessita di una serie di approfondimenti». (l.a.)

 

- 7 gennaio 2010 - Il Gazzettino - Drenchia - Monumento ai preti, polemiche sulla lingua - Il Monumento ai parroci che hanno collaborato a favore della comunità locale, e che sarà installato nei pressi della chiesa di Santa Maria Assunta di Drenchia, ha suscitato polemiche tra l’opposizione ma il capogruppo di maggioranza Claudio Crainich e il consigliere Ettore Tomasetig difendono l’operato dell’amministrazione municipale. «A seguito di alcune perplessità espresse dalla popolazione, il 21 e 22 novembre ci siamo impegnati come cittadini a realizzare un questionario informativo rivolto ai residenti per chiarire il pensiero comune e trarre le relative conclusioni» spiegano. Tre le domande riguardanti l’essere favorevoli o meno all’installazione, la lingua della targa e l’ubicazione del monumento. «Girando per le case ci siamo accorti che la maggioranza delle persone intervistate non sapeva nulla o quasi a riguardo del monumento e sono rimaste contente nel vedere che qualcuno le stava informando. Di più: molte persone sono venute di loro iniziativa ad esprimerci il loro parere. Inutile dire che la maggioranza della comunità si è dichiarata a favore dell’installazione di un’opera per ricordare i preti, anche se molti hanno detto d’esser più propensi a qualcosa di più sobrio». Sulla lingua, solo il 9% ha dichiarato che andava bene unicamente in sloveno mentre nella maggioranza dei casi avrebbe preferito il testo in bilingue o solo in italiano. La stele commemorativa sarà collocata nel cimitero di Santa Maria, in corrispondenza della tomba del defunto Jozef Gosgnach, deceduto nel 1904. (p.t.)

 

- 3 gennaio 2009 - Messaggero Veneto - San Pietro al Natisone - Forum per la Slavia: autonomia nelle valli dopo lo scioglimento della Comunità - Il presidente dell'Uncem (Unione nazionale comuni comunità enti montani) della provincia di Udine, Giuseppe Firmino Marinig, ha ricevuto recentemente una delegazione dell'associazione "Forum per la Slavia", che desiderava consegnare ai vertici dell'Unione un documento elaborato per definire un possibile assetto istituzionale nelle Valli del Natisone a seguito dello scioglimento della locale Comunità montana. Assetto traducibile, in sintesi, con la voce "autonomia". Ad illustrare i contenuti della proposta è stato il presidente del Forum, Ferruccio Clavora, che ha ricordato come in Friuli-Venezia Giulia la Slavia costituisca una realtà unica: «per tale comunità - ha detto - il diritto all'autodeterminazione è storicamente riconosciuto e già sperimentato. Nelle Valli - ha proseguito - andrebbero mantenute le singole identità municipali degli attuali Comuni: gli obiettivi da perseguire sono da un lato quello di garantire una maggiore efficienza e qualità dei servizi erogati, dall'altro quello di restituire ai cittadini, dopo decenni di interventi calati dall'alto e di manipolazioni ideologiche, il diritto di esprimere le proprie determinazioni sia in campo identitario che relativamente al modello di sviluppo socioeconomico giudicato migliore». L'ipotizzata comunità autonoma avrebbe competenze pari a quelle dei Comuni oggi esistenti e della Comunità Montana, più altre da definire con la Regione. A sostegno del progetto, ha sottolineato Clavora, dovrebbe esserci un impegno politicamente trasversale. Marinig ha apprezzato la proposta, evidenziando, nel contempo, come la stessa necessiti di una serie di approfondimenti; ha poi reso noto alla delegazione del Forum per la Slavia che l'Uncem si sta impegnando a cercare una soluzione per tutte le aree della regione interessate dalla riforma, vale a dire dallo scioglimento delle Comunità montane. «Di vitale importanza, per le Valli del Natisone -, è la stesura e l'attuazione di un concreto piano di rilancio socioeconomico». (l.a.)

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